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Più ci penso più mi piace. Eppure Van Sant i cliché ce li mette tutti, qui come in Elephant: genitori separati, chi se ne frega dell'Iraq, adolescenti diafani dallo sguardo vacuo, come nelle pubblicità patinate di molte case di moda e di qualche profumo. Ma tutto è utile al suo cinema di sospensione, al suo interessarsi alla quiete apparente prima di un'esplosione che non vuole raccontare; e all'interno di questa sospensione isolare momenti definiti, dilatarli col ralenti o trasformarli coprendoli con un pezzo di Rota, costruendo una drammaticità del tutto personale. Sono vietate le espressioni emotive estreme, il pianto quanto il riso, anche i cadaveri hanno nello
sguardo solo la muta constatazione della loro condizione.
Christopher Doyle regala quelle immagini che tanto ci piacevano in Kar-Wai, quando significavano qualcosa, e qui significano qualcosa. L'incipit ricorda parecchio le prime scene di All About Lily Chou Chou, capolavoro di Iwai, con i prati verdi, le inquadrature inclinate, le luci naturali ma sintetiche, la grana del digitale, il tappeto musicale elettronico. Magari l'ha visto anche Van Sant, o lo stesso Doyle.
Non stravedo per la componente didascalica a mostrare l'atarassia adolescenziale e la disgregazione familiare, anche se il flippatissimo bambino tredicenne ha il suo perché. Ma trovo questo film davvero bello quando in uno scambio di battute non mostra il controcampo, quando si perde nel primo piano di un volto ghiacciato e sconosciuto nel mezzo di una conversazione, quando pur raccontando qualcosa e soffermandosi sui dettagli il regista dà l'impressione di star filmando un campo vuoto, la sua idea di cinema.
(4/5)
Spoiler per Gone Baby Gone.
Il film di Affleck non mi ha convinto, mi ha trasmesso un senso di fastidio, ma qualcosa m'ha lasciato, quindi non posso dire sia brutto. Comincia bene, ed oltre a ricordare necessariamente Mystic River per i contenuti (entrambi i film sono tratti da scritti di Dennis Lehane), ricorda, più sorprendentemente, anche la regia classica e solida di Eastwood. Dopo le fasi più descrittive, è l'intreccio che non mi convince. Tutto è rivolto alla costruzione di due ricatti morali, due conflitti fra legge e istinto, norma esterna ed interna. Nella fattispecie la possibilità di ergersi a giustiziere nella foga della vendetta (cosa che va a toccare anche la legittimità della pena di morte. Metti un uomo incazzato e con una pistola dietro la nuca di un pedofilo assassino ed avrai un ottimo argomento per l'esecuzione) e la possibilità di influire sulla vita di una bambina lasciando prevalere il giudizio personale sulle leggi che tutelano i diritti familiari. Conflitti in realtà fittizi, se la norma giuridica è necessarimente generale ed astratta, mentre la costruzione del film vuole solo dare enfasi al caso particolare. Buona parte del film si perde quindi nella costruzione della sua tesi e nel sottolineare colpi di scena che poi così sorprendenti non sono.
Them è un film de paura che ricava gran parte della sua inquietudine nel dichiararsi ispirato a fatti realmente accaduti. Ho letto di tanta gente coi sudori freddi, quindi mi ero preparato al peggio, ero già spaventato e tenevo il volume basso. In realtà dopo poco si prendono le misure, e il film non fa più tanta paura. Rimane la dimestichezza nel creare atmosfere inquietanti con poco, ma senza grandi colpi di genio: le solite grosse case, i boschi, i cunicoli delle fogne, lo sfuttamento dell'umana paura del buio, la stupidità dei protagonisti degli horror codificata da Wes Craven.
Gone Baby Gone: 2,5/5
Them: 2/5
D'istinto un film messicano che evoca la Zona tarkovsijana genera una dissonanza con cui fare i conti. Nessun regista dal sangue caldo dovrebbe accostarsi ai capolavori di Andrej. Superata l'idiosincrasia e accettata la visione, quello di Plà è un film importante e ben fatto. Il riferimento a Stalker non so se sia realmente ricercato; anche qui la Zona è un posto dove si realizzano i sogni, dove i tuoi desideri più oscuri vengono smascherati e dove le leggi comuni non valgono. A parte queste possibili interpretazioni, quello a Stalker rimane, se c'è, un omaggio onomastico.
La Zona è un quartiere di Città del Messico, iperfortificato, dove i messicani ricchi si nascondono dai messicani poveri. La paura dell'altro e la creazione di una sicurezza armata sono rimasti, a livello globale, gli unici campi di propaganda e di intervento governativo, senza la possibilità nè tantomeno la volontà di intervenire su quelle disparità sociali alla radice di tali paure e conflitti.
