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Seguendo il suggerimento del compagno Otto Barz, direi che c'è molto cinema, in questo film di Sorrentino. Che facciamo, non lo facciamo un paragone con Gomorra? E' chiaro che lo facciamo. Entrambi vogliono trovare una strada personale per raccontarci, e se nel film e nello stile di Garrone prevale una tendenza realista (pur essendo film curatissimo, in senso registico), Sorrentino sembra mettere al primo posto il suo cinema, adoperando la recente storia politica come sceneggiatura. Insomma, in Garrone si avverte più la necessità di mostrare quelle storie mettendo a disposizione il suo lavoro, mentre Sorrentino mostra se stesso attraverso la storia di Andreotti. Questa non è assolutamente una critica negativa a Sorrentino, che nei film precedenti scriveva soggetti e sceneggiature con la stessa compiacenza meccanica con cui guida la sua regia accattivante, estetizzante e un po' vuota. Qui invece l'urgenza nel raccontare una figura che è riuscita a riciclarsi nello scaltro vecchietto che fa pubblicità e nel senatore a vita colmo della saggezza che gli conferiscono le prescrizioni, ci sta tutta. C'è molto, molto più cinema.
I primi quindici venti minuti sono da applausi a scena aperta. Il primo sguardo su Andreotti ce lo mostra in penombra, seduto ad una scrivania, col viso sfigurato dall'agopuntura per l'emicrania, uguale al Pinhead di Hellraiser. Eccoci nell'horror italiano. A seguire le stragi, omicidi, suicidi, rapimenti della prima repubblica. E la presentazione della Corrente Andreottiana, una incredibile scena fra Leone ed il Tarantino di Le Iene.
Poi, il film sceglie di non staccarsi mai dal personaggio del Divo, non dà ricostruzioni delle varie vicende di cui è il sospettato responsabile, vuole descrivere la sua figura, o meglio proprio la sua personalità, la sua visione della vita, il rapporto col potere, con la verità, con se stesso, per
cercare di capire come quell'uomo abbia potuto fare tutto quello che ha fatto. Lo racconta dal suo VII governo (1991), fino all'inizio del processo (1995). Da quando si siede a Palazzo Chigi accompagnato da un sottofondo musicale consono ad un imperatore francese, con tanto di cortigiani/e, a quando nella solita cupezza di casa sua si trova sulle mani le formiche necrofaghe di Dalì e Buñuel.
Servillo? Servillo qui è realmente un genio. Non è un'imitazione di Andreotti, è una rappresentazione diretta del suo essere. Dopo un po' che lo guardi è Andreotti che comincia ad imitare Servillo.
E infine la colona sonora, che gioca per ironia e contrapposizione. Ci sono un paio di pezzi che citarli significherebbe fare anticipazioni eccessive.
(4/5)
E ora, PAZ!


Satantango è famoso per la sua durata, mentre dovrebbe essere famoso semplicemente perché è un capolavoro, uno deli ultimi "classici" d'autore, come possono esserlo i film di Tarkovskij o di Bergman, opere senza tempo e senza luogo che dimostrano quanto il cinema possa essere enorme e quanto importante per lo spettatore.
Satantango esalta tutte le possibilità del mezzo, con una ricerca visiva al servizio della descrizione e reinvenzione della realtà, con i pianisequenza, le carrellate, i primi piani e i campi lunghi, le sospensioni, gli incastri e ricorsi cronologici. Lo sguardo ipnotico del regista crea un mondo in cui immergersi e lasciarsi guidare, evita di dare un centro alla propria ricerca senza per questo rinunciare a raccontare delle storie. Le scene, in un bianco e nero dalla accuratezza fotografica, sono lunghe mediamente una decina di minui, senza stacchi di montaggio: la macchina da presa si allontana dal soggetto umano per andare a cercare la pioggia, il muro scrostato, il campo vuoto, il dettaglio di un cuscino. Quel che vediamo in Satantango non è mai semplicemente un oggetto o una persona, ma un oggetto o una persona indagati dallo sguardo della camera; che ruota attorno a loro, penetra nei pensieri e nelle espressioni di un volto ricordandoci che ciò che è manifesto ed esplicito è solo una frazione di quel che dobbiamo cercare.
