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Sono un mentiroso, ho visto un altro di film col Texas e i Messicani. Però questi sono Messicani zombie. Zombie infettivi e pustolosi.
Il film è praticamente uguale alla seconda parte di Dal Tramonto all'Alba, ma più schifoso. Film che mi divertì molto, dal tramonto all'alba, vuoi perchè la prima parte era ottima, vuoi perchè l'hanno fatto prima, vuoi perchè avevo undici anni in meno. Allora tutti facevano confusione e dicevano che era un film di Tarantino, oggi la crescente consapevolezza globale non permetterebbe mai una svista del genere. Ma soprattutto, il film fu trattato da tutti come una merda, mentre Grindhouse è un omaggio al genere, una grande prova registica, quantomento un acuto affresco metacinematografico. Infatti non è più tanto divertente.
Dimenticavo, c'è anche Josh Brolin. Devo uscire da questo brutto giro.
(2/5)
California Poker è l'Altman immediatamente successivo a quel capolavoro che è Il Lungo Addio. Elliot Gould e George Segal dedicano la vita al gioco d'azzardo, in maniera spontanea e totale, affrontando con uguale entusiasmo qualsiasi vicenda della vita, da un pestaggio (da dare o ricevere) alla spedizione al casinò. Tutto sembra così necessario da dare all'opera un sapore romantico. Il tutto è strano, sembra quasi girato per caso, come se si trattasse di un'istantanea, e non di un film che per natura ha bisogno di costruzione e consapevolezza. Da un certo punto di vista, per questo suo essere sempre decentrato, California Poker bisogna farselo piacere più di testa, non ha l'immediatezza e la completezza del precedente e la struttura prevale sui personaggi. C'è qualcosa di sadicamente geniale nella strenua frustrazione delle aspettative, con la creazione dell'attesa per una fondamentale partita a poker a cui alla macchina da presa non sarà dato assistere. Gould è comunque monumentale, grandi tempi comici e grande incassatore. E rispetto allo scetticismo seguente la visione, ora mi sta venendo voglia di rivederlo.
Lettere da Iwo Jima mi sono sentito in obbligo di recuperarlo. Flags of Our Fathers lo trovai davvero pessimo, tanto da non lasciarmi nessuna voglia di vedere l'altra faccia della medaglia. Che è brutta in modo diverso. Se Flags è un film di propaganda travestito da antibellicista, Iwo Jima è banale e inutile, un'opera vuota che si dovrebbe reggere su un paio di "amare riflessioni" vere come una banconota da quindici euro. Direi che a parte gli Spietati e Un Mondo Perfetto l'Eastwood regista mi risulta prescindibile.
Le Tre Sepolture è stato in buona parte una sorpresa. Ancora caldo e messicani, vista l'aria che tira mi aspettavo qualcosa di truce. Invece, una volta prese le misure, risulta un film personale e particolare, con un registro più lieve del previsto, per molti versi una favola nera, convincente e senza fronzoli. Che poi fa sempre piacere vedere questi americani che girano per il loro paese, macinano un sacco di brulli chilomentri, e trovano loro stessi. Fanno la loro figura. Forse uno dei miei problemi è che mi muovo troppo poco. Fatto sta che, belli sì, ma questi ultimi film mi hanno lasciato la gola secca. I prossimi credo che saranno on the rocks, con ghiacci islandesi, o almeno con un po' di mare taiwanese.
E ora, qualcosa di completamente diverso. Una sentita critica alla situazione politica e al Paese tutto. E trovandoci nel Tempio del Cinema, anche a tutti quelli che erano nella mia stessa sala, negli ultimi due tre film che ho visto.
California Poker: 3/5
Iwo Jima: 1,5/5
Tre Sepolture: 3,5/5
L'ultima puntata di Lost di cui ho subito la visione (la 4.4), mi ha così colpito che mi sono sentito in dovere di indagare.
Anche Lost ha risentito del prolungato sciopero degli sceneggiatori americani. Per correre ai soccorsi, la produzione ha dovuto far ricorso ad uno staff di autori datteri. Ecco una foto della riunione creativa alla base delle ultime puntate di Lost.

Notate come le parole di queste creature rimangano impressionate sulla pellicola fotografica. Pare sia una caratteristica dei datteri. Non smetteranno mai di sorprenderci.
