Il blog generalista di iosif

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nuovo post 7/05/08

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sabato, 10 maggio 2008

Cous Cous (Abdel Kechiche 2007)

Una prova ai limiti dell'umano. Volevo solo insultarlo, questo film, prenderlo per il culo, ma visto che tutta la critica ha orgasmaticamente inneggiatto al capolavoro, cercherò di essere un po' più analitico.

Le evocazioni del neorealismo si sprecano, nelle tante entusiastiche letture. Non è né realista né neorealista far parlare persone per quasi tre ore, senza soluzione di continuità. Non è aderente alla realtà ribadire ogni concetto almeno una dozzina di volte. Non è una fedele riproduzione del parlato quotidiano ripetere ossessivamente "ma che buon cous cous", "le leggi francesi sono molto dure", "mia figlia non impara a cacare nel vasino", "mio marito va a zoccole", "le mie zizze sono vere" (per una citazione fedele dei dialoghi di cous cous l'ottimo post di yukiko). Per quanto limitata, la cognizione umana, in mancanza di disturbi quali rumore o lobotomia, è capace di comprendere il significato di una frase già al primo ascolto. La ripetizione del concetto è doverosa in caso di feedback negativo, del tipo "che cazzo hai detto?", e comunque l'operazione non avrebbe successo se venissero adoperate (sempre in mancanza di disturbi di diverso tipo) esattamente le stesse parole della prima enunciazione. Non è realistico verbalizzare ogni pensiero, ogni azione, ogni riflessione sull'altro, su se stesso o sul mondo. Come mi insegna la mia psicologa di fiducia questa fase normalmente si conclude con l'infanzia.

Non è un'impostazione neorealista piazzare la macchina da presa nella bocca di chi sta mangiando. Qual è il significato politico degli sputacchi di grano, dei pezzi di peperoni infilati nei denti? E' un'impostazione visiva tutt'altro che neorealista, tutt'altro che tendente all'oggettività, è ipersensazionalismo, è il peggior horror che abbia mai visto. Ma qui non si tratta del bolo di strozzini yankee pronti ad essere derubati dai rivoluzionari messicani (più o meno era così Giù la Testa, Coglione!), perché vuoi farmi odiare questi innocui immigrati, minacciandomi con i loro pori ed i loro follicoli piliferi? Dov'è la trovata estetica di mani unte e dita succhiate? So io quale è il segreto del grano: bisogna mangiarlo a bocca chiusa.

"La mancanza di luoghi comuni nel descrivere la quotidianità dei protagonisti e le ipocrisie della borghesia francese". Cosa? C'è già un prodotto artistico in cui si vuole riprodurre la quotidianità, e lo si fa con lunghi dialoghi e primissimi piani, si chiamano telenovelas, o soap opera. Tralasciando il piccolissimo salto logico per cui i protagonisti dichiaratamente con le pezze al culo ci mettono un lampo a radunare tutti i riccastri ed il potentato vicinomarsigliese, dal prosindaco al manager al pappone, questi nel palesare la loro ipocrisia facendo a meno di luoghi comuni ripetono fino alla (ulteriore) noia "bisogna cacciarli via, questi che vengono da fuori, perché noi non siamo abbastanza onesti da far quello che fanno loro. bisogna cacciarli via, questi che vengono da fuori...(ad libitum)". E poi tu, arabo-francese privo di stereotipi, stai aprendo un ristorante di cous cous e per salvarti il culo improvvisi una danza del ventre.

...mb...

Sto scrivendo una sceneggiatura priva di stereotipi dove io apro una pizzeria nel milanese e per salvarmi il culo mi vesto da pulcinella e improvviso uno spettacolo di guarattelle. Certo non potrei competere con la sensualità di una quindicenne con la panzella (posticcia) che fa tanto identità culturale; vorrà dire che organizzerò anche una tombola con sottofondo di mandolini. Giuro che quando ho visto arrivare la madre al ricevimento ho pensato, in un impeto di ironica autocommiserazione,  "Gesù, mò ci farà pure la danza del ventre". Sgarrato di poco, è toccato alla figlia. Non sono ancora del tutto libero dai luoghi comuni.

E chiudo con una nota sulla lingua. Non voglio sentire i lebabluà ciuppicciù francesi per almeno 3 mesi. Facciamo 6. Merci.