Nella prima parte il mondo vive la sua ultima notte in attesa dell'apocalisse, ogni personaggio è colto nel trascorrere del suo tempo, misurato nelle gocce di pioggia, nello scandire dei secondi dato da un bicchiere ossessivamente dondolato su un tavolo di legno, nella contemplazione di uno spazio che diventa attesa solo perché osservato dal meccanismo cinematografico, necessariamente vivo.
La storia è quella di alcuni contadini perduti nelle pianure ungheresi, che vengono a sapere del ritorno di Irimias e Petrina, due componenti della comunità che erano stati dati per morti. I riferimenti ad Irimias fanno subito di lui un personaggio temibile e magico, un furfante ed un profeta. Del tango il film ha la struttura, suddivisa in dodici movimenti, sei in avanti e sei all'indietro, che diventano movimenti sull'asse cronologico. Al centro la danza satanica, in cui i personaggi si riuniscono in un unico luogo, prima di dover rendere conto delle proprie azioni.
Bela Tarr mostra come la forma possa essere il contenuto, come le scelte visive siano espressive e significative. Senza timore d'essere blasfemi si può dire che Tarr scolpisca il tempo così come Tarkovskij insegnava a fare.
Un po' di spoiler: la lunga scena centrale del tango segna la fine della prima metà del film e porta successivamente ad un mutamento di prospettiva, dal punto di vista narrativo, con l'arrivo di Irimias. Il suo ruolo non è chiarito del tutto, sostanzialmente risulta essere un "inviato" della polizia mandato ad invenstigare e manipolare gli abitanti del suo paese in funzione di una non meglio specificata missione. Qui i caratteri e le finalità più inquietanti di Irimias vanno a confondersi con un ruolo più terreno e burocratico. Questo è forse il passaggio in cui le vicende locali sono più influenti nella configurazione del racconto. Da un'intervista a Tarr una frase che sembra fondere i due piani, e ironicamente sottolineare l'universalità del suo lavoro: In SATANTANGO, Irimias, which means "Jeremiah," is a messiah. All messiahs are generally just ordinary spies. There may be luckier nations on the Earth which have regular messiahs. I don't know any, but I haven't landed on the moon yet.
(5/5)
Ecco che la proteiforme rubrica si adegua, persino nel titolo, ai due pezzi da novanta della settimana.
Indiana Jones e soprattutto Be Kind Rewind non sono propriamente inguardabili, ma sono film che pur se congenitamente incuriosenti, hanno ottime possibilità di essere dei pacchi. Questo non toglie che probabilmente Be Kind sarà recuperato a tre euro e Indiana Jones sarà l'ospite di una serata votata al cazzeggio, fra qualche mese.
Gondry non mi convince, neanche con Kaufman (che comunque qui non c'è). Kaufman non mi convince, neanche con Jonze (che però ha fatto il video per Fatboy Slim con Walken che da solo merita gratitudine. A proposito, che fine ha fatto Jonze?). Insomma sia Kaufman sia Gondry fanno le cose elaborate, a incastro, per fare i fighi, ma si vede lontano miglia che stanno facendo i fighi, e mentre noi abbiamo bisogno di semplicità che racconti cose complesse, loro fanno il contrario. Poi questo ulimo Gondry dal trailer sembra un prodotto piuttosto stitico. E al di là di tutto smettiamola di dire che Jack Black è il nuovo Belushi. Si è scherzato ma ora basta così. Al prossimo gli si lava la lingua col sapone.
Indiana Jones. C'è una scena interessante dove per recuperare una statuetta d'oro senza far scattare la trappola la sostituisce con la sua dentiera di pari peso, e successivamente un attimo prima che una grossa porta di pietra gli tranci la mano chiudendosi recupera il suo apparechio acustico; ma davvero vogliamo vedere queste cose?
Poi ci sono Inguardabili cristallini, come La Setta delle Tenebre e Il Nostro Messia.