I datteri hanno anche ideato una strategia a lungo termine, per le prossime serie di Lost. Dopo aver indagato il presente, il passato ed il futuro dei protagonisti, i datteri hanno ideato la struttura che sarà alla base della quinta serie. All'inizio di ogni puntata verrà trasmesso questo cartello, composto dai datteri in un discutibile marrone su blu.

Il 2007 i film migliori se li era tenuti per il 2008. Buono così.
A volte i film escono in coppia, legati da un tema o da un’idea. Tipo Fight Club e Sesto Senso, Jesse James e Yuma, La Sottile Linea Rossa e Soldato Ryan (che la dicono lunga sulle differenze fra Malick e Spielberg), Bug’s Life e Zeta la Formica, altri duecento nomi a corroborare questa inutile ipotesi, e poi anche Il Petroliere e Non è un Paese per Vecchi. Entrambi sono latamente western ed entrambi nei primi venti minuti lasciano recitare la terra, le rocce, il cielo, con inquadrature in campi lunghissimi e personaggi persi nell’ambiente, schiacciati al suolo. Poi riprendono la dimensione umana, ma Vecchi, al contrario del film di Anderson, prosegue secco come un osso. I Coen, finalmente ritrovati dopo film fra il quasi imbarazzante e l’imbarazzante pieno, tornano dalle parti di Barton Fink, Crocevia della Morte e Fargo, ma con piglio ancora più fondamentalista. Il loro cinema non è mai stato così asciutto: totalmente privo di colonna sonora, No Country conserva i personaggi caratterizzati e gli intrecci complessi, ma lavorando di sottrazione, suggerendo corrispondenze senza deviare dalla linearità della storia principale. Vecchi sta ai Coen come Straight Story sta a Lynch: un’impostazione registica e narrativa ormai consolidata e conosciuta si manifesta non facendosi maniera, ma al contrario mettendo tutto sotto traccia.
Sono film orizzontali.
In No Country Tommy Lee Jones racconta storie e partecipa alla creazione di una storia nuova, storie senza morale e senza una fine, cose che accadono al di là anche della volontà di chi le mette in atto: l’affidarsi ad una monetina, il ritrovare una valigia piena di soldi e doversi adattare ad una situazione che non lascia margini decisionali. E si vive tutto con una sorta di stanchezza e meccanico distacco, distacco massimo se sei il maniaco Bardem, ma anche distacco del vecchio Jones, restio ad entrare in una meccanica che lo sfiorerà soltanto, tenendolo come commento in campo (molto amato dai Coen, tipo il cow-boy di Lebowski o la coppia di vecchi al bar in Mister Hula Hoop).
Ottimi tutti gli attori, anche Harrelson che, dopo essersi fatto saltare il culo da solo, senza avvertire nessuno, in Thin Red Line, ripropone la sorpresa.
Gran film, da rivedere.
P.S.: c'è qualcosa di inquietante nel fatto che i film americani continuino a proporre parabole sui loro antimiti fondativi, con ricchezze che nascono dal sangue e schizzati, perfettamente a loro agio nell'anonimo interland, che ammazzano persone come se fossero bovini. La cosa inquietante è che in queste analisi sociali e storiche, trasfigurate nei migliori virtuosismi registici, risultano credibili. Eppure non sembrano coscienti, gli americani, di avere (anche) questa immagine, per il resto del mondo. Non so bene cosa significhi. A parte che in Italia, salvo rare eccezioni, cercano più che altro di convincerci che stiamo camminando tre metri sopra il cielo.
(4/5)
Breve tirata sul cinema: a Napoli mi lamentavo della sala 4 del Modernissimo, l’unica al mondo dove i secchielli di pop-corn sono più grandi della sala stessa. Devo dire che Bologna ha dato tante soddisfazioni, col Lumiere, il cinema in piazza Maggiore e quant’altro, ma confinare Il Petroliere alla 2 del Rialto è davvero tagliare le gambe allo spettatore. In senso in alcun modo figurato. A metà del primo tempo è entrato un contadino, una lacrima sulla guancia, ha sospirato “un tempo qui era tutto multisala”. Lungi da me attaccare il patrimonio artistico culturale architettonico, ma quando sono andato al cesso era chiuso, ci stavano costruendo la sala 3 del Rialto.
Il Petroliere. There will be spoiler.
