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In attesa di completare la trilogia con Europa ed Epidemic, ho rivisto l'Elemento del crimine.
Film esasperatamente formalista, l'Elemento del crimine è cinefilo e citazionista, ma così rigido nel rispettare i propri canoni da risultare originale e personale. Von Trier fin dal primo film si autoimponeva regole. Successivamente si imporrà regole per fare a meno delle regole, ma qui tutto è pianificato per rispettare la coerenza dell'opera.
La traccia noir, genere classico, è rispettata nel ricordo delle atmosfere e dei personaggi, negata dalla fragilità dell'intreccio. L'intero racconto nasce da una seduta ipnotica, ed è quindi tutto filtrato dall'interiorità del protagonista - voce narrante: l'ambiente è surreale e allegorico, marcio e caotico, è l'Europa. Tutto è giallo, illuminato da luci sintetiche ocra o manipolato in postproduzione (nei campi lunghi), con punti blu, tubi al neon, lampadine, schemi; ogni scena immersa nel nero, spesso squarciato da singoli, fumosi fasci di luce. E ovunque è acqua, pioggia, pozze, canali, fogne. Acqua tarkovskjiana, mostrata in carrellate parallele al suolo. Simbolo del tempo, qui l'acqua dell'Europa è stagnate, infetta, morta. Ed indefinito è lo spazio, quando le scene si uniscono l'una all'altra, fondendo i confini scuri che circondano ogni luogo.
Rigoroso, ambizioso e riuscito, il primo von Trier è molto più interessante di alcune sue opere più famose, dove i presupposti si fanno più radicali, ma le realizzazioni non sono altrettanto convincenti. Temi e luci simili (ancora il giallo, l'ospedale costruito sulla palude) si ritrovano ne Il Regno, probabilmente il vero capolavoro del regista.

(4/5)
Non mi va di fare sarcasmo su Wong Kar-Wai, anche se non sarebbe difficile. Su questo Wong Kar-Wai, intendo. Non mi va perchè io e il sig. Wong una volta eravamo amici, quando 16-17enne scoprii quasi per caso Hong Kong Express e Angeli Perduti, nelle registrazioni spregiudicate delle nottate ghezziane. Lì l'animismo, la poetica degli oggetti, la casualità erano originali e convincenti. Sono rimasto affascinato da In The Mood For Love, che rimane il suo migliore. In seguito alla visione di quest'ultimo devo rivalutare 2046, che al confronto è un capolavoro di freschezza e sobrietà. Avrei preferito fare sarcasmo sul brainstorming alla base dell'annichilente titolo italiano "un bacio romantico", ma quasi viene fuori che hanno ragione.
Wong realizza la perfetta raffigurazione del concetto di stile che diventa maniera. Inverte le proporzioni fra ralenti (o qualsiasi altro nome abbia il procedimento che prevede qualche fotogramma sì e altri no in un tempo leggermente dilatato) e ripresa normale. Non più sporadici fumatori controluce con lente volute disegnate dalla sigaretta, c'è da ricercare le rare sequenze fluide in un pathos spalmato senza ritegno. Più volte mi è venuta in mente la battuta di Futurama, con la testa di Pamela Anderson che ha vinto l'oscar per il film di Baywatch, il primo interamente girato al ralenti. E se mi è venuta in mente più volte, vuol dire che nel film non sono riuscito ad entrarci.
E Jude Law che trascina sacchi fuori dal ristorante come faceva Faye Wong quattordici anni fa. E la rivisitazione del tema di In The Mood for Love. E lo scivolare morboso sulle linee della jaguar, come già nella brutta scena di Ashes of Time (lì era un cavallo). Sono cose che non aiutano. I colori sovraesposti e sgranati, alla ricerca di un blues chic che è una contaddizione in termini che mai l'uomo dovrebbe sperimentare, restituiscono qualcosa di simile ad una pubblicità di sigari col bocchino. Un film di ossessioni stiracchiate e pretestuose.