Al contrario di quello di Lynch, questo è un libro vero, quantitativamente parlando. Si tratta del diario tenuto da Herzog durante i tre anni di lavorazione per Fitzcarraldo, pubblicato vent'anni dopo, in Italia nel 2007. Un diario estremamente dettagliato nelle descrizioni del rapporto con gli indigeni e della loro miseria, nell'immersione all'interno della foresta amazzonica, molto meno per quel che riguarda le riprese, a cui si arriva solo dopo due terzi del libro.
Quel che ne esce fuori, fra lotte contro la burocrazia, lotte fra tribù ostili, lotte con bestie di ogni genere, è un'impresa che ridimensiona quella affrontata da Fitzcarraldo ad una passeggiata. Il titolo del libro racchiude l'approccio e la consapevolezza del regista, che parla dell'opera come della sua visione, sotto il cui peso teme di essere distrutto. La Foresta racchiude una smodata quantità di forme di vita e uno spietata indifferenza per le stesse, organismo in continua putrefazione e rigenerazione.
Nella seconda parte del libro spicca la personalità nevrotica di Kinski, intento a sbraitare furiosamente e senza soluzione di continuità, incredibilmente egocentrico, vanitoso e pazzo. Furioso contro i lacci delle scarpe troppo stretti e contro il mondo, ecco un divertente sfogo: "Gridava fuori di sé, sbraitando che gentaglia, che canaglie fossero quelli come Sergio Leone e Corbucci, quegli stronzi colossali. C'è voluto parecchio prima che Kinski fosse esausto. Le sue urla si sono poi accese di nuovo, ma brevemente, per dire che persona spietatamente non dotata, che maiale spietatamente grasso fosse Fellini.". Si ritrovano quindi gli aneddoti presenti anche ne Il Mio Nemico Più Caro, fra cui gli indigeni Campas che si offrono al regista per far fuori l'attore tedesco.
Uno dei motivi per cui ero incuriosito da questo libro è per una scena di Fitzcarraldo dove, nell'issare la nave sul colle, alcuni attori vengono investiti e uccisi dalla rottura di un tornello. Visto il tono del film ed il regista al comando, è una scena che m'ha sempre fatto piuttosto impressione e lasciato dei dubbi, sul fatto che potesse essere la ripresa di un incidente reale. La ritrovo a pagina 311, dove risulta essere, fortunatamente, più o meno l'unico apporto di finzione all'impresa.
Insomma, un buon diario di bordo, ben scritto e utile ad entrare nelle ossessioni di Herzog e nella sua poetica, meno utile se si cercano delle indicazioni prettamente tecnico-cinematografiche.
A volte non si ha voglia di scrivere di un film, perché quel che è fatto di film è troppo importante e particolare per avere in comune qualcosa fatto con le parole. Non è questo il caso di Gomorra. Di Gomorra non si vorrebbe scrivere perché significherebbe razionalizzarlo, trovarne le imperfezioni ed in questo modo crearsi uno scudo. È per se stessi che bisogna non scriverne, non per il film. O almeno, come intendo fare, scriverne senza pensare al cinema.
Quando si scrive su un film, ma credo quando si analizza più o meno qualsiasi cosa, se ne prendono le distanze; anzi, lo analizzi proprio perché quella distanza c’è già. Ancora, più che altro si parla della distanza, non del film. Se questo sguardo, almeno in buona parte, viene a mancare, allora ci si rende conto che l’opera può essere meno costruita della struttura con cui pretendi di coprirla per poterla leggere. Dopo Gomorra ho pensato che magari anche Satantango, che sto vedendo in questi giorni, in realtà non faccia nient’altro che parlare della vita contadina nelle pianure ungheresi.
Il mondo per guardare Gomorra ha bisogno di tradurlo, l’Italia l'affronta come una presa di coscienza, come se avesse scoperto un suo lato oscuro. E così ridiventa un film, su cui si può scrivere. Chiunque viva o abbia vissuto a Napoli, pur non essendo camorrista o non avendo assidue frequentazioni camorriste, sa che Gomorra mostra l’assurda semplicità della violenza napoletana, riconosce atteggiamenti e parole e non ha bisogno di tradurli.