Tre ragazzi entrano nella Zona per compiere una rapina, due vengono uccisi, uno viene braccato. Nella foga dei residenti più giovani, pronti ad armarsi per andare a caccia dell'infiltrato, si legge un riferimento a Stand by Me: se nel film di Reiner il rito di passaggio consisteva nella ricerca del corpo del coetaneo, e in un certo senso salvarlo, qui il coetaneo è da accoppare.
Oltre la comunità, al centro della condanna, disposta a lasciarsi manipolare ed a rinunciare alla propria umanità per mantenere i propri privilegi, non fanno figura migliore la polizia ed i rappresentanti del potere costituito. Film cupo, coerente e realistico pur mantenendo i ritmi di una narrazione classica.
(3,5/5)
Altro film fieramente indipendente, dallo spessore ed il destino opposto all'opera di Reitman. Basti pensare che in mancanza di facile clamore in Italia non ha raggranellato neanche trecentomila euro. La locandina colorata, la regista donna, il tema autobiografico potrebbero far pensare a Miranda July, ma fortunatamente non ha niente a che vedere neanche con lei. La Famiglia Savage è un film solido, personale e riuscito. Tratta temi forti (anzianità, morte, rapporti familiari, mancata realizzazione personale) senza sminuirli e senza cadere nel melodrammatico. Protagonisti middle class fra cui un professore universitario che non ha la faccia e la giacchetta di un Hugh Grant, ma il viso e la cervicale di P. S. Hoffman. Hoffman leggermente sottotono e Laura Linney leggermente sopra, restituiscono un equilibrio e un'efficacia che sono la cifra del film.
(3,5/5)
il primo è facile
3ciento - chi l'ha duro...la vince: qui l'apporto creativo nella titolazione italiana è davvero coraggioso. l'idea è terribile, ma diffondere un film con un titolo così significa avere una visione incantata della vita. nel Paese papista in cui ci si scandalizza di tutto, un gioco di parole di infimo ordine sul cazzo tosto, diffuso a caratteri cubitali su locandine a nord e sud di Roma. Avessero anche messo come sottosottotitolo tira più un pelo di fica... magari sarei andato a vederlo.
L'originale è nomato con un banale Meet the Spartans e rientra nel genere in crescita delle parodie che non fanno ridere. Selezionati gruppi di adolescenti lo apprezzeranno e si sbellicheranno. Fate una lista di questi, depennate quelli che ridendo sono soffocati facendosi fuori col pop corn, quelli rimasti saranno i nomi della prossima classe dirigente. Ne sono sicuro.
Gli altri non so dove li abbiano presi. Una quantità di titoli di cui non so e non voglio sapere niente. Comunque direi che Una Sposa Fantasma, Tutti Pazzi per L'oro, L'anno Mille, sulla fiducia configurano una settimana pesante da digerire.
In compenso, venerdì prossimo dovremmo finalmente poter vedere il pluririmandato film di Anderson.
E' difficile spiegare perché questo film è un gran pacco, senza fare discorsi troppo generici. Perché è più una questione di atmosfera generale, che di specifi intoppi. Il problema credo sia in gran parte nella sceneggiatura; un'impressione simile me la diede Go Fish, altro film inutilmente chiacchierato, che almeno aveva il coraggio di essere più diretto. Entrambi partono dal presupposto che il tema possa dare un valore di base all'opera, e vista la reazione generale magari hanno ragione, io non sono d'accordo. Come per Thank You for Smoking (comunque meno ammiccante) Reitman figlio riesce a montare un gran caso su molto poco. Sembra aver trovato il perfetto punto di equilibrio in cui gli americani vedono la riflessione sociale anticonformista senza rischiare di esserne scandalizzati.
La prima parte è insostenibile, con una marea di battutine che non fanno ridere e trovatine col sangue alla testa per lo sforzo. Dalla metà in poi prevale la commediola e almeno si diradano i tentativi di ironia alternativa e ganza, affidata da lì in poi alla sola ricerca di sinonimi per chiamare il nascituro (fagiolino, gamberetto, pesciolino, ecc.). Per dare un'atmosfera bizzarra al film ci sono un sacco di colori pastello e scene alla Wes Anderson (i corridori in pantaloncino giallo). Ma quest'ultimo, che per me è fra i primi cinque sulla piazza, ha una coerenza espressiva e una sincerità che Juno non ha, ed al contrario di Juno nasconde vicende drammatiche nell'ironia e nelle trovate visive, mentre il film di Reitman svuota un tema forte senza riempirlo con altro, nella speranza che il mondo affascinato possa parlare di "fiaba graziosa".