Wong, smettila di cazzeggiare, ripigliati.
(2/5)
Diciamocelo, mi aspettavo molto di più.
Sì, le luci sono belle, artificiali e pulite, le inquadrature studiate, soprattutto i (pochi) campi lunghi geometrici, i colori freddi sono molto cool, ma il tutto è noioso. Passo la vita a cercare di fare lo snob, ma questi francesi sono diverse spanne sopra; geneticamente avvantaggiati. Qualsiasi cosa facciano si ammanta di una sacrale e plurisignificante aura francese.
Nuova frontiera dello snob il melodramma a impatto zero, con reazioni radicalmente contenute e musica indipendente a ideale tappeto sonoro, appena impolverato ad arte. Si fa finta di voler mettere in secondo piano una narrazione che è invece ipertrofica. E per quanto Maggie Chung abbia il suo fascino, riprendere per buona parte del tempo la sua testa risulta un modo un po' semplice per riempire il quadro.
(2,5/5)
Parlando con qualcuno che sa che il cinema mi piace, che ci perdo più tempo della media e trovo abbia un'importanza maggiore di quella già notevole di distrattore del pensiero mentre le mascelle macinano pop corn, mi capita spesso di sentirmi dire che allora dovrei vedere tutto. Non posso perdermi un Verdone o un Emmerich, sennò non so di cosa parlo. No, non funziona così. Ma attenzione, se c'è qualcuno disposto a pagarmi per vedere film, io vedo di tutto. Sono pronto anche a vedere il tuo filmino del matrimonio, e se ti fa piacere ti ci trovo anche qualcosa di deleuziano. Nel frattanto, continuerò ad esercitare il mio potere di pregiudizio, splendido esercizio che si avvale dell'esperienza e dell'astrazione.
Sono tantissimi i film che ogni settimana non vedrò, ma diciamo che questi non vedo l'ora di perdermeli.
Questa settimana una sola nuova grande uscita:
Tutta la vita davanti: Virzì che fa l'ironico con la vena amara sul precariato. Fastidio.
Ancora in sala:
Questa notte è ancora nostra: non c'è studio sociologico o operazione amarcord che tenga. Prendetevi le vostre responsabilità.
Grande, grosso e Verdone: storia di un comico che ha fatto sempre ridere molto poco, impeganto nelle macchiette: Tamarro Che Si Gratta il Pacco, Giovane dalla Voce Ugolare, Vecchio Pedante . E no, non è una critica ai costumi, altrimenti ci tocca credere anche a Pippo Franco.
27 volte in bianco: basta fare attenzione alle battute scelte per il trailer.
10.000 AC: Il kolossal povero. Di Emmerich. L'ultimo fra i ladri di caramelle.
Accade che il film di Lumet presenti una famiglia americana che è l'esatto contrario di quella mostrata da Gray e, volendo fare un salto indietro di trentacinque anni, lo stesso regista dava in Serpico una descrizione che è l'esatto contrario della polizia americana de I Padroni della Notte. La complessità contro la propaganda. Senza voler necessariamente parlare di maggiore realismo, che pure potrebbe essere esatto, di certo c'è maggiore conflittualità, elemento base della narrazione cinematografica. Conflitti interni agli individui ed ai gruppi.
Al film del regista ottantaquattrenne sta stretta la semplificazione di marketing che lo vuole opera violenta e cattiva. Lo si inquadra molto meglio apprezzandone la solidità classica applicata a temi contemporanei. E' un'opera di volti costantemente sfigurati dal dolore e corpi contorti dal nervosismo e l'inadeguatezza, espressioni visibili che incarnano tormenti e storie personali più di quanto non facciano esplicitazioni dialettiche o costruzioni dell'intreccio. Il quadro isola i protagonisti, si sofferma su Hoffman studiandolo con un lento movimento verticale, mentre racconta a se stesso la propria disgregazione ed incompletezza interiore, lo segue nelle sue reazioni mute quando si trova una volta di più abbandonato; segue Hawke nella sua innocenza colpevole, nella sua impossibilità di relazione e difficoltà ad essere al mondo; osserva il corpo di Marisa Tomei, alla quale si vieta di essere molto altro; raggela le smorfie affannate di Albert Finney, dolente e prevaricatore.