(1/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 14:24 | link | commenti (4)
categorie: cinema, drammatico
venerdì, 09 maggio 2008

Le Grand Chef (Yun-su Jeon 2007)

A Bologna in questi giorni si tiene il festival Slow Food on Film. Tanta roba da vedere, un concorso per varie categorie e quattro serate con film all'arlecchino e degustazione al mambo (il museo d'arte contemporanea di Bologna). Una cosa che suona molto radical chic, in realtà ben organizzata, interessante, ed a prezzi decisamente accessibili.

Iersera Le Grand Chef, coreano ma di quelli con i soldi per muovere la macchina da presa. Probabilmente un blockbuster in patria, racconta una sfida fra cuochi in tono molto colorato, ma realistico quando si tratta di preparare sushi di pesci palla vivi, a cui si taglia via il muso e li si rivolta come calzini mentre sono ancora scodinzolanti, o quando si sezionano intere vacche. Come spesso accade il cibo è associato alla memoria, che qui è individuale, legata a vicende personali, o collettiva, storica, nel raccontare e ricordare l'occupazione subita dal Giappone nel 1910.

Nelle sfide culinarie adopera lo split screen, riprendendo la struttura fumettistica, e ancora dal fumetto sono mutuate le  numerose caratterizzazioni e le digressioni per lo svolgimento di storie parallele dedicate ai personaggi secondari. Non mancano eccessi di enfasi e sottolineature, ma in definitiva il film regge, sufficientemente spettacolare e con il richiamo orientale al sacrificio e all'estetica.

A presentare il film in sala il regista con la moglie, protagonista femminile, irresistibili col loro sorriso imbarazzato e lo sguardo che cade spesso verso il basso. Yun-su cita la frase da cui sarebbe partita l'idea del film "Il numero dei piatti migliori del mondo equivale al numero delle mamme". Vero.

A proiezione finita con generale apprezzamento del pubblico, al mambo ci viene offerto un piatto con pesce azzurro e pesce veloce del baltico, in arte Baccalà. Buono, anche il vino.

Annotazione antropo-economica: qualche tempo fa allo stesso cinema arlecchino l'anteprimissima dell'ultimo Gilliam (passato in sala solo mesi dopo), con tanto di Gilliam in sala, a tre euro e cinquanta, non fece la metà delle presenze dello sconosciuto coreano a dieci euro, ma accompagnato dal pesce veloce del baltico. Credo che aprirò un cinerante. Un ristìmena. Un mangia e vedi. Insomma, nonostante decenni di prosperità, le necessità primarie da soddisfare sono sempre le stesse.

(3/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 13:23 | link | commenti (2)
categorie: cinema, commedia, estremoriente
giovedì, 08 maggio 2008

Gerry (Gus Van Sant 2002)

Due ragazzi si perdono nella Death Valley. Già il fatto che di un film si possa scrivere una sinossi soddisfacente con sette parole, fa dello stesso un buon film.

A quanto ho capito è il film con cui Gus salta il fosso. La presenza di Damon e Affleck (anche qui Casey) non dico che è inutile, ma è evidentemente l'ultimo flebile legame con le regole della drammatizzazione. La figura umana è necessaria all'attenzione dello spettatore (e il singolare si discosta poco da una realistica stima del pubblico pagante. In Italia arrotondiamo per eccesso, perché il film non è stato distribuito), ma è chiaro che quel che interessa al regista è l'ambiente ed il vuoto da esso contenuto. Se prendiamo Fata Morgana (Herzog 1970) (terza e quinta foto), lì del confronto con l'essere umano si fa completamente a meno. Paesaggio altrettanto spettrale e desertico (il Sahara, nella fattispecie), ad Herzog basta lo sguardo della macchina da presa per sottintendere la presenza umana aliena. Nella seconda parte del film sono presenti esseri umani, ma questi vivono lì, hanno già accettato le regole dell'ambiente e ne portano visibili i segni.

In Fata Morgana non c'è nessuno a raccogliere la sfida dell'Inglobante, solo Herzog a testimoniarla, in Gerry Van Sant mostra invece l'inadeguatezza degli intrusi. I loro primi scambi verbali (il logos, la ragione) riguardano una puntata de La ruota della fortuna e un videogioco stile Civilization. E' chiaro che non partono bene, le loro armi sono spuntate. E intanto il mondo si esprime col vento, con le ombre, le nuvole, il tempo; non in senso metereologico, il trascorrere temporale rappresentato dal passaggio velocizzato delle nuvole e dai giochi di luce che produce sulla terra. E specialmente si esprime con la sua immensità, Inglobante che fagocita i personaggi fino a farli sparire in un impietoso campo lunghissimo.