Citazioni obbligatorie: i primi 20 minuti senza parole, l’incendio della torre. È un film possente, notevole anche solo per queste scene. Non vado pazzo per Anderson, Magnolia non mi piacque. È capace di una regia solida, ma si lascia andare a troppe variazioni di registro, tende a strafare. Anche Il Petroliere non è perfetto, ma è senza dubbio il suo miglior film. Daniel Day-Lewis è il cattivissimo sovrano della pellicola e qualche volta ruba la scena anche alla terra, al fango e ai morti.
Due sono i principali momenti di rivelazione del personaggio, sottolineati dallo stesso brano di Greenwood (bellissima la colonna sonora che in più occasioni sembra doversi arrestare, e invece si dilunga dando compattezza ed identità ad intere sequenze): nella terra brulla, con una gamba rotta, perduto in un paesaggio deserto, in mente ha solo la follia della ricchezza; nel battesimo del fango, quando pesta il prete e mostra tutto il suo disprezzo per il genere umano (da lì si accentueranno i toni grotteschi).
There will be blood parte come un’epopea capitalista, all’inizio si potrebbe leggere la figura come un Kane, pericoloso, cattivo, ma umano. Qualcosa che comunque incute rispetto. Poi, e questa è una cosa buona nel film, l’epopea viene smontata e tutto assume un’altra dimensione: l’uomo rude che si è arricchito col suo sudore e la sua mancanza di scrupoli non è una figura epica e carismatica, viene ridimensionato ad un purissimo schizzato omicida che non ha mai avuto altro interesse che non fosse se stesso. Anche quelle che potevano sembrare azioni ispirate alla difesa del proprio sangue (il figlio, il fratello), sono in realtà reazioni violente a presunte offese alla propria persona, che è Daniel stesso a creare per i suoi sfoghi . L’unico sangue che interessa Daniel, come spesso afferma, è il petrolio.
C’è da credere che il film mostri non una parabola discendente del protagonista, ma semplicemente diluisca gli indizi per la giusta interpretazione dello stesso. Di fatto il suo rapporto con il mondo, e viceversa, non cambia. Quando nell’ultima scena il maggiordomo lo scopre ad omicidio compiuto, sostanzialmente non fa una piega. E proprio nell’ultimo assassinio si mostra il definitivo distacco dal genere umano: Daniel non è altro che la scimmia kubrickiana dallo sguardo spiritato che frolla tapiri con una clava. Tutto ciò, proprio in virtù di una costruzione iniziale di diverso registro, configura una critica demitizzata, grottesca e realistica, del sogno americano (occidentale, o mondiale), ridotto a pura sete di sangue.
(4/5)
Preso dall'entusiasmo per 4:30 tradussi i sottotitoli di 15. Per chi fosse interessato, ora sono disponibili su Asian World, precisamente qui.
Fifteen, primo lungometraggio di Royston Tan, tratta di gang giovanili di Singapore, di disagio, di musica techno, di droga e di karaoke. Ma la cosa più interessante è come ne parla. Il regista (classe ’76) dice di sè che da giovane avrebbe voluto essere Wong Kar Wai. In effetti le inquadrature grandangolari e sbilenche, i colori ghiacciati dal neon, la macchina da presa incollata ai personaggi, a coglierne espressioni ed umori, ricordano Fallen Angels ed Hong Kong Express. Più estremo nell’inserire scene accelerate, effetti da videogame e anche un inserto d’animazione, stupisce come questa struttura riesca a conciliarsi con una tematica estremamente reale e quasi documentaristica, dal momento che i protagonisti sono non professionisti e recitano le proprie vite.



A Silent Super 8 Film.
Negli extra di Stranger than Paradise di Jim Jarmusch questo making of, girato dal fratello Tom. Tanta neve, jim jarmusch che sistema macchine da presa assieme alla troupe, john lurie dentro auto sfasciatissime, richard edson che mostra ripetutamente il dito medio, tutti che fumano, pellicola sgranatissima e silenzio assoluto.
Magnifico.
Ho estratto qualche immagine.





Prima di scrivere su Missouri Breaks, visto pochi giorni fa, ritorno a I Compari, visto poco più di un anno fa.