Ottimo nella costruzione della sequenza di per sè significativa, Onora il Padre e la Madre trova forse il suo unico limite nel portare a termine la struttura drammatica complessiva, specialmente nella parte finale, dove mi sarei aspettato qualcosa di più compiuto o di più sospeso. Ma probabilmente quando lo si andrà a rivedere anche queste scelte appariranno più equilibrate.
(4/5)
Ero al cinema per vedere Onora il Padre e la Madre, è esplosa la pellicola, invece di tornare a casa sono rimasto a vedere questa roba qui. Sento di dovermi giustificare, perché solitamente un film con una locandina così e un nome così scritto così neanche lo prendo in considerazione.
I Padroni della Notte non mi sento neanche di definirlo un film reazionario, è semplicemente un qualcosa dalla complessità simile a quella di un rutto. E persino da un film ambientato nel 1988 ci si poteva aspettare di più. L'accortezza di imbastire trama e messa in scena come un monolitico e brutto film anni '80 restituisce, sorprendentemente, un monolitico e brutto film anni '80. Con l'eccezione delle (poche) scene d'azione, che invece non sono affatto male e regalano quei quindici minuti complessivi in cui si riesce ad entrare nel film. Per il resto, la famiglia americana è una vera potenza e spacca le ossa a tutti, specialmente alle famiglie russe, che invece usano i bambini per il traffico di droga e minacciano ritorsioni sulle mamme.
Occuperà un posto importante nella memoria del cinema. Assieme ai film che danno la sera su raidue, quelli che per andare a pisciare non aspetti la pubblicità.
(2/5)
Tratto dal fumetto che non ho letto, il film della Satrapi è assai bello. Le sagome nere e dai tratti netti, le sporadiche stlizzazioni orientali nella scena severa, l'animazione fluida ne fanno un'opera visivamente notevole, l'intreccio fra la storia di un popolo e la storia personale è accurato e coinvolgente. Marjane Satrapi chiude e congela ogni episodio in una tavola in cui traspare la grana della carta, un punto fermo nella memoria con un bianco che appena di spande. Le vicende, filtrate dall'interiorità dell'autrice, diventano tanto più realistiche, assumendo quell'umanità che viene negata dai reportage o dai superficiali servizi telegiornalistici che banalizzano realtà complesse, le semplificano mostrando solo la loro diversità, rendendole aliene nella loro rappresentazione parziale di cumuli di macerie e di folle urlanti coperte di polvere. Persepolis rivela l'esistenza di una normalità in guerra, di difficoltà umane con cui è molto più difficile fare i conti. Questo film d'animazione stilizzata è cinema della realtà al massimo grado, realtà in cui ti getta avvolgendoti con la più efficace delle sue finzioni, quella che consiste nel renderti partecipe di qualcosa che ti è estraneo, atteggiamento innaturale per l'essere umano, normalmente coinvolto dai problemi che riguardano esclusivamente la sua vita e la propria sfera affettiva. Poi, purtroppo e per fortuna, uscire da un film è facile quasi quanto entrarci.
(4/5)

Wristcutters è un film indipendente che ha vinto una manciata di festival per film indipendenti, il che lo rende già interessante. In più Wristcutters presenta nel cast il nome di Tom Waits, non in posizioni alla Coppola dove il suo ruolo consiste nel dire ragazzi, non potete entrare in questo bar, ma addirittura nei primi quattro posti, con il ruolo di quel Kneller che dà il nome al racconto Kneller's Happy Camper, da cui tutto prende il via. Ieri, dopo patimenti che non sto a riportare, sono finalmente riuscito a vederlo, e ne è valsa la pena.
