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Un po’ come sparare su un’anatra morta, prendersela con questo Shyamalan che parla di piante allergiche agli uomini. Gli errori di E Venne il Giorno sono così evidenti che si può scegliere di ignorarli, ma non affermare che non ci siano. Il primo a dover essere bastonato è lo Shyamalan sceneggiatore, più di quello regista. Lo sceneggiatore è spinto da una furia autodistruttiva così violenta che l’unica cosa a lasciare più inorriditi è l’evidente mancanza di consapevolezza nel farsi del male. Che sia una forma di metascrittura? La realizzazione di un suicidio testuale prodotto in stato di incoscienza, parallelamente ai suicidi di cui s’intesse il film? In realtà gran parte degli strafalcioni di Shyamalan sono al livello di un brutto tema di scuola media: la terribile costruzione di tutto il conflitto amoroso fra i protagonisti, frasi come quella donna mi sembra l’esorcista, e dammi qualche percentuale, ok 62, il profondissimo indovinello sul cent raddoppiato ogni giorno per un mese, ma soprattutto, dal punto di vista della costruzione narrativa, perché è dal primo minuto che sai che la tossina è d’origine naturale, perché ti sei scambiato sguardi torvi con glicini e banani, perché hai appena detto ad una tizia al telefono di stare lontana dagli alberi, e immediatamente dopo suggerisci di andarsene per fratte?
Un’idea per il soggetto il regista indiano ce l’ha sempre. Sai quando vuoi fare qualcosa con la videocamerina e dici “però ci vorrebbe una buona idea, una cosa intrigante, alla base del corto c’è l’idea”, lui quell’idea ce l’ha, ma è da Il Sesto Senso che non riesce a renderla interessante né internamente coerente per la durata di un film. Shyamalan tratta grandi temi come la paura dell’alterità, la violenza contro la natura e noi stessi, la dipendenza dalle immagini e dall’immaginario di massa, in maniera del tutto superficiale e terribilmente supponente, nell’attesa e nella personale sicurezza (perché lui in sé ci crede) che saranno gli altri a fare il suo lavoro, sovrainterpretando.
Nonostante questo, e qui giustifico il voto che sto per dare, E Venne il Giorno dura solo un’ora e mezza, è meno irritante di Lady in the Water e Signs e la scena nella casa della sig.ra Jones non è male, nella sua classicità horror.
Un’ultima cosa, la rintronata Zooey Deschanel la si può ascoltare in un disco con M. Ward, a nome She and Him. Lei canta con una vocina un po’ acuta che non si regge per un intero cd, ma preso a piccole dosi l’album è inferiore ad uno di Ward, ma decisamente migliore di un film di Shyamalan.
(2/5)

Un po’ di cartoni. Vexille è un’opera completamente in 3d, a naso la si assocerebbe ad Appleseed, e in effetti i riferimenti e le scelte estetiche sono simili. Vexille potrebbe essere il seguito di Appleseed, se quest’ultimo avesse avuto un finale differente (parentesi spoiler su Appleseed: nel film di Aramaki il ragionamento della superintelligenza artificiale che decide di sostituire gradualmente gli esseri umani, dopo millenni di fattacci, con delle copie artificiali più pacate, mi aveva convinto in pieno). Anche qui esoscheletri e atmosfere apocalittiche, ma con una trama più lineare e coinvolgente. Vexille è sostanzialmente un film d’azione, di quelli fatti bene; fra l’latro sufficientemente nichilista da risultare interessante. Gli esseri umani in 3d non sono ancora un granché, ma se li si considera dei simulacri e non dei tentativi di copia dell’essere umano sono più che accettabili. Le ricostruzioni d’ambiente e d'oggetti, invece, sono davvero notevoli e accurate, perfette nei giochi di luce, nei riflessi sulle armature (in particolare il metallo sembra davvero metallo, pesante) e come sempre nei cartoni giappo piene di riferimenti realistici e dettagli affascinanti.