Quest'opera di Altman del '71 con i suoi tempi, i suoi paesaggi, le sue esplosioni di violenza avvolte dal ghiaccio e dalla neve, la musica di Leonard Cohen a raccontare la sospensione dei personaggi e dei luoghi, crea una malinconia avvolgente e disperta che trasforma il film nella rappresentazione e trasmissione di uno stato d'animo. Tutte le teorizzazioni sulla fine del west e dell'immagine-azione, sul perdente che sostituisce l'eroe, sul declino del sogno americano e le nefandezze che sono alla base dello stesso, sono qui applicabili. Ma non è questo che rimane del film, che con la sua bellezza cinematografica, comunicabile solo attraverso la visione, rende minime queste riflessioni ed esalta tutto quello che è evidente. Altre volte Altman sarà ironico, ma qui crea un mondo originale, non derivativo, dove Beatty non è solo un loser, ma soprattutto un indeciso, uno che non sa che ruolo scegliere e lascia che siano gli altri a farlo per lui. Si adegua alle aspettative fino alle estreme conseguenze, senza nascondere il suo disagio. Una costruzione che sarà ripresa, in tono allucinato, da un'altra grande opera, Dead Man di jarmusch. Anche lì un'epopea casuale e realistica fatta di duelli incerti e morti occasionali, una guerra minimale perduta nella natura.
Cinque anni dopo il film di Penn si colloca nello stesso filone. Stranamente, pur schierando Brando e Nicholson, il film non è fra quelli normalmente citati. Non è un capolavoro come McCabe and Mrs. Miller, ma è un buon film. Personaggi meno complessi, quasi svuotati nel loro tenere il ruolo (il buono ladro di cavalli ed il cattivo bounty killer), ciascuno perso nei propri conflitti personali. Non mancano scene sui generis, come un improvvisato assalto al treno che ricorda nell'ironia la goffa fuga dopo la rapina in banca di Gangster Story. Fra le chicche Brando, cacciatore pazzo e sadico, più sopra le righe rispetto ad un misurato Nicholson, ci si presenta vestito da donna, con tanto di gonna e cuffia, abbigliamento che sarà ripreso, anche questo, in Dead Man da Iggy Pop.
Nella forma del western personaggi moderni, dubbiosi, vittime e fautori di violenza senza ideali, si muovono in una terra che non è più capace di fare promesse, ma solo di esprimere le loro paure.
I Compari: 5/5
Missouri Breaks: 3,5/5

Il cielo è sempre più blu (film "corale" anche quello), nel '95, fu uno dei primi film che vidi direttamente da videocassettona piratata. Nello stesso anno, sempre in blu, mi presi anche la videocassettona piratata di blue in the face, dopo averlo visto al cinema, perchè al tempo pensai fosse il film più geniale del mondo. E comunque le "vedute di Lou" (Lou Reed inventa degli occhiali senza lenti, da poter usare contemporaneamente a un binocolo) ed il modo in cui Jarmusch spiega come fumano i nazisti dei film (tenendole minacciosamente fra pollice e indice), rimangono delle perle. Dopo aver provato strenuamente a vedere anche questo Grimaldi col culo piazzato su un'abusivissima poltrona domiciliare, mi sono dovuto rassegnare ad andare al cinema. Vedendo così il mio film italiano per il 2008.
Non è che sia malissimo.
Non avendolo letto, posso dire che il libro da cui è tratto è un bluff. Quel che salva il film sono le accortezze cinematografiche, e su tutto qualche battuta detta coi tempi ed i toni giusti da Moretti e Orlando. Poi ci sono scene rozzissime, come la lezione sull'irreversibilità e la scena dell'anello nel tombino. Le cose migliori sono quelle solo accennate, mentre gli approfondimenti sulla vita lavorativa del protagonista (fusioni e promozioni) non possono fregare di meno. Salvo l'ingresso di Polanski che fa la sua porca figura.
In una storia borghese l'unico dolore di universale rilevanza e quindi di facile impatto rimane, per defualt, l'elaborazione del lutto (come ne la stanza del figlio). Il film sfrutta questo per darsi una base, ma il coraggio di lasciare un po' le cose in sospeso qualcosa di buono lo dà.
Se sarò l'unico a non parlare di Moretti che scopa e chiudo qui va bene lo stesso, ok? ok.
(2,5/5)

Questo film coreano del 2006 è per molti versi l'opposto di Cloverfield. Molto ben strutturato, unisce ritmi "occidentalizzanti" ad una costruzione e ricerca dell'immagine più tipicamente orientale. Qui tutto è visibile: il mostro, agile e ben realizzato (e che addirittura lavora di giorno; molto bella la prima scena, con la caccia in piena luce), è una sorte di pesce-anfibio mutante, le sue origini nell'inquinamento dell'uomo. Tematiche ambientaliste e sociopolitiche, con tanto di sberleffo agli U.S.A., reggono un film che riesce a conciliare lati comici, sentimentali ed horror, senza lasciarsi andare nè a spiegoni nè a inutili e criptici buchi.