I wristcutters, tagliatori di polsi, sono i suicidi, e dopo i primi tre minuti chiusi in una stanzetta con Dead and Lovely in sottofondo, tutto si svolgerà nell'aldilà dei suicidi: un posto uguale al mondo dei vivi, ma più uniformemente amaro. Grandi pianure grigie, montagne in lontananza, colori spenti, un atteggiamento generale più sull'atarassico che sul depresso. I protagonisti sono un ragazzo in cerca della sua ex, un russo coi baffoni dichiaramente ispirato al cantante dei Gogol Bordello (le cui canzoni fanno da colonna sonora) in cerca di una cosa qualsiasi, una ragazza bruna, Shannyn Sossamon (che riesce a far vedere le cose alle persone in modo differente), in cerca della Gente Al Comando, un paterno Tom Waits (dati alla mano al suo terzo più importante ruolo da attore, dopo Down By Law ed America Oggi) in cerca del suo cane. Un road movie su un'auto a cui non funzionano i fari e che ha un buco nero sotto il sedile, un percorso fatto di piccoli incontri e nostalgie sospese.
La forza del film è riuscire a sfruttare gli spazi della California, rendendoli alieni e costruendo un'opera visivamente e narrativamente compatta, lineare e con un'idea cardine su cui giocare, ma senza per questo risultare macchinosa o ripetitiva. Si sfruttano a pieno le possibilità del contesto, dei personaggi, delle situazioni, creando dei rimandi simbolici e dei parallelismi espliciti ma convincenti, in un film di losers dove si riescono a fare le cose solo se non ci si pensa troppo, se queste vengono da sole.
(4/5)
Non sono mai stato un ammiratore di Burton, gli unici film che mi hanno convinto pienamente sono Ed Wood, Beetlejuice, Batman, parzialmente Big Fish. Poi ha fatto cose anche brutte, come Planet of the Apes, La Fabbrica di Cioccolato, Mars Attacks. Avevo quindi solo cattive sensazioni per questo nuovo film, e già pensavo ad una locandina per Suini Todd con un porco sgozzato con la faccia di Depp. Una cosa raffinata che mi sono astenuto dal mettere in atto perché il film, con mia gioia, s'è guadagnato rispetto.
Burton è sempre stato un po' cacasotto, e tutto il suo gotico ha sempre messo in scena diversi dal cuore d'oro, buttandola spesso sul melodrammatico passando per il finto horror. Questo è quindi il suo film più cattivo, quello che mostra di più, quello dove la gente ferita e disturbata si dà alla schietta macelleria, senza per questo abbandonare la cifra estetica ormai un po' usurata, ma sempre accurata. Certo tutto questo digitale non aiuta Burton a limitare la sua tendenza al patinato, ma tant'è.
E' un musical, ma non ci sono canzoni, il che significa che non ci sono pezzi memorabili alla Rocky Horror, ma neanche insostenibili trashate alla Moulin Rouge. C'è un tappeto sonoro per una struttura pseudo operistica, dove il canto semplicemente sostituisce il parlato, senza interrompere l'azione. Una volta abituati (si canta praticamente senza tregua per 3/4 del film) le cosa risulta anche ben fatta in scene ritmate nel montaggio come l'inizio della mattanza, e gradevole nel duetto fra Depp e Rickman. Insomma, un film di vendetta e follia con un po' di tragedia greca - shakespeariana e un po' di favola Grimm, dove il sangue che scorre è più viscoso di quanto non sperassi. E poi pasticci di carne così succulenti non se ne vedevano da Titus.
(3,5/5)
Stereo Future è un film giapponese che gode di immeritata fama. Positiva. Quindi questo mio breve scritto ha lo scopo sociale di regalare un paio d'ore a chi si sentisse stuzzicato dall'idea di vedere Stereo Future. Se avete voglia di un buon giappo guardatevi, chessò, un Iwai.