Van Sant accompagna la descrizione solo con una scarna colonna sonora in inizio e fine film e nel mostrare adopera lunghi pianisequenza, ad assicurare la presenza di numerosi dettagli casuali. E' rigoroso, quindi, nella visione documentaristica, mentre lascia che la parte narrativa sia fatta solo di indizi, senza imporre una lettura privilegiata.

(3,5/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 15:23 | link | commenti (15)
categorie: cinema, altrocinema, documentario, drammatico
lunedì, 05 maggio 2008

Il Treno per il Darjeeling (Wes Anderson 2007)

Sono rimasti davvero in pochi a lavorare alla scrittura e alla struttura come sa fare Wes Anderson, con lo stesso impegno e la stessa coerenza. Il suo modo di mostrare è spudorato, la regia è in evidenza con le inquadrature frontali, i carrelli, i ralenti, i colori accentuati, i costumi eccentrici. Anderson crea il suo mondo, totalmente artificiale e cinematografico, in qualche modo espressionista. Eppure il suo è un lavoro di sintesi, tutti i suoi artifici concorrono a dare ai suoi personaggi una credibilità, uno spessore, una vera e propria personalità che opere con toni più realisitici o drammatici non riescono a creare. Anderson ama tutti i suoi protagonisti e ce li fa amare, non costruisce mai una figura totalmente negativa, fa a meno dell'antagonista, il suo cinema iperespressivo interiorizza il conflitto.

I personaggi di Darjeeling crescono nello spettatore, osservato a sua volta dai numerosi sguardi in camera, come se la curiosità e lo studio fossero reciproci. Una prima parte ironica e brillante, senza il minimo passo falso e senza interruzione di ritmo, crea una tale complicità da renderti totalmente vulnerabile ai cambi di registro o alle vicende drammatiche. Il tutto senza mai cadere nella forzatura, nell'esagerazione. Diabolico, il regista ha piazzato una bomba ad orologeria sotto il tuo sedere, mentre ridevi, e tu non te ne sei accorto.

Ma l'operazione di Anderson è ancora più complessa, con la costruzione di assonanze narrative che accomunano tempi diversi, la capacità di adoperare una sorta di raccordi empatici fra le scene e anche di inserire momenti autoironici e metafilmici (parentesi con spoiler: Murray che letteralmente perde il treno per un suo nuovo film con Wes, Wilson che fa il verso ai viaggi spirituali in cerca di se stessi, per poterli quindi reinventare, le carrozze del treno, in una delle ultime scene, che come nella sezione del sottomarino di Zissou mostrano tutti i personaggi, il racconto di Schwatzman, che ha la fine, ma gli manca l'inizio...tutta roba meravigliosa). E' uno che inventa cose nuove, possibilità che in molti credono ormai estinta. E poi mi ha messo un groppo in gola come non sentivo da anni.

(5/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 16:13 | link | commenti (19)
categorie: cinema, commedia, altrocinema, drammatico
giovedì, 01 maggio 2008

Shine a Light (Martin Scorsese 2007)

La storia la conoscete tutti: i Rolling Stones si introducono col favore delle tenebre nella villa di Ringo Starr per svaligiarla. Ringo parte alla ricerca del suo tappeto, che dava davvero un tono all'ambiente, e strada facendo si prepara dei piatti niente male tagliando sottilissimo l'aglio con una lametta da barba.

Sono notevoli questi Stones, sempre uguali a loro stessi, da tossici in galera a tossici a concertare per l'ex presidente degli Stati Uniti, per sola intercessione del tempo. I loro sguardi sono gli stessi, da che pellicola ricordi. Richards è un ragazzino contento di essere ormai intoccabile, Wood tiene botta facendo il musicista del gruppo. Jagger lo ricordo in uno stranissimo film del '70, Sadismo (in originale Performance). Lessi che si era tanto lasciato prendere dall'atmosfera malsana del film da non riuscire più ad uscire dal personaggio. Watts è il mio preferito, guarda sempre un punto indefinito dietro la tua testa, sembra fatto di cera ed è il batterista dei Rolling Stones. Jagger a concerto finito gli chiede "vuoi dire ciao?" "ciao" "parla!".

Fra gli ospiti un Buddy Guy che dall'alto del suo blues appena apre bocca sovrasta qualsiasi cosa.