Adesso devo riposare, due mostri in due giorni sono impegnativi.
(3,5/5 in assoluto, 4,5/5 nel genere)
Quattro parole: cagata, 11settembre, blairwitchproject, lost.
La prima è il giudizio sul film, le altre tre esauriscono le citazioni obbligatorie, quelle per far capire che ho capito. Anche io ho saputo dell'11 settembre, ma il film è comunque una bufala.
La storia è quella di un enorme mostro mutato per le radiazioni che si chiama Godzilla che rade al suolo Tokyo...
No, la cosa è MOLTO più raffinata: la storia è quella di un enorme mostro nato non si sa come e addirittura senza nome che rade al suolo Manhattan. Inquietante, vero? no.
Dall'inizio. Il film è girato tutto in simil-amatoriale, con una telecamerina a mano. Sappiamo che è una telecamerina, ma l'effetto è più quello di una microcamera inserita negli occhiali, quelle delle candid, o sospesa e dondolante tramite un piercing al glande. Fatto sta che io una videocamera ce l'ho e la totale impossibilità di tenere un soggetto all'interno del quadro non l'avevo ravvisata. Non mi sto riferendo a quando la Creatura si magna tutto, ma ai primi 20 minuti di film. I primi 20 minuti, pari a un terzo della durata complessiva, consistono in un filmino di una festa. Registrato con una videocamerina. Cioè un vero filmino della festa. Girato da un demente. Cioè un vero filmino della festa. Splendido. Poi comincia la mattanza. Il più fesso del gruppo, per la prima volta con una videocamerina in mano, decide di registrare tutto e commentare con frasi memorabili. Perchè l'altra grande genialata del film è che anche la sceneggiatura è amatoriale.
In generale i film di mostri devono convivere con un senso di insoddisfazione. Per quanto un mostro possa essere grande, lo si può immaginare MOLTO più grande. Anche il doppio. E' un problema di carattere quantitativo che praticamente non ha soluzioni. Nel film l'intoppo è relativo, perchè il mostro non si vede quasi mai, così è molto più metaforico. In generale potremmo dire che questo film è così metaforico che praticamente non c'è un cazzo da vedere.
Senza disseppellire Blair Witch, che piuttosto scoprì che l'uomo ha paura del buio (mentre Cloverfield sfrutta l'amore dell'uomo per i pipponi), in molti hanno favorito l'immedesimazione nelle scene "d'azione" adoperando uno stile di ripresa lontano da quello cinematografico, più simile ai documenti che ci mostrano la realtà di alcune situazioni. Chi mi viene in mente è Mann, che in momenti anche inattesi nel bellissimo Collateral e molto più spesso nel brutto Miami Vice passa al reportage giornalistico, con le scene e la grana che siamo abituati a vedere nei tg, nei servizi sulla guerra. Nel film di Reeves l'immedesimazione è al massimo, con l'obiettivo del telefonino che solitamente riprende le mani nei culi delle professoresse prima di passare su youtube. Eventi che acquisiscono poi, giustamente, rilevanza quantomeno nazionale, e nell'esplorazione dell'ignoto si pongono una spanna sopra Cloverfield.
Si potrebbe dire altro: Cloverfield Vs Dogma, Cloverfield Vs il cinema, ma credo sia meglio non sbrodolare troppo.
Pare ne stiano già girando la seconda parte. Speriamo il mostro sia un po' più grande.
(1,5/5)

Iersera ci siamo attrezzati con un abbondante vassoio di sashimi, accompagnato da wasabi e salsa di soia, e una buona bottiglia di muller thurgau, vino tipicamente giapponese. Il tutto per affrontare al meglio l'ultimo Kitano.
Se ne possono dire cose opposte, stimarlo per il coraggio o schifarlo per la presunzione, entrambe le reazioni sarebbero giustificate. Ed in realtà coesistono.