Hiroyuki vuole fare l'eclettico mescolando parodie dei film di samurai, storie sentimentali, inserti alla geografico nazionale, niente gli riesce troppo bene ed il tutto mantiene un irritante sentore new age, supportato da musichette ecletticamente insopportabili e onnipresenti. Quel che c'è di buono è che ho riscoperto, dopo anni, l'antica gioia di vedere il film in ffw, che gli ultimi quaranta minuti davvero non si reggeva più. La volontà dello spettatore ed il telecomando prevalgono sugli sforzi del regista. Ed è giusto che sia così.
(2-/5)
Questo fine settimana ho fatto la groupie di Paul Newman. In due film su tre in coppia con Robert Redford, ma con Michela si è stabilito che è più figo Newman. Sostanzialmente ho recuperato tre classiconi: Butch Cassidy, La Stangata e Lo Spaccone. Eh, ma non li avevi visti? no non li avevo visti.
Con Butch Cassidy si approfondisce il filone di western anni '70 (quasi, '69) che offre le basi ai film più moderni della nostra contemporaneità. Come chi vuole fare musica indie o alternativa, cioè buona musica, rifà Cohen o Dylan o i Clash così chi cerca temi e tempi e strutture moderne è debitore di parecchie sacche di sangue a questi film qui. A Newman hanno scritto delle battute superbe; personaggio ironico, stanco e cinematograficamente poetico (con qualche eccesso di francesismo nelle evoluzioni in bici), assieme a Sundance Kid banditi con poca voglia di faticare, consapevoli del fatto che il lavoro debilita l'uomo. E visivamente il film è uno spettacolo. I cacciatori di taglie che scendono, dal vagone di un treno a cavallo, di corsa, in controluce, sono l'Apocalisse. Macinano terreno di giorno e di notte, fanno rumori cupi al galoppo, non li si vede mai in faccia. Ci si perde in territori vasti, aspri e incazzati, che tollerano appena la presenza dei protagonisti che non provano nessun attaccamento o fascinazione per quella che un tempo era stata terra di conquista, e che ora non promette più niente di buono.
La Stangata è una commedia notevole, per molti versi un film molto più classico di Butch Cassidy, con tutte le trovate giuste e Scott Joplin a pioggia. Qui la cura per il meccanismo complessivo è maggiore di quella riposta nel dettaglio dove, come tutti sanno, si nasconde il divino. Come un lupo. Lo Spaccone è più tosto e complesso di quanto pensassi. Grande storia di un perdente e grande George C. Scott che tutto il tempo me lo sono immaginato a caldeggiare la terza guerra mondiale. Tantissimo blues nella somma dei due film, con cavalli, poker, baldracche, biliardi, alcool, fumo di sigaretta, vicoli, insegne al neon e bianco e nero. Molto waitsiano.
E adesso potete anche andare a leggere l'accorato resoconto del concerto degli Offlaga, con tanto di video.
Butch Cassidy: 4+/5
La Stangata: 3,5/5
Lo Spaccone: 4/5
I Taiwanesi dei film piangono un sacco. "Forse perché nella realtà lo fanno molto poco", è la teoria del regista.
Taiwan per me significa Tsai Ming-Liang, cioè una delle migliori interpretazioni del cinema, in assoluto. Nelle prime scene viene in mente Il Fiume, quando il protagonista corre dalla troupe per cui lavora(va) (è un tecnico del suono, l'hanno licenziato), e molto di più Vive L'Amour, quando il ragazzo si siede ad un angolo di strada e piange lungamente in primo piano. I più disturbati noteranno anche un materasso a due piazze, grande protagonista di I Don't Want to Sleep Alone.