Vexille, insomma, è un prodotto di intrattenimento ben fatto e non stupido, l’unico motivo che mi viene in mente per non portarlo nelle sale è un embargo verso qualcosa che non sia abbastanza disney-pixar e non sia legato alle giuste case di produzione e distribuzione.
Diverso per genere e tecniche di realizzazione The Girl who Leapt Through Time. Come suggerisce velatamente il titolo, si tratta di una ragazza che salta nel tempo. La cosa si fa più intimista, quindi i protagonisti sono in un più classico ed espressivo 2d. Numerosi sono gli inserti in computer grafica, e in generale la resa visiva è comunque ottima e interessante, concentrata su paesaggi urbani, sospensioni con frinire di cicale, tracce di luce sull’acqua, a scandire la storia fatta di amori giovanili e paradossi temporali. A proposito di film con paradossi temporali, questi si reggono sempre sull’”effetto farfalla”, per cui da variazioni minime di comportamento discende uno svolgersi degli eventi radicalmente differente, diffondendosi fra l’altro ad un ambito ben più vasto rispetto quello da cui la variazione è partita. Tutto è concatenato, bene. Ma non è semplicemente così: in tutti i film l’effetto farfalla porta inevitabilmente ad un peggioramento esponenziale della situazione. Cioè tutti questi film contengono l’assunto che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili: prova a prendere l’ombrello invece che bagnarti e ci sono ottime probabilità che il mondo sia fottuto. A causa tua. Perché ti sei lamentato invece di infradiciarti e basta. Da La Vita è Meravigliosa (diverso ma simile) a Ritorno al Futuro, da Butterfly Effect ai cartoni giapponesi, cercare di migliorare la propria situazione è una cosa che porta solo rogne, ognuno ha quel che si merita. Gli unici a fare eccezione sono Topolino e Pippo, che con la macchina del tempo di Zapotek si pongono all’origine di praticamente ogni opera d’arte dell’ingegno umano.

Dopo questa dovuta, dotta digressione (da quant'è che non sentivate Zapotek, dite la verità?), torno a The Girl who Leapt, che è ben scritto, divertente quando vuole essere divertente, triste quando vuole essere triste, con una cura per le immagini all’altezza del cinema d’autore. Cosa che in occidente ancora non si fa: si preferisce fare cartoni che siano in una zona liminale, fra bambini e adulti, in modo da non far ridere troppo i bambini al cinema e non far sentire troppo stupidi gli adulti che vanno a vedere le favole. Che poi a me vedere le favole piace un sacco, ma qui la logica di mercato è spietata ed esclusiva.
Per finire con Hosada, molto bella una scena di simulazione della macchina da presa, dove la protagonista in primo piano corre ad inseguire l’inquadratura, che tende ad essere più veloce di lei e quindi a presentare il campo vuoto. Solo il finale, o non l’ho capito o è buttato un po’ lì. Ok, ho finito.
Vexille: 3,5/5
The Girl who Leapt Through Time: 3,5/5 ma anche un po' di più.
Dopo Hamburger un altro film brasiliano, decisamente peggiore. Per chiarirmi cosa penso del film faccio il percorso al contrario: parto dalla reazione finale. Fondamentalmente noia. La noia che spesso mi viene dal guardare film d’azione mediocri, monolitici, privi d’ironia e irrimediabilmente ingabbiati nei propri schemi. Tropa è quindi un film d’azione. Privo d’ironia perché non vuole proporsi solo in quanto tale, ma pretende d’essere spaccato sociale. Da qui, credo, il premio a Berlino, che sembra stargli molto molto largo nel suo essere frutto di una svista, o più verosimilmente di una riuscita operazione di marketing, avendo l'opera di Padilha una lista di produttori e finanziatori lunga quasi cinque minuti .