L'operazione ha molto in comune con Takeshis', ma se il (meta)film del 2005 era prettamente autoreferenziale, stavolta si gioca sui generi, e la ricerca sconclusionata di un copione che sia gradevole al pubblico è esplicitata da una voce over. Nella prima metà vengono accennati una decina di incipit differenti: stile Ozu, in b/n ("ma a nessuno può più interessare la storia di una persona che se ne sta a bere tè e sakè. Fra l'altro la classe media non esiste più, esistono solo i ricchi e i poveri"), l'horror che piace tanto rifare agli americani, la fantascienza, il film anni '50, il wuxia, svariate storie d'amore, tutte troncate da riflessioni secche sull'inadeguatezza del progetto o da inattese divagazioni. Kitano ha fatto tutto, ha detto di non voler più fare film yakuza, e quello che vuole mettere in scena è solo la sua confusione. Prendendoci e prendendosi spietatamente per il culo. Nella seconda parte si assesta su un plot ancora più lunatico, molto alla Getting Any, e in generale molto televisivo.

Credo sia l'unico suicidio cinematografico perfettamente consapevole e ricercato. E riuscito, dal momento che il film, oltre che in Giappone, è stato visto solo in una manciata di festival. E con tutto il bene che gli si vuole, è evidente che la cosa è portata avanti con una certa noncuranza. Se Takeshis' ha per la massima parte una regia paragonabile alle opere precedenti (ed ha una vena amara), Kantoku è spesso buttato lì come viene (ed è in toto una minchiata). Ed alcune gag sono davvero agghiaccianti, su tutte un pupazzo-Zidane che abbatte i suoi nemici a testate. Cose così in Italia a Natale ne piovono.
Eppure.
Eppure l'ossessione e la sincerità con cui quest'uomo si fa del male ha qualcosa di terribilmente poetico e affascinante. L'amarezza è del film nella sua esistenza, quella di un amico che fa seppuku, facendo realmente del male alla parte di lui che ti è dato conoscere. Kitano mostra un vecchio che in animazione a passo uno si incula il cavallo di una giostra, un karateka imbranato in una scena alla Pierino, un musicista rock che adopera al posto della chitarra elettrica una enorme protesi fallica rossa. Anche se adesso, scivendo, mi rendo conto che il cavallo inculato e la chitarra fallica hanno il loro perchè. Fanno ridere. Ma andiamo avanti. Si autodiagnostica un totale disfacimento celebrale, ma ogni volta che si trova in una situazione pericolosa si sostituisce con un manichino, oggetto di angherie ed incline al suicidio. E' sostanzialmente inattaccabile. E poi "Beat" Takeshi ogni tanto guarda in camera e ti fa l'occhiolino, a te che hai visto e rivisto Hana-bi ed hai creduto nell'onnisciente Zatoichi. Che erano, però, Kitano che faceva cinema. GLORY TO THE FILMMAKER!, qui c'è solo Kitano.
Come si vuole: 1/5 oppure 4/5
Sono due film strani che vanno assieme, il primo ambientato nella Spagna del 1939, il secondo in quella del 1945. La Spina del Diavolo ha una struttura horror, Il Labirinto del Fauno fantasy, con delle invenzioni anche notevoli. Ha creato una discreta ( e di certo voluta) confusione, giacchè il film del 2006 è stato spacciato dai trailer come qualcosa di simile ad Harry Potter, e ne ho visto il dvd negli scaffali per bambini, destinati al trauma.
Del toro riesce in un difficile equilibrismo: entrambi i titoli mantengono la promessa del genere, conservando una fruibilità da mercato, ma allo stesso tempo è sempre evidente che quello che il regista crea è l'atmosfera della guerra civile, del franchismo, della seconda guerra mondiale. E' quindi giusto che protagonisti dei due film siano bambini (tutto è visto attraverso i loro occhi), stavolta privi dell'immunità cinematografica. In entrambi i film gli elementi fantastici riescono a creare una dimensione iperreale, credibile nella suggestione e nell'atmosfera, con le creature e gli esseri umani sporche della stessa terra e sottoposti a sofferenze simili. La violenza proverrà sempre dal mondo reale, con scene anche parecchio crude (nel Labirinto una testa ridotta in poltiglia con metodici colpi di macinapepe, o qualcosa di simile), ma la sensazione rimane quella di un mostrare necessario, non autocompiaciuto.
La Spina del Diavolo: 3,5/5
Il Labirinto del Fauno: 3,5/5
Una volta rassegnati all'idea che Kitano si sia defenestrato dal mercato cinematografico occidentale, rimane la consolazione del recupero domestico.
Asian World (link nella colonna di destra) ha appena rilasciato i sottotitoli di Glory to the Filmmaker (Kantoku Banzai). La versione equina è di superier.
Storia di mafia russa, regolamenti di conti, prostituzione e tatuaggi.