Non ho letto il libro di Saviano, un po’ per scelta un po’ per caso, ma rimasi stupito dalle reazioni furiose dei “protagonisti” del libro. Deve aver creato un’attenzione davvero scomoda, e deve averlo fatto senza dar vita a niente di ambiguamente affascinante. Quella del film, per l’ovvia differenza di mezzi, è una portata differente, sia dal punto di vista dell’impatto che da quello del contenuto. Non ho provato rabbia, vedendo Gomorra, ma tristezza e un po’ di vergogna. Con ogni probabilità non potrà fare a meno di essere l’opera che sancirà la definitiva diversità di Napoli e del Sud, con la raffigurazione di una realtà inaccettabile per chi ne è fuori; la visione non di un problema, ma di un tumore, un corpo estraneo, che in quanto tale va temuto, estirpato, distrutto. Gli unici rimandi al mondo esterno sono nel vestito d’alta moda che dalla piccola impresa malavitosa arriva alle passerelle internazionali, ed il breve monologo di Servillo sull’opportunità di avvelenare la propria terra per favorire l’economia nazionale. Per il resto, il mondo di Gomorra è assolutamente chiuso, feroce, ottuso e distruttivo.
Quel che c’è di buono, è che ho scoperto di essere bilingue. Fa curriculum.
(3,5/5)
Vorrai mica andare a vedere Ultimi della Classe, Certamente, Forse o Tutti Frutti, che neanche chi ci ha recitato sa cosa sia? E' chiaro che non li si può vedere. I bambini possono andare a vedere Underdog che è un supercane con la faccia simpatica. Chi invece non ha la faccia simpatica è costui:

Qui si torna, sporadicamente, ad indicare quei film che magari ci si aspetta che tu veda, ma non si ha nessuna intenzione di farlo. Un pratico esercizio del senno di prima. Alla scoperta di Charlie, A Proposito di Shmidt, adorabili vecchiacci dall'animo fanciullesco che ostentate il vostro nome, non mi avrete mai. E "dai produttori di Sideways", un film che per due inquadrature di bicchieri di vino rosso è diventato immediatamente sofisticato. Il che, fra l'altro, depone male per il vino in questione. Ma ve la ricordate la scena di recupero del portafogli? Ma con Lino Banfi sarebbe stata differente?
"Con un padre così chi ha bisogno di un fratello minore?" mmm, quanto mi intriga. Pochissimo.
Epidemic è il secondo atto della trilogia Europa, segue L'elemento del Crimine ed è sostanzialmente un'opera di transizione. Film a basso costo, realizzato nella prospettiva di poter usufruire di maggiori finanziamenti per il più complesso Il Grande Male, che invece non verrà mai girato.

Il film si svolge su due piani narrativi, il primo, in 16 mm, mostra Lars von Trier e Niels Vørsel lavorare alla sceneggiatura di un film di cui vediamo brani nel secondo piano, in 35 mm; i due "mondi" sono fusi dalla presenza ininterrotta del marchio rosso Epidemic, in un angolo dello schermo. Molti sono gli elementi in comune col film precedente, rispetto al quale Epidemic rappresenta il ponte verso Il Regno: ancora acqua stagnante, atmosfere marce, il riferimento all'ipnosi (il protagonista, anch'esso interpretato da von Trier si chiama Mesmer). Epidemic parla della peste, lasciando quasi tutto a descrizioni verbali e a un'impostazione registica efficacemente disturbante, col bianco e nero sgranato (m'è sembrato di vedere riflessi verdastri, ma non ci giurerei), approssimativo quanto il sonoro riverberante. Anche l'epidemia stessa rimanda al film del '94, dove era l'attitudine a compiere azioni criminose a propagarsi come un morbo.
Nelle fasi in 35 mm la ricerca dell'inquadratura, la costruzione dell'immagine è più accurata, mentre nelle parti "documetarisiche" (nettamente in prevalenza) si intravedono le improvvisazioni e la camera a mano che faranno la fortuna del regista danese. Non senza (auto)ironia von Trier mette in scena i suoi schemi, le sue regole, tracciando su un muro una linea temporale con le dinamiche, gli snodi del film ed i significati che gli stessi devono veicolare. Un gioco che forse si fa troppo scoperto e meccanico nel finale, ma che restituisce comunque un'opera particolare nell'atmosfera e seminale nell'individuazione dei temi che diventeranno ricorrenti nei lavori futuri.