Il protagonista-tecnico del suono cerca di riconquistare la ragazza che l'ha mollato spedendole registrazioni del mare, dei boschi, di mercati del pesce, di canti aborigeni e quant'altro. Ovviamente la sua ex non abita più all'indirizzo da lui conosciuto, e al suo posto una ragazza triste con una triste tresca con un tipo sposato comincia ad ascoltare le registrazioni, ne rimane affascinata e comincia la ricerca del ragazzo triste. Jolly uno psicologo, divorziato ed in cerca di vecchi amori, che diventerà amico del tecnico triste. Uomo di natura gioviale e dalla voce profonda, pure lo psicologo non cela il suo bagaglio di tristezza. Bene così. Io sono assolutamente favorevole ai film con la gente triste. Che poi tutta la struttura e la scrittura non è male. I Taiwanesi dei film continuano ad entrare nell'altrui intimità attraverso gli oggetti, sostenuti dal caso e da un contesto tendenzialmente cinegenico. Qui, però, non fila liscio proprio tutto, e se momenti più spontanei sono gradevoli e riusciti, qualche soffermarsi e qualche esplicitazione della solitudine (e della tristezza) è di troppo. Insomma, un po' di spiegoni visivi (una forma non comune di spiegone, tutta orientale) che non riescono a farsi apprezzare come puro cinema, troppo legati alla tesi narrativa.
Sia chiaro che il film è passato a Venezia, ha vinto il premio settimana internazionale della critica, e non è affatto male. C'è qualcosa di poco convincente, ma il ragazzo si farà, per la mia gioia di scrittore di blog.
(2,5+/5)
Altman riesce a far apparire semplici cose complesse, a ricreare all'interno di un film un'aria di leggerezza e improvvisazione, inserendo minimi elementi narrativi in un gioco di intrecci che si regge, miracolosamente, sulla vita di alcune persone che hanno la ventura di incrociare la macchina da presa in quel dato istante. Una macchina da presa fluttuante, ondeggiante, che si muove da un personaggio all'altro senza mai avere uno sguardo insistente, ma osservando con curiosità, ricercando simmetrie e riflessi. Dopo aver girato un film ogni uno, massimo due anni per quasi trent'anni, questo è l'ultimo film di Altman, e lui sembrava saperlo. L'atmosfera è quella corale e ironica delle sue opere migliori, un'ironia su cui era capace poi di costruire qualsiasi situazione e ultioriore tono o atteggiamento. Si segue l'ultima puntata di un programma radiofonico, uno spettacolo country creato dal vivo in un grosso teatro di fronte a un pubblico incosciente, ignaro di quel che accade dietro le quinte ed incapace di cogliere e decifrare i segnali, volontari o meno, lanciati dagli artisti durante lo spettacolo.
Nel suo ultimo film il regista inserisce la morte in persona, una donna, un angelo bianco di nome Asfodelo, pianta che adoperavano i Greci per adornare le tombe. Tra i personaggi, per la maggior parte volti celebri per i quali, in occasione della loro ultima performance, è inevitabile riflettere sul tempo che avanza, spiccano Kevin Kline, che si fa chiamare addirittura Guy Noir, nome che fa il paio col suo ruolo di voce fuori campo, personaggio dalle goffaggini clouseauviane, Lily Tomlin, dalla ragguardevole voce, in coppia con la Streep. Più giovani Harrelson e John C. Reilly, duo di country-cabaret. Nel ruolo del "tagliatore di teste" incaricato della chiusura del programma e dello smantellamento del teatro Tommy Lee Jones doppiato con la voce di Bill Murray.
Visto anche Lo Scafandro e la Farfalla, che francamente non mi sembra avere la complessità e le particolarità necessarie a non reggersi sulla malattia e sul dolore. Non mi va di scriverne di più, però mi ha fatto scoprire un cd non male, Ultra Orange & Emmanuelle (Seigner), da cui è tratto il pezzo Don't Kiss Me Goodbye. Il disco ricorda i Jesus and Mary Chain, ma più educati, ed i Mazzy Star di Hope Sandoval.
Radio America: 3,5/5
Lo Scafandro e la Farfalla: 2/5