Più o meno è così.
(1,5/5)
per la verità di tutti i film usciti questa settimana non me ne frega davvero nulla. e mi sa pure quelli della settimana scorsa, e di quella prima. dopo un grande inizio, questo 2008 è rientrato nei ranghi. inoltre fra trasmissioni postelettorali e pizze napoletane, di film negli ultimi giorni proprio non ne ho visti. in attesa di riprendermi la settimana prossima, ecco fra i più disinteressanti chi si può fregiare del titolo di Inguardabile:
L'Amore Non Basta: generosamente si impone e continua il filone. e fa anche autocritica: "amore" non basta. il prossimo passo del marketing italiano sarà aprirsi coraggiosamente a parole tipo gattini, zucchero filato, cuccioli glassati. magari 'sto film non è neanche terribile, col tipo di boris e rocco papaleo. giovanna mezzogiorno è un'isterica, ma c'è a chi piace. poi, se avete più di quindici anni qualcosa di meglio da fare lo trovate di certo. che preferiate distillare grappa nella vasca da bagno oppure ordinare i calzini in ordine cromatico, qualcosa di meglio da fare la trovate.
Step Up 2 palle: anche qui il titolo è definitivo.
In queste giornate di decompressione partecipare ad una catena virtuale è il massimo dell'impegno. Ringrazio per l'invito il compagno Claudio (Vive l'amour), di cui peraltro invidio a morte il nome del blog. Sarà di nuovo citato in occasione della catena "cosa invidi a morte?". Di seguito, come da regolamento, il regolamento:
indicare il link del blog di chi vi ha coinvolti;
inserire il regolamento del gioco sul blog;
citare sei cose che vi piace fare;
coinvolgere altre sei persone;
comunicare l’invito sul loro blog;
Sei cose piccole ma buone:
- Andare a dormire alle cinque del mattino e svegliarsi alle tre del pomeriggio.
- Creare un'abitudine. Sono una persona distratta, ho bisogno della ripetizione rituale per accorgermi dei dettagli. Nella ripetizione un luogo diventa familiare e rassicurante, le microvariazioni interne assumono un grande interesse.
- Fare viaggi in auto con un sacco di dischi a tutto volume, imitare sguaiatamente i cantanti. Fermarsi agli autogrill, aggirarsi per gli scaffali come un barbone, lo sguardo spento e il passo ciondolante. Fai schifo, ma tanto potresti anche star venendo in auto da Minsk, loro che ne sanno. Fumarsi una sigaretta con la seguente espressione: e sì, guidare per cinque giorni di filato non è semplice. E questa è la prima volta che mi fermo a pisciare.
- Il libro che non riesci a smettere di leggere finché non è finito, e poi letta l'ultima pagina il vuoto, la ricomposizione mentale di tutta la storia, la malinconia. Il film che ti fa pensare che l'autore ha capito davvero un sacco di cose, le ha riversate in un concentrato d'immagini, te le ha regalate e tu gli sei sinceramente grato. Il disco che ascolti per anni e ti fa credere che l'autore sia tuo amico.
- Le giornate fra amici a dire solo cazzate.
- Le serate con Michela in cui si sta sul divano a vedere film o robaccia in tv, dopo aver cucinato ed essersi riempiti di buon cibo e buon vino.
Passo la palla a
E' un luogo piccolo e inospitale, per non più di un milione e mezzo di persone. Un seminterrato con poche prese d'aria.
E' vero, mi troverò sempre bene con una minoranza di persone, ma qui si esagera.
Ieri è sparita la sinistra dall'Italia, e il pd nel suo obiettivo vero, quello raggiungibile, porta a casa una vittoria che va oltre le sue più rosee aspettative. Da diciassette anni il pds, poi ds, poi ulivo, poi unione, ora pd ha come suo avversario principale rifondazione comunista, poi rifondazione e comunisti italiani, poi sinistra arcobaleno. Il Partito Democratico, finalmente libero da qualsiasi tendenza ideologica, dalla sinistra e dal pensiero in generale, ha fatto scattare il fantastico trappolone dello spettro berlusconiano, mai efficace come questa volta. Chiusura totale alle alleanze e si può fare, spezzarci le gambe. Una decina di punti percentuali abbondanti in meno rispetto alla somma fra rifondazione, comunisti italiani e verdi di due anni fa significa che gli unici che hanno creduto a Veltroni, al populismo all'americana, sono loro (noi). Facendo leva su un altruismo disperato Veltroni è riuscito ad ottenere che cose come la partecipazione alle missioni di guerra (pardon, di pace), il precariato, il conflitto di interessi, il laicismo, le problematiche sociali e le politiche lavorative spariranno da oggi dal dibattito politico. Questi problemi non saranno più problemi. Perché negli ultimi anni sono stati problemi solo per la nostra scalcagnata sinistra.