Continuo a credere che non sia il tema a fare il film, ma il tono. Tropa de Elite ha una voce fuori campo dal timbro profondo e dai contenuti incerti e spesso contraddittori (“a chi non è un iniziato il Bope può dare l’idea di una setta, ma per noi è esattamente questo”, ad esempio, è una frase priva di significato), durante la narrazione vengono spesso rovesciati i rapporti di causa ed effetto, a dimostrazione che più che un film che non si schiera si tratta di un film cui manca una tesi. Le scene d’azione sono per lo più notturne, con i colori delle luci artificiali tremolanti per l’effetto della camera a mano che fa molto dinamismo. Incoerenza, inquadrature sbilenche, sensazionalismo, voce narrante impostata, non vorrei dirlo ma Tropa a momenti somiglia a Lucignolo, se non fosse che Lucignolo è assai più greve di qualsiasi altra cosa.
(2/5)
Nel Brasile del ’70 genitori comunisti fuggono dalla dittatura militare lasciando il figlio al nonno.
Il gradimento del film di Cao Hamburger (e notate con quale padronanza e autocontrollo evito qualsiasi battuta sul nome del regista) dipende molto da quel che si ha voglia di vedere. I film più o meno toccanti con ragazzini difficilmente ho voglia di vederli, e nonostante questo sia costumato non offre molto di più della presa connaturata al soggetto. La portata storica è demandata alla scelta del contesto, che aggiunge una drammaticità altrimenti assente. Se si esclude questo, si parla per buona parte di esperienze bambinesche senza saper fare a meno di ammiccamenti tipo musichette che fanno ciribiribì bon bon ed innocenti sbirciate iniziatrici nei camerini. Insomma, un film pulito, con tristezze probabilmente sentite ma proposte in modo piuttosto meccanico, in molte parti pericolosamente in odore di carino.
Bene, se mi fossi ricordato che Zhang Yang è il tipo de La Guerra dei Fiori Rossi, mi sarei risparmiato la visione questo Getting Home. Non c’entra niente col film di Hamburger, però c’entra. Anche qui dell’agrodolce, ma il film di mr. Cao al confronto è un capolavoro. A raccontare storie con lo sfondo (anche questo automaticamente drammatico) delle Tre Gole c’era riuscito molto meglio Jia Zhang-ke con Still Life. Nella mini recensione del biografilm si parla di Weekend con il Morto alla cinese; credevo fosse solo un modo per dare un riferimento conosciuto, e invece è un richiamo drammaticamente azzeccato. Almeno Weekend è solo una fesseria, e fa anche un po’ ridere, qui invece c’è tutta ‘sta pretesa di fare riflessioni profonde con tono leggero, ma non gli riesce bene nessuna delle due cose. Qualche paesaggio di default, che si vede che hai studiato cinema e forse anche fotografia, e stai in Cina e i paesaggi ad effetto non ti mancano, ma nel migliore dei casi hai fatto un paio di cartoline.
(oddio, adesso che la vedo, bastava far caso alla locandina...)
L'Anno in cui i Miei Genitori Andarono in Vacanza: 3/5
Getting Home: 2/5
La seconda giornata del Biografilm è stata dedicata ad Hunter S. Thompson, ed è una cosa buona. Due film “di finzione” e un documentario. Giustamente riproposto Paura e Delirio, che tutti noi amiamo, l’altro film è Where the Buffalo Roam (Art Linson 1980), il documentario Gonzo: the Life and Work of Dr. Hunter S. Thompson (Alex Gibney 2008). Il tutto restituisce una figura interiormente contraddittoria, e quindi universalmente coerente.
Il colpaccio è Where the Buffalo Roam, perché neanche sapevo esistesse un film del 1980 con Bill Murray nella parte di Thompson. E con la colonna sonora di Neil Young. Invece esiste, lì ha avuto poco successo, qui non è stato distribuito per nulla, ma non è affatto male, soprattutto potendo misurarne l’influenza sul film di Gilliam.