Il film è accompagnato da un altro manifesto, con un elogio alla "bazzecola", che è "umile e avvolgente. Scopre un angolo senza fare un segreto dell'eternità".
(3/5)
Lo dico subito, speravo di divertirmi di più. Sarà terribilmente tamarro e tutto quello che si vuole, ma l'ultimo pezzo grosso che ho visto al cinema per divertirmi che mi abbia divertito è 300.
In sala sono passati i trailer di un altro paio di supereroi, uno vero e una parodia, su una rivista presa lì ce ne sono altri due, e tutto senza contare Indiana Jones. Non azzardo una lettura sociologica della questione. Sull'altro versante, l'attore che riesca ad accaparrarsi una parte da supereroe la sfanga per almeno un lustro. Me lo ricordo Robert Downey Jr., quando era un tossico incapace di non dare fuoco a se stesso ed a persone e cose nel raggio di quindici metri. Le serie sui supereroi ripuliscono attori e registi (Nolan, Raimi...), buon per loro. Io forse li preferivo tossici, ma buon per loro. Ma devi anche essere fortunato, sennò capita che a cinque anni di distanza rifacciano il tuo film con un altro tizio, perché la tua faccia da Hulk non è stata abbastanza convincente. Hollywood reinventa il suo immaginario negando anche le sue incarnazioni più recenti. Credevo di aver assistito alla nascita dell'Hulk contemporaneo, e invece no.
Torniamo ad Iron Man.
E' un tizio a cui piacciono le auto veloci e l'hard rock, quindi non abbiamo molto da spartire. E' un fabbricante d'armi e tutta la parte nelle grotte afghane è piuttosto pesante però adesso vorrei dire una cosa. Bene, non mi aspetto da un film come questo una critica antimilitarista o un'autocritica americana, però non mi aspetto neanche il contrario. Il giovane Stark ci rimane male quando scopre che le armi che vende uccidono anche quelli che lui considera i buoni, e non esce mai da questa dicotomia. Fa di sè l'arma per gli Stati Uniti assicurando così la giustizia nel mondo intero. Non lo sfiora mai l'idea che i cattivi potrebbero essere anche loro. E intanto passeggia per i territori occupati dall'esercito statunitense, al quale peraltro vanno i primi ringraziamenti dei titoli di coda.
Torniamo ad Iron Man, regia ed attori.
Lo stile è meno videoclipparo del solito, e questo è buono. Gli effetti speciali sono integrati nella "realtà", anche grazie al fatto che buona parte delle scene d'azione si svolge di notte. Nessuno degli attori è chiamato ad incarnare un ruolo particolarmente complesso, ma se la cavano tutti. A proposito, solo a me Jeff Bridges ha ricordato Gene Hackman? Alcune scene sono divertenti, tipo l'allegro chirurgo e le prove tecniche. Le prove tecniche sono sempre abbastanza spassose, sarà per questo che si ostinano a rigirare gli incipit. C'è qualche battuta in più del solito, in sceneggiatura, ma non è che siano entusiasmanti. Se ancora dovete vederlo, aspettate la fine dei titoli di coda (a questo film ci ha lavorato tutto il mondo tranne me) prima di lasciare la sala.
(2,5/5)
Penultimo film di Altman, prima di un non pervenuto Paint. Ha un suo fascino malinconico nell’ostinazione a non raccontare, a dedicarsi completamente alle coreografie dei balletti, accennando a vicende personali solo se possono essere indicative di dinamiche di gruppo. A nessuno, neanche alla protagonista Neve Campbell, viene concessa un’entrata in scena o una presentazione, ognuno è accessorio alla coreografia del film. Amori, incidenti, delusioni sono completamente privi di drammatizzazione, accennati e mai influenti sull’unico protagonista, il balletto, espressione corale che ha bisogno di schiacciare le personalità dei suoi protagonisti per assumerne una propria. Il coraggio del regista è qui, nel non aver voluto ingannare lo spettatore con l’identificazione in una storia accessoria e canonizzata d’amore o di rivalità, proponendo uno spaccato di un mondo estraneo a gran parte del pubblico e documentandone il suo particolare potere di seduzione.