E nella parte di se stesso Scorsese. Ha costruito un gran monumento.

(4/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 12:35 | link | commenti (6)
categorie: cinema, documentario, musical
martedì, 29 aprile 2008

Paranoid Park (Gus Van Sant 2007)

Più ci penso più mi piace. Eppure Van Sant i cliché ce li mette tutti, qui come in Elephant: genitori separati, chi se ne frega dell'Iraq, adolescenti diafani dallo sguardo vacuo, come nelle pubblicità patinate di molte case di moda e di qualche profumo. Ma tutto è utile al suo cinema di sospensione, al suo interessarsi alla quiete apparente prima di un'esplosione che non  vuole raccontare; e all'interno di questa sospensione isolare momenti definiti, dilatarli col ralenti o trasformarli coprendoli con un pezzo di Rota, costruendo una drammaticità del tutto personale. Sono vietate le espressioni emotive estreme, il pianto quanto il riso, anche i cadaveri hanno nello sguardo solo la muta constatazione della loro condizione.

Christopher Doyle regala quelle immagini che tanto ci piacevano in Kar-Wai, quando significavano qualcosa, e qui significano qualcosa. L'incipit ricorda parecchio le prime scene di All About Lily Chou Chou, capolavoro di Iwai, con i prati verdi, le inquadrature inclinate, le luci naturali ma sintetiche, la grana del digitale, il tappeto musicale elettronico. Magari l'ha visto anche Van Sant, o lo stesso Doyle.

Non stravedo per la componente didascalica a mostrare l'atarassia adolescenziale e la disgregazione familiare, anche se il flippatissimo bambino tredicenne ha il suo perché. Ma trovo questo film davvero bello quando in uno scambio di battute non mostra il controcampo, quando si perde nel primo piano di un volto ghiacciato e sconosciuto nel mezzo di una conversazione, quando pur raccontando qualcosa e soffermandosi sui dettagli il regista dà l'impressione di star filmando un campo vuoto, la sua idea di cinema.

(4/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 16:09 | link | commenti (11)
categorie: cinema, altrocinema, drammatico
lunedì, 28 aprile 2008

Gone Baby Gone (Ben Affleck 2007), Them (David Moreau, Xavier Palud 2006)

Spoiler per Gone Baby Gone.

Il film di Affleck non mi ha convinto, mi ha trasmesso un senso di fastidio, ma qualcosa m'ha lasciato, quindi non posso dire sia brutto. Comincia bene, ed oltre a ricordare necessariamente Mystic River per i contenuti (entrambi i film sono tratti da scritti di Dennis Lehane), ricorda, più sorprendentemente, anche la regia classica e solida di Eastwood. Dopo le fasi più descrittive, è l'intreccio che non mi convince. Tutto è rivolto alla costruzione di due ricatti morali, due conflitti fra legge e istinto, norma esterna ed interna. Nella fattispecie la possibilità di ergersi a giustiziere nella foga della vendetta (cosa che va a toccare anche la legittimità della pena di morte. Metti un uomo incazzato e con una pistola dietro la nuca di un pedofilo assassino ed avrai un ottimo argomento per l'esecuzione) e la possibilità di influire sulla vita di una bambina lasciando prevalere il giudizio personale sulle leggi che tutelano i diritti familiari. Conflitti in realtà fittizi, se la norma giuridica è necessarimente generale ed astratta, mentre la costruzione del film vuole solo dare enfasi al caso particolare. Buona parte del film si perde quindi nella costruzione della sua tesi e nel sottolineare colpi di scena che poi così sorprendenti non sono.

Them è un film de paura che ricava gran parte della sua inquietudine nel dichiararsi ispirato a fatti realmente accaduti. Ho letto di tanta gente coi sudori freddi, quindi mi ero preparato al peggio, ero già spaventato e tenevo il volume basso. In realtà dopo poco si prendono le misure, e il film non fa più tanta paura. Rimane la dimestichezza nel creare atmosfere inquietanti con poco, ma senza grandi colpi di genio: le solite grosse case, i boschi, i cunicoli delle fogne, lo sfuttamento dell'umana paura del buio, la stupidità dei protagonisti degli horror codificata da Wes Craven.