Se fossi una persona accorta parlerei di ossessione per il corpo e la mutazione, di dettagli simbolici e di stravolgimento e congelamento del genere. Essendo una persona distratta, mi viene più da parlare di un buon noir, con un ritmo lento inframmezzato a violenza espressa in maniera secca e diretta, attento alla fotografia, e che si prende un po' troppo sul serio, per quel che è al conto dei fatti.
Tutte le parole del cronenbergese, ibribazione, corpo, depravazione, derivavano da opere estremamente dirette (videodrome, existenz, il pasto nudo...). Ricercare le stesse cose in un cinema che non è più lo stesso, non mi sembra giusto.
E poi, perchè partono i violini ogni volta che si legge un passo dal diario della ragazza, e perchè lei scrive nella sua lingua, ma chi legge lo fa in italiano (inglese), col solito accento russo? Questi russi sono ancora più comodi degli italiani, per fare i camorristi. Gli italiani fanno casino, sono plateali, devono essere addirittura simpatici. I russi sono zitti e incazzati, danno un sacco d'atmosfera con poco sforzo.
Insomma, non è che sia brutto, ma è un b-movie, Cronenberg e il pisello di Mortensen fanno la differenza fino a un certo punto.
(3/5)
Devo dire che il film di Penn, nonostante mi sia di certo piaciuto, mi ha lasciato perplesso. Tanto che sono andato a cercarmi quel Grizzly Man che poteva essere, per come me l'ero immaginato, un'interessante pietra di paragone. In realtà le cose non sono filate lisce come pensavo, e l'unico fattore in comune temo sia l'Alaska. Andiamo per ordine.
Into the Wild è girato davvero bene, dice cose giuste, è impegnato senza essere pesante. Nel film tutto è esplicito: i riferimenti letterari, le riflessioni economico-sociali, i pensieri del protagonista, i pensieri della sorella, quelli dei genitori e tutti i pensieri che ognuno può pensare su tutti gli altri. Ed uguali sono la regia e la musica: belle, ma senza mistero, un meccanismo forse perfetto, anche nel calcolare come non apparire freddo. E' sicuramente un film importante, nel rifiuto per il consumismo e le cose, configurando il vero anti-sogno americano. Insomma, questo ragazzo era un saggio, comunicava con gli altri, giovani e vecchi, e li metteva in contatto con le proprie vere esigenze, facendone persone migliori. E per mettersi anche in contatto con se stesso se ne va in giro per il mondo, da solo, rinunciando ad un sacco di comodità. Guardatevi il film, perchè è un bel film, e sentitevi in colpa, perchè è anche giusto sentirsi in colpa. Pianificate per un po' la vostra fuga dalla civiltà e poi, nel tornare a casa, guidate con prudenza.
Grizzly Man tratta una storia solo apprentemente simile, o solo apparentemente diversa. A senconda dei punti di vista e del peso che si vuol dare al fatto che quello di Penn è un limpido film di finzione su una storia vera, il secondo un documentario vero su una storia ambigua.

Anche Grizzly Man tratta di un uomo che lascia la civiltà per andarsene in Alaska, ma il perchè è molto meno chiaro. E' evidente ad una decina di minuti dall'inizio che il documentario non è sugli orsi, nè sulla natura, nè sul rapporto della stessa con l'uomo, nè sull'ambientalismo, ma su Timothy Treadwell, che si è lungamente filmato nei tre mesi all'anno che passava a stretto contatto coi grizzly. Herzog ha colto che questa è una persona fragile e problematica, ha selezionato da più di 100 ore di girato le scene in cui Treadwell si mette a nudo, parlando dei suoi problemi con le ragazze, con l'alcool, dei tentativi non riusciti di diventare un attore, della gioia per essere ormai diventato, in un modo o nell'altro, una celebrità. Timothy, umanamente e comprensibilmente, ha molto più a cuore la propria realizzazione personale, che la salvezza degli orsi (fra l'altro al sicuro in una riserva naturale). Una volta che ci si rende conto di questo, suona strano sentire Herzog parlare di ossessioni, di sfida dell'uomo alla natura e cose del genere, perchè questa persona di certo non è nè vuole essere un Fitzcarraldo. E noi lo sappiamo perchè è stato Herzog a farcelo vedere, fino a quel momento. Qualche riserva, insomma, sull'operazione. Che in questo modo si fa ancora più complicata.