(3/5)
Una prova ai limiti dell'umano. Volevo solo insultarlo, questo film, prenderlo per il culo, ma visto che tutta la critica ha orgasmaticamente inneggiatto al capolavoro, cercherò di essere un po' più analitico.
Le evocazioni del neorealismo si sprecano, nelle tante entusiastiche letture. Non è né realista né neorealista far parlare persone per quasi tre ore, senza soluzione di continuità. Non è aderente alla realtà ribadire ogni concetto almeno una dozzina di volte. Non è una fedele riproduzione del parlato quotidiano ripetere ossessivamente "ma che buon cous cous", "le leggi francesi sono molto dure", "mia figlia non impara a cacare nel vasino", "mio marito va a zoccole", "le mie zizze sono vere" (per una citazione fedele dei dialoghi di cous cous l'ottimo post di yukiko). Per quanto limitata, la cognizione umana, in mancanza di disturbi quali rumore o lobotomia, è capace di comprendere il significato di una frase già al primo ascolto. La ripetizione del concetto è doverosa in caso di feedback negativo, del tipo "che cazzo hai detto?", e comunque l'operazione non avrebbe successo se venissero adoperate (sempre in mancanza di disturbi di diverso tipo) esattamente le stesse parole della prima enunciazione. Non è realistico verbalizzare ogni pensiero, ogni azione, ogni riflessione sull'altro, su se stesso o sul mondo. Come mi insegna la mia psicologa di fiducia questa fase normalmente si conclude con l'infanzia.
Non è un'impostazione neorealista piazzare la macchina da presa nella bocca di chi sta mangiando. Qual è il significato politico degli sputacchi di grano, dei pezzi di peperoni infilati nei denti? E' un'impostazione visiva tutt'altro che neorealista, tutt'altro che tendente all'oggettività, è ipersensazionalismo, è il peggior horror che abbia mai visto. Ma qui non si tratta del bolo di strozzini yankee pronti ad essere derubati dai rivoluzionari messicani (più o meno era così Giù la Testa, Coglione!), perché vuoi farmi odiare questi innocui immigrati, minacciandomi con i loro pori ed i loro follicoli piliferi? Dov'è la trovata estetica di mani unte e dita succhiate? So io quale è il segreto del grano: bisogna mangiarlo a bocca chiusa.
"La mancanza di luoghi comuni nel descrivere la quotidianità dei protagonisti e le ipocrisie della borghesia francese". Cosa? C'è già un prodotto artistico in cui si vuole riprodurre la quotidianità, e lo si fa con lunghi dialoghi e primissimi piani, si chiamano telenovelas, o soap opera. Tralasciando il piccolissimo salto logico per cui i protagonisti dichiaratamente con le pezze al culo ci mettono un lampo a radunare tutti i riccastri ed il potentato vicinomarsigliese, dal prosindaco al manager al pappone, questi nel palesare la loro ipocrisia facendo a meno di luoghi comuni ripetono fino alla (ulteriore) noia "bisogna cacciarli via, questi che vengono da fuori, perché noi non siamo abbastanza onesti da far quello che fanno loro. bisogna cacciarli via, questi che vengono da fuori...(ad libitum)". E poi tu, arabo-francese privo di stereotipi, stai aprendo un ristorante di cous cous e per salvarti il culo improvvisi una danza del ventre.
...mb...
Sto scrivendo una sceneggiatura priva di stereotipi dove io apro una pizzeria nel milanese e per salvarmi il culo mi vesto da pulcinella e improvviso uno spettacolo di guarattelle. Certo non potrei competere con la sensualità di una quindicenne con la panzella (posticcia) che fa tanto identità culturale; vorrà dire che organizzerò anche una tombola con sottofondo di mandolini. Giuro che quando ho visto arrivare la madre al ricevimento ho pensato, in un impeto di ironica autocommiserazione, "Gesù, mò ci farà pure la danza del ventre". Sgarrato di poco, è toccato alla figlia. Non sono ancora del tutto libero dai luoghi comuni.
E chiudo con una nota sulla lingua. Non voglio sentire i lebabluà ciuppicciù francesi per almeno 3 mesi. Facciamo 6. Merci.