Il Thompson di Murray è più aggressivo di quello di Depp, più cacciatore e meno attento alle scarpe da golf, ma molto simili in alcune movenze e nel dedicarsi unicamente al personaggio, piuttosto che alla persona o lo scrittore. Uguale ma diverso, insomma. Accende le sigarette allo stesso modo, fa largo uso di pompelmi ad ogni scopo, fuma sigarette col bocchino, porta ridicoli pantaloncini corti e camicie colorate, ha sempre una valigia piena di tutto il necessario, senza sapere ancora quale è la necessità che si potrebbe prospettare. In più l’Hunter di Murray ha una notevole ossessione per le armi, aderente all’originale, e soprattutto un manichino di Nixon ed un dobermann, addestrato a mordere le palle del manichino Nixon al solo sentire la parola “Nixon” .
Qui non viene messo in scena solo Paura e Delirio a Las Vegas, ma anche numerosi articoli sulla campagna presidenziale del ‘72 ed amenità su traffici d’armi e processi agli hippy; coprotagonista a tutti gli effetti rimane l’avvocato Oscar Acosta con i suoi preziosi consigli. Film prevalentemente cazzone, non ha il retrogusto amaro e disilluso del film di Gilliam, retrogusto che invece lo univa, seppure flebilmente, al reale Hunter S. Thompson.
Perché è il documentario a dare un punto di vista differente, ad evidenziare come i film abbiano messo in scena il Thompson creato da Thompson, con gli anni visibilmente infastidito dal doversi adeguare alla sua invenzione. La prima cosa che si nota nel film di Gibney è lo sguardo: non più quello folle lisergico che è appartenuto specialmente a Depp o quello beffardo di Murray, ma uno sguardo triste, lucido e ripiegato in se stesso. Quella di Hunter è la storia di una persona a cui le cose non stavano bene, una persona che vedeva tutte le schifezze attorno a lui, incapace di scendere a compromessi, destinato alla sconfitta. Ma anche a non starci: Hunter non sa perdere, e nel 2005 si suicida con una fra le sue due dozzine di pistole.
Nei suoi tentativi di politica attiva e successivamente nel suo appoggio ai candidati democratici si pone come un moralista, cioè uno che si sente moralmente ferito da ciò che ritiene sbagliato, destinato a rimanere sempre sorpreso dall’ipocrisia di chi indica quali debbano essere le scelte del Paese: la criminalizzazione delle droghe (leggere) e la repressione del dissenso e non la criminalizzazione delle guerre, degli abusi di potere.
Il Thompson vero è certamente meno affascinate di quello costruito, ma rimane l’incarnazione della decisione predestinata al fallimento, l’inseguimento della logica resa utopia dallo stato delle cose. È quando ci si dà per vinti che si può cominciare a far parte dei vincitori; c'è chi non lo ha mai accettato, mentre sembra che oggi questo lo insegnino (e lo impariamo) molto in fretta.
Where the Buffalo Roam: 3,5/5
Gonzo: 3/5
n.b.: il valore reale complessivo è di gran lunga superiore a quello cinematografico.
E' ormai opinione scontatamente condivisa che il cinema d'animazione abbia pari dignità di quello live. Altrimenti si rischia anche di fare brutta figura. Poi, l'animazione al gusto pixel sta fagocitando la realtà del cinema carnale, ma questa è un'altra storia.
Partendo dall'assunto della prima frase, ne discende che le opere di Mamoru Oshii sono fra le più interessanti del cinema. E sono quindi grandi tanto l'entusiasmo quanto l'attesa per il suo nuovo Sky Crawler, nelle sale giapponesi da inizio agosto. Il trailer promette bene.
Inoltre stanno realizzando un Ghost in the Shell 2.0, cioè il primo episodio ripulito, tridimensionalizzato, con quelche pezzo in più e una colonna sonora diversa. Non che se ne sentisse il bisogno, ma magari è l'occasione per vederlo al cinema. Innocence ci mise solo un paio d'anni ad arrivare da noi, quindi c'è da essere ottimisti.