Il film è comunque interessante perchè è un'opera contorta e necessariamente controversa. Tanto controversa che, per la verità, sia per quel che riguarda Penn, sia per Grizzly Man, anche solo scrivere di opere cinematografiche che hanno ad oggetto morti vere e recenti è stato piuttosto faticoso. Specialmente se la celebrità e la forza delle storie raccontate sono dovute alla fine drammatica dei protagonisti. Quindi chiudo.
Into the Wild: 4/5
Grizzly Man: 2,5/5
Innanzitutto voglio ufficialmente ringraziare Russel Crowe. Da Il Gladiatore in poi evito di andare a vedere in prima visione i film in cui recita, anche se mi incuriosiscono, anche se il mondo dice che che si tratta di bei film. Ed in effetti questi sani (pre)giudizi mi hanno permesso di risparmiare un po' di soldi e un po' di incazzature. La cosa più stupefacente è che in questo caso Crowe non è neanche la cosa più terribile del film: il fatto è che lui è proprio perfetto per quelle americanate che si spacciano per opere complesse ed impegnate, che sono le americanate peggiori. Tipo, appunto, Il Gladiatore, A Beautiful Mind, Cinderella Man (questo però non ho nessuna intenzione di vederlo, come non vado a vedere i Natali vanziniani o neriparentiani), e c'è anche nel peggiore Mann, Insider.
Andiamo avanti.
In realtà sto dilungandomi su Crowe perchè Yuma mi ha così colpito che a distanza di 20 giorni non ricordo quasi niente. La bontà dei film cattivi è che non lasciano ricordi. C'è una situazione inverosimile e noiosa, in cui il bandito Crowe, figura estremamente complessa, se paragonata a una falena, viene catturato e deve essere scortato a Quel Treno per Yuma. Che parte alle 3:10 pm, non so da dove. Man mano che procede la cosa si fa più grottesca, e nell'ultima mezz'ora finale Crowe è costretto a salvarsi la pelle, ma salvarla anche a Bale che deve portarlo ad impiccare, ma anche fargli fare bella figura col figlio, e ogni tanto citare i Proverbi dalla Bibbia. Non fatemi dire altro, non voglio scavare dentro di me alla ricerca della noia.
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, olre ad avere un bel titolo, è decisamente meglio anche come film. Quel che si suol dire un film crepuscolare, con la storia di Jesse James a storia finita. Molto belle alcune scene, come l'assalto al treno. Una luce e del rumore che filtrano fra gli alberi, un'abitudine fra l'onirico e il deja-vu, per i banditi provati fisicamente e psicologicamente. Belle alcune attese nel grano, la grandezza del cielo e la costruzione di personaggi deboli e indefiniti, dove il titolo stesso rimarca l'essenzialità della predestinazione e la prevalenza del racconto sulla vita. Rispetto al personaggio eroico, i cui tratti sono definiti da poche azioni da tutti conosciute e giudicate, il film di Dominik preferisce soffermarsi su tutto ciò che non ha contribuito a creare il mito, ed è quindi estraneo all'idea dell'eroe.
Il film ha numerosi riferimenti nel western "contemporaneo", e anche se gli manca uno slancio per arrivare al livello dei modelli, sembra comunque un'opera piuttosto riuscita e sincera. La famosa crisi del western non è certo da imputare ai cavalli, o alle rocce o al cielo inglobante, ma al fatto che i western non hanno ancora (ri)trovato un significato. Qui ritroviamo la neve de I Compari di Altman, la sospensione del racconto fra due individui del Pat Garrett & Billy the Kid di Peckinpah, le descrizioni e i paesaggi de I Giorni del Cielo di Malick, un po' degli antieroi de I Cancelli del Cielo di Cimino (che ha chiuso l'epoca). Non a caso tutti film (immensi capolavori) anni '70, legati poco al genere e molto al genio degli autori, che hanno trovato una cornice per la loro arte. Li si può ricordare però, diciamocelo, queste cose le hanno inventate loro, e le sapevano fare meglio. L'ultimo western (che poi andrebbero scritti tutti fra virgolette, "western") a questi livelli, che io ricordi, è Dead Man di Jarmusch (anche da qui, per Jesse James, le foreste che sovrastano l'uomo e i duelli impacciati), anche questa un'opera fortemente personale, forse l'espressione più alta all'interno di una filmografia coerente nelle sue aspirazioni e nelle sue ossessioni.
Yuma: 1,5/5
Jesse James: 3,5/5