(1/5)
A Bologna in questi giorni si tiene il festival Slow Food on Film. Tanta roba da vedere, un concorso per varie categorie e quattro serate con film all'arlecchino e degustazione al mambo (il museo d'arte contemporanea di Bologna). Una cosa che suona molto radical chic, in realtà ben organizzata, interessante, ed a prezzi decisamente accessibili.
Iersera Le Grand Chef, coreano ma di quelli con i soldi per muovere la macchina da presa. Probabilmente un blockbuster in patria, racconta una sfida fra cuochi in tono molto colorato, ma realistico quando si tratta di preparare sushi di pesci palla vivi, a cui si taglia via il muso e li si rivolta come calzini mentre sono ancora scodinzolanti, o quando si sezionano intere vacche. Come spesso accade il cibo è associato alla memoria, che qui è individuale, legata a vicende personali, o collettiva, storica, nel raccontare e ricordare l'occupazione subita dal Giappone nel 1910.
Nelle sfide culinarie adopera lo split screen, riprendendo la struttura fumettistica, e ancora dal fumetto sono mutuate le numerose caratterizzazioni e le digressioni per lo svolgimento di storie parallele dedicate ai personaggi secondari. Non mancano eccessi di enfasi e sottolineature, ma in definitiva il film regge, sufficientemente spettacolare e con il richiamo orientale al sacrificio e all'estetica.
A presentare il film in sala il regista con la moglie, protagonista femminile, irresistibili col loro sorriso imbarazzato e lo sguardo che cade spesso verso il basso. Yun-su cita la frase da cui sarebbe partita l'idea del film "Il numero dei piatti migliori del mondo equivale al numero delle mamme". Vero.
A proiezione finita con generale apprezzamento del pubblico, al mambo ci viene offerto un piatto con pesce azzurro e pesce veloce del baltico, in arte Baccalà. Buono, anche il vino.
Annotazione antropo-economica: qualche tempo fa allo stesso cinema arlecchino l'anteprimissima dell'ultimo Gilliam (passato in sala solo mesi dopo), con tanto di Gilliam in sala, a tre euro e cinquanta, non fece la metà delle presenze dello sconosciuto coreano a dieci euro, ma accompagnato dal pesce veloce del baltico. Credo che aprirò un cinerante. Un ristìmena. Un mangia e vedi. Insomma, nonostante decenni di prosperità, le necessità primarie da soddisfare sono sempre le stesse.
(3/5)
Due ragazzi si perdono nella Death Valley. Già il fatto che di un film si possa scrivere una sinossi soddisfacente con sette parole, fa dello stesso un buon film.

A quanto ho capito è il film con cui Gus salta il fosso. La presenza di Damon e Affleck (anche qui Casey) non dico che è inutile, ma è evidentemente l'ultimo flebile legame con le regole della drammatizzazione. La figura umana è necessaria all'attenzione dello spettatore (e il singolare si discosta poco da una realistica stima del pubblico pagante. In Italia arrotondiamo per eccesso, perché il film non è stato distribuito), ma è chiaro che quel che interessa al regista è l'ambiente ed il vuoto da esso contenuto. Se prendiamo Fata Morgana (Herzog 1970) (terza e quinta foto), lì del confronto con l'essere umano si fa completamente a meno. Paesaggio altrettanto spettrale e desertico (il Sahara, nella fattispecie), ad Herzog basta lo sguardo della macchina da presa per sottintendere la presenza umana aliena. Nella seconda parte del film sono presenti esseri umani, ma questi vivono lì, hanno già accettato le regole dell'ambiente e ne portano visibili i segni.


In Fata Morgana non c'è nessuno a raccogliere la sfida dell'Inglobante, solo Herzog a testimoniarla, in Gerry Van Sant mostra invece l'inadeguatezza degli intrusi. I loro primi scambi verbali (il logos, la ragione) riguardano una puntata de La ruota della fortuna e un videogioco stile Civilization. E' chiaro che non partono bene, le loro armi sono spuntate. E intanto il mondo si esprime col vento, con le ombre, le nuvole, il tempo; non in senso metereologico, il trascorrere temporale rappresentato dal passaggio velocizzato delle nuvole e dai giochi di luce che produce sulla terra. E specialmente si esprime con la sua immensità, Inglobante che fagocita i personaggi fino a farli sparire in un impietoso campo lunghissimo.