Indeciso fino all'ultimo sulla possibilità di dare il voto al senato a Veltroni, fortunatamente non l'ho fatto. Ben lontano dall'essere neanche un'amara consolazione, rimane l'idea egocentrata di non aver contribuito alla scomparsa della politica in Italia. E adesso è tutto in discesa.
Parecchi i film che non ho intenzione di andare a vedere, ma di relamente Inguardabile forse ce n'è solo uno (ma quell'uno non è in forse):
La Seconda Volta Non Si Scorda Mai: a riprova della buona fede del passato governo Prodi, c'è da dire che un disegno di legge che prevede sanzioni penali per chi utilizza la parola "Siani" e la parola "Troisi" nella stessa frase, discorso o concetto, è tutt'ora bloccato al vaglio del senato per l'avvenuto scioglimento delle camere. Confidiamo che qualsiasi schieramento vincerà le elezioni porterà a termine quest'opera meritoria.
Un giochino: indovina la parola ricorrente. Questi alcuni film in sala ed altri in uscita nelle prossime settimane:
Amore, bugie e calcetto
All'amore assente
L'amore non basta
In amore niente regole
Un amore senza tempo
gli ultimi due non sono italiani e i titoli originali sono Leatherheads ed Evening.
Pur nella versione mutilata che trenta e rotti anni fa portava Kezich a definirla un'opera ingiudicabile, questo di Altman è un gran bel film. Sarà che siamo più di bocca buona, sarà che ci manca Altman, sarà che non c'è il mare a Praga.
Buffalo Bill e gli Indiani o La Lezione di Storia di Toro Seduto aggrega molti tratti e temi del regista del Kansas. Il tono grottesco e l'atmosfera circense di MASH sono applicati alla storia dello Show di Buffalo Bill, lo spettacolo che anticipa le ossessioni e le finzioni del cinema Hollywoodiano (I Protagonisti), crea l'epopea del West, leggenda con pretese storiografiche. La prima parte del film offre uno sguardo d'insieme, quel magnifico caos che il regista ci regala con i suoi campi lunghi, con l'uso personale dell'audio (ciascuno col proprio microfono, senza differenza di distanza dei personaggi dalla macchina da presa), Altman è uno dei pochi che è più affascinato dal mondo e dalle interazioni che dai primi piani e gli sguardi intensi. Nella prima metà prevale la riflessione sul mondo dello spettacolo, si imbastisce il confronto fra Buffalo Bill (Newman) e Toro Seduto, un confronto in cui "la storia vale più della verità". Nella seconda parte ci si concentra sulla figura della Stella, Bill, che tradisce le stesse insicurezze di McCabe: ci si avvicina all'uomo, struccato e invecchiato, prigioniero di un ruolo che lo costringe a cercare conferme e prove della propria autenticità, autenticità a cui per primo sembra non credere.
(4/5)
Ecco un altro film su cui mi trovo in disaccordo col resto del mondo. THX 1138 lo si guarda come un oggetto di modernariato, un accessorio curioso che testimonia una certa ingenuità appartenente ad un passato prossimo. Sono sensibile solo alle nuove ingenuità, io!
La forma esaurisce perfettamente la sua funzione narrativa, didascalica, senza sorprese e anzi nutrendo una certa noia. Un futuro ospedaliero fatto di grossi spazi bianchi, teste rasate, proclami d'oppressione e divinità preregistrate. Una ricerca visiva interessante per un corto o un servizio fotografico, ma ripetitiva in un lungometraggio.
La stessa sera, dopo il film, ho letto La Strada, ultimo romanzo di McCarthy, mia prima lettura di questo autore. Mi sono ricordato di un incontro con Bruce Sterling a Bologna dove, fra le altre cose, individuava due fattori fondamentali per inquadrare lo stato di una civiltà, per azzardare previsioni o inventare mondi futuri: la tecnologia e il controllo. Due gradazioni dell'uno e dell'altro fattore, alto o basso, e di consegueza quattro possibili mondi: alta teconologia alto controllo, bassa tecnologia alto controllo, alta tecnologia basso controllo, bassa tecnologia basso controllo.