L'attesa più concretamente realizzabile sembra essere Go Go Tales di Ferrara. L'uomo che ha saputo regalarci il miglior film da protagonista di Walken, King of New York, l'uomo fastidioso e strafatto dalle palpebre sempre a mezz'asta, che riesce ad essere più molesto dei giornalisti ed i guitti che gli si spalmano addosso, fino a riuscire a farli scappare. L'uomo che più ci mette cocaina e vampiri più sembra che parli della Madonna, ma che è davvero noioso quando parla direttamente della Madonna. E pare che non parlerà della Madonna, in questo film previsto per il 20 giugno, ma di un locale di lap dance che si chiama Paradise. Io sono una delle pochissime persone al mondo a cui piacque New Rose Hotel. In quel film, fotograficamente bellissimo e ruffiano, con un grande Walken zoppo a recitare battute improbabilissime, con Dafoe lupo dalle costole in mostra, con l'ultima mezz'ora di rimontaggio di quel che sie era già visto, la cosa più imbarazzante era di certo la performance canora di Asia Argento in un locale sbarazzino come il Paradise. Immaginate quelle scene dilatate per la durata di un film nella loro greve noncuranza. E poi la già meravigliosamente finta, stucchevole scena col rottweiler. Non vedo l'ora.
Ancora agguantabile il film dei Coen, che sarà presentato a Venezia e segue la loro ufficiale rinascita. Burn After Reading sembra molto pericoloso. La speranza è che possa essere un Lebowski; il timore, in verità più fondato, è che sia un Ladykillers o al massimo un Fratello che non si sa dov'è. Il fatto che in lavorazione ne abbiano altri quattro mi inquieta.
Più lontani, ma sempre nei nostri pensieri, The Limits of Control di Jarmusch, con Bill Murray e Tilda Swinton, The Imaginarium of Doctor Parnassus di Gilliam con un sacco di gente fra cui Tom Waits, previsti per il 2009. C'è poi da dire, ed è già un evento, che Malick sta faticando. Sta filmando, quindi potrei anche finire io prima che finisca lui, ma è comunque una notizia. Siamo coscienti di un filming riguardante Tree of Life da circa un anno.
Infine, un appuntamento mancato. Era dal 2001 che Tsai Ming Liang non ci privava del suo capolavoro annuale. Nel 2007 ha realizzato solo il cortissimo per Chacun son cinéma, ed il mondo è un posto più brutto e difficile da abiatare senza il flm di Tsai Ming Liang. Non si sa se stia lavorando, ma tanto noi non lo importiamo più. Abbiamo ben altro da far vedere.
A Michel Gondry, che di professione fa il regista, piace il cinema. Ma ciò è davvero sorprendente. Una passione così inattesa esige di essere immortalata in un'opera poetica almeno quanto il cinema stesso.
Ok, meno sarcasmo.
Col nuovo Gondry mi sono trovato a ripensare a Se Mi Lasci Ti Cancello, film che in tutto il mondo è dispiaciuto solo a me. Ma no, magari lo ricordo male, devo ritornarci, pensavo. Ma è bastata la visione del nuovo Be Kind a rendermi evidente, una volta di più, l'incompatibilità con Michel. E' questione di tempi, di umorismo, della preferenza per il genere di cose per cui rimanere stupefatti: non la pensiamo allo stesso modo.
Jack Black e Mos Def girano versioni amatoriali di alcuni film celebri, avvalendosi della più totale mancanza di senso dell'umorismo e delle soluzioni accanitamente fanciullesche e visionarie di Gondry. Black è antipatico, il che per un attore comico non è un gran vantaggio. Fa le faccette, come Martelloni in Boris, appena più contenuto di un Franco Franchi. Tutto sommato in linea con la comicità francese.