Van Sant accompagna la descrizione solo con una scarna colonna sonora in inizio e fine film e nel mostrare adopera lunghi pianisequenza, ad assicurare la presenza di numerosi dettagli casuali. E' rigoroso, quindi, nella visione documentaristica, mentre lascia che la parte narrativa sia fatta solo di indizi, senza imporre una lettura privilegiata.
(3,5/5)

Sono rimasti davvero in pochi a lavorare alla scrittura e alla struttura come sa fare Wes Anderson, con lo stesso impegno e la stessa coerenza. Il suo modo di mostrare è spudorato, la regia è in evidenza con le inquadrature frontali, i carrelli, i ralenti, i colori accentuati, i costumi eccentrici. Anderson crea il suo mondo, totalmente artificiale e cinematografico, in qualche modo espressionista. Eppure il suo è un lavoro di sintesi, tutti i suoi artifici concorrono a dare ai suoi personaggi una credibilità, uno spessore, una vera e propria personalità che opere con toni più realisitici o drammatici non riescono a creare. Anderson ama tutti i suoi protagonisti e ce li fa amare, non costruisce mai una figura totalmente negativa, fa a meno dell'antagonista, il suo cinema iperespressivo interiorizza il conflitto.
I personaggi di Darjeeling crescono nello spettatore, osservato a sua volta dai numerosi sguardi in camera, come se la curiosità e lo studio fossero reciproci. Una prima parte ironica e brillante, senza il minimo passo falso e senza interruzione di ritmo, crea una tale complicità da renderti totalmente vulnerabile ai cambi di registro o alle vicende drammatiche. Il tutto senza mai cadere nella forzatura, nell'esagerazione. Diabolico, il regista ha piazzato una bomba ad orologeria sotto il tuo sedere, mentre ridevi, e tu non te ne sei accorto.
Ma l'operazione di Anderson è ancora più complessa, con la costruzione di assonanze narrative che accomunano tempi diversi, la capacità di adoperare una sorta di raccordi empatici fra le scene e anche di inserire momenti autoironici e metafilmici (parentesi con spoiler: Murray che letteralmente perde il treno per un suo nuovo film con Wes, Wilson che fa il verso ai viaggi spirituali in cerca di se stessi, per poterli quindi reinventare, le carrozze del treno, in una delle ultime scene, che come nella sezione del sottomarino di Zissou mostrano tutti i personaggi, il racconto di Schwatzman, che ha la fine, ma gli manca l'inizio...tutta roba meravigliosa). E' uno che inventa cose nuove, possibilità che in molti credono ormai estinta. E poi mi ha messo un groppo in gola come non sentivo da anni.
(5/5)
La storia la conoscete tutti: i Rolling Stones si introducono col favore delle tenebre nella villa di Ringo Starr per svaligiarla. Ringo parte alla ricerca del suo tappeto, che dava davvero un tono all'ambiente, e strada facendo si prepara dei piatti niente male tagliando sottilissimo l'aglio con una lametta da barba.
Sono notevoli questi Stones, sempre uguali a loro stessi, da tossici in galera a tossici a concertare per l'ex presidente degli Stati Uniti, per sola intercessione del tempo. I loro sguardi sono gli stessi, da che pellicola ricordi. Richards è un ragazzino contento di essere ormai intoccabile, Wood tiene botta facendo il musicista del gruppo. Jagger lo ricordo in uno stranissimo film del '70, Sadismo (in originale Performance). Lessi che si era tanto lasciato prendere dall'atmosfera malsana del film da non riuscire più ad uscire dal personaggio. Watts è il mio preferito, guarda sempre un punto indefinito dietro la tua testa, sembra fatto di cera ed è il batterista dei Rolling Stones. Jagger a concerto finito gli chiede "vuoi dire ciao?" "ciao" "parla!".
Fra gli ospiti un Buddy Guy che dall'alto del suo blues appena apre bocca sovrasta qualsiasi cosa.
E nella parte di se stesso Scorsese. Ha costruito un gran monumento.
(4/5)