Non ricordo precisamente che espressione avesse usato Nick Hornby nella sua recensione per convincermi a leggere McCarthy. Qualcosa del tipo "il libro più dolente mai scritto", ma più efficace. La Strada, comunque, ha un'ambientazione postapocalittica, è un libro totalmente grigio, cinereo, e segue il viaggio di un padre col suo piccolo figlio, attraverso una scrittura asciutta ed efficace che già avevo assaggiato attraverso il film dei Coen e che immagino sia la cifra stilistica dell'autore.
Alta tecnologia e alto controllo nel film di Lucas, il bianco asettico, lo sguardo rivolto più al contesto e alla sua descrizione che ai personaggi (la cui eccezionalità è appena accenata e di interesse relativo). Bassa tecnologia e basso controllo (controllo nullo, per la verità) nel libro di McCarthy, nelle sue sfumature di nero, nel suo mondo chiamato ad incarnare la natura più oscura dell'uomo. Da una parte un mondo alieno che rinchiude l'essere umano, dall'altra lo svisceramento dell'essere umano stesso, nella liberazione dei suoi istinti più antichi.
L'uomo che Fuggì al Futuro: 2/5
La Strada: 4/5
Gli Inguardabili di questa settimana sono due:
Amore, bugie e calcetto: in maniera del tutto irrazionale. Ho giusto visto il tralier, e sprizzava italiana filmettinità da tutti i celluloidei pori. E poi, ho già dato con Caos Calmo per quest'anno.
The Eye: questo un Inguardabile col pedigree. L'originale del 2002 trascinai un po' di amici a vederlo. Poi loro mi trascinarono in un vicolo buio e mi picchiarono a sange. Ed ebbero ragione. A pensarci, mi picchio a sangue da solo. Remake che promette malissimo, con tutta la regia mtv e cose così. Fold.
Attenzione, stai per leggere una presa di posizione impopolare.
Perchè il film è bello, sì, ma non è questo capolavoro. E probabilmente è invecchiato, al tempo avrà fatto scalpore. Ma noi fra dieci giorni andiamo a votare un Veltroni o un Berlusconi, che scalpore possiamo più percepire?
Quel che credo è che qualsiasi riflessione astratta possa essere trattata al cinema con una profondità relativa. Molto più significativo sarà un saggio, un dibattito fra esperti, un atto reale nel mondo reale. Il cinema è immagine in movimento, se il suo centro diventa il concetto, allora è cinema debole. E' il caso, in parte, del film di Lumet. In parte perché il regista riesce comunque a dare dinamismo ad una vicenda che si svolge in una sola stanza, perchè il film parlatissimo ha dei dialoghi ben scritti e perchè si ha l'accortezza di farlo durare settanta minuti. Rimane il dato di un'opera verbale, teatrale, che dice la sua posizione sul sistema giuridico, sulla pena di morte, sul dubbio, caratterizza i suoi personaggi con delle tipologie così precise da sembrare una raffigurazione di una ricerca demografica. In quella stanza c'è la semplificazione di tutto lo spettro umano, senza lacune e senza ripetizioni, e quindi non c'è nessuno di reale.
(3/5)
E ora, qualcosa di completamente simile. Parafrasando Michela, anzi, proprio rubandole la battuta.
Scommetto che qualcuno ha avuto un sussulto "oh, un film di Lynch che non conosco. Parbleau.". No, mio spiazzato amico, si tratta di un libro. Uno di quelli finti, per la precisione, scritti con spaziatura 2 fra una riga e l'altra e con un sacco di pagine vuote, in uno strenuo stiracchiamento tendente alla pagina 200. libro preso un po' per curiosità, un po' perché costa poco, un po' perché sfogliandolo avevo incrociato un paio di frasi convincenti, tipo "quando vedi un edificio segnato dal tempo o un ponte arruginito, assisti all'azione congiunta della natura e dell'uomo. Se rivernici un edificio, la sua magia scompare. Se invece lo lasci in balia del tempo, allora l'uomo l'ha costruito e la natura vi ha aggiunto il suo tocco: è un processo molto organico.". Diciamolo, c'è poco altro, oltre qualche altra riflessione del genere, di per sè non rivoluzionaria. Il compagno David magnifica la meditazione trascendentale, lo rilassa un sacco e ci fa piacere. E magari funziona pure, perché tendenzialmente i suoi film sono belli. Magari lo sarebbero stati lo stesso. Non ci è dato saperlo. Fatto sta che in questo libro più che qualche aneddoto, in particolare su Eraserhead, non si trova.
Chiudo riportando un intero paragrafo della sezione Mulholland Drive riguardante l'enigma della scatola e la chiave.
LA SCATOLA E LA CHIAVE
Non ho la più pallida idea di che cosa siano.
Seguono un paio di pagine vuote. Libro anche gradevole, si legge in una serata. Ma meglio i film.