Un film fintamente umile, intrinsecamente ricattatorio come gli altri film del regista, farcito di nostalgie retrò la cui banalità è pari solo alla gratuità: il supporto analogico su quello digitale, le vhs sui dvd (ma il vinile sulle cassette. bizzarro), il bollitore superiore al forno a microonde, il lume ad olio meglio della lampadina e la carne cruda aveva un sapore molto più genuino prima che inventassero il fuoco.
Il tutto facendo finta di non sapere quanto i filmini amatoriali, il cui massimo sviluppo è fra l'altro nel pixeliano youtube, siano disperatamente pallosi.
(2/5)
gira il suo primo film nel 1980 con la pellicola regalatagli da Wenders, avanzata da Lo Stato delle Cose, che fra l’altro raccontava di un film che non si riesce a finire per mancanza di pellicola. Jarmusch si inserisce subito in quel clima di casualità ed aneddotica che caratterizza tutta la sua opera, e per questo gli si vuole necessariamente bene, perché il suo personaggio ed il suo sguardo somigliano ai personaggi e agli sguardi dei suoi protagonisti. Il suo minimalismo è ricercato ma necessario, spontaneo nel mostrare un’atmosfera che mantiene costante dentro di sé.
Permanent Vacation immediatamente mette in scena spazi vuoti, ma rimarrà l’unica opera in cui sente l’esigenza di creare un luogo indefinito, irreale nel rievocare un conflitto passato ed una umanità esclusivamente rappresentativa. Successivamente le stesse necessità troveranno espressione in luoghi geografici definiti, accomunando fra loro le periferie del mondo. Nelle sue opere Jarmusch filma la realtà e la rende irreale con la coerenza delle sue scelte, convinto che l’utilità di un vaso sia nel vuoto che contiene.
Con Stranger Than Paradise (1984) i personaggi acquisiscono una maggiore importanza, il tono si fa più ironico e accessibile, e contemporaneamente le scelte formali più definite, con l’adozione di un bianco e nero radicale e contrastato (molto, molto blues), le numerose sequenze in camera fissa, gli stacchi fra una scena e l’altra marcati da schermi neri più duraturi del normale, a suddividere il tutto in quadri indipendenti. Arrivano le prime incomprensioni linguistiche, le impossibilità comunicative che anche nei film successivi spingeranno a trovare soluzioni alternative alla parola.

In Down by Law (1986) sarà Benigni a trovarsi perduto in America in balia del suo anglo-toscano. Ma in generale non sembra sia utile il dialogo fra individui, la parola è significativa solo quando universale e poetica, come nel Whitman citato dallo stesso Benigni, l’Hagakure di Ghost Dog, William Blake in Dead Man. Down by Law ha uno di quegli incipit che consumano la videocassetta a furia di rivederli, finché non inventano i dvd e finalmente hai la tranquillità dell’indistruttibile supporto digitale. Anzi, Down by Law ha esattamente ed esclusivamente quell’incipit, con le carrellate ad andare e tornare sulle case basse e gli alberi spogli e gli spazi desolati della Louisiana, che scivolano su Jockey Full of Bourbon. Tom Waits e John Lurie, personaggi dalle caratteristiche assolutamente simili (anche nel nome, Zack e Jack. e tanto volutamente simili che sono state tagliate delle scene che avrebbero troppo caratterizzato uno nei confronti dell’altro), ovviamente si detestano. Come tutti gli eroi jarmuschiani sono geneticamente votati alla solitudine, immersi in un ambiente che è il loro specchio e la loro prigione (qui non solo in senso metaforico). L’eccezione è Benigni, un elemento esterno incapace di accogliere le regole che impongono di lasciarsi andare alla deriva, e che infatti intromette nel film delle soluzioni fiabesche che lo porteranno alla felicità, soluzioni incomprensibili per gli altri due protagonisti.
A Down by Law, che segna la maturità di Jarmusch, seguono due film ad episodi e a colori, Mystery Train (1989) e Taxisti di Notte (1991), che in qualche modo guardano indietro, nel decentrarsi