Gone Baby Gone: 2,5/5

Them: 2/5

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 14:55 | link | commenti (3)
categorie: cinema, horror, drammatico
domenica, 27 aprile 2008

La Zona (Rodrigo Plà 2007)

D'istinto un film messicano che evoca la Zona tarkovsijana genera una dissonanza con cui fare i conti. Nessun regista dal sangue caldo dovrebbe accostarsi ai capolavori di Andrej. Superata l'idiosincrasia e accettata la visione, quello di Plà è un film importante e ben fatto. Il riferimento a Stalker non so se sia realmente ricercato; anche qui la Zona è un posto dove si realizzano i sogni, dove i tuoi desideri più oscuri vengono smascherati e dove le leggi comuni non valgono. A parte queste possibili interpretazioni, quello a Stalker rimane, se c'è, un omaggio onomastico.

La Zona è un quartiere di Città del Messico, iperfortificato, dove i messicani ricchi si nascondono dai messicani poveri. La paura dell'altro e la creazione di una sicurezza armata sono rimasti, a livello globale, gli unici campi di propaganda e di intervento governativo, senza la possibilità nè tantomeno la volontà di intervenire su quelle disparità sociali alla radice di tali paure e conflitti.

Tre ragazzi entrano nella Zona per compiere una rapina, due vengono uccisi, uno viene braccato. Nella foga dei residenti più giovani, pronti ad armarsi per andare a caccia dell'infiltrato, si legge un riferimento a Stand by Me: se nel film di Reiner il rito di passaggio consisteva nella ricerca del corpo del coetaneo, e in un certo senso salvarlo, qui il coetaneo è da accoppare.

Oltre la comunità, al centro della condanna, disposta a lasciarsi manipolare ed a rinunciare alla propria umanità per mantenere i propri privilegi, non fanno figura migliore la polizia ed i rappresentanti del potere costituito. Film cupo, coerente e realistico pur mantenendo i ritmi di una narrazione classica.

(3,5/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 15:19 | link | commenti (2)
categorie: cinema, drammatico
sabato, 26 aprile 2008

La Famiglia Savage (Tamara Jenkins 2007)

Altro film fieramente indipendente, dallo spessore ed il destino opposto all'opera di Reitman. Basti pensare che in mancanza di facile clamore in Italia non ha raggranellato neanche trecentomila euro. La locandina colorata, la regista donna, il tema autobiografico potrebbero far pensare a Miranda July, ma fortunatamente non ha niente a che vedere neanche con lei. La Famiglia Savage è un film solido, personale e riuscito.  Tratta temi forti (anzianità, morte, rapporti familiari, mancata realizzazione personale) senza sminuirli e senza cadere nel melodrammatico. Protagonisti middle class  fra cui un professore universitario che non ha la faccia e la giacchetta di un Hugh Grant, ma il viso e la cervicale di P. S. Hoffman. Hoffman leggermente sottotono e Laura Linney leggermente sopra, restituiscono un equilibrio e un'efficacia che sono la cifra del film.

(3,5/5)

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 14:07 | link | commenti (9)
categorie: cinema, drammatico
venerdì, 25 aprile 2008

Gli Inguardabili, n.4

il primo è facile

3ciento - chi l'ha duro...la vince: qui l'apporto creativo nella titolazione italiana è davvero coraggioso. l'idea è terribile, ma diffondere un film con un titolo così significa avere una visione incantata della vita. nel Paese papista in cui ci si scandalizza di tutto, un gioco di parole di infimo ordine sul cazzo tosto, diffuso a caratteri cubitali su locandine a nord e sud di Roma. Avessero anche messo come sottosottotitolo tira più un pelo di fica... magari sarei andato a vederlo.

L'originale è nomato con un banale Meet the Spartans e rientra nel genere in crescita delle parodie che non fanno ridere. Selezionati gruppi di adolescenti lo apprezzeranno e si sbellicheranno. Fate una lista di questi, depennate quelli che ridendo sono soffocati facendosi fuori col pop corn, quelli rimasti saranno i nomi della prossima classe dirigente. Ne sono sicuro.

Gli altri non so dove li abbiano presi. Una quantità di titoli di cui non so e non voglio sapere niente. Comunque direi che Una Sposa Fantasma, Tutti Pazzi per L'oro, L'anno Mille, sulla fiducia configurano una settimana pesante da digerire.

In compenso, venerdì prossimo dovremmo finalmente poter vedere il pluririmandato film di Anderson.

postato in SlowFilm da: iosif alle ore 21:19 | link | commenti (4)
categorie: cinema, gli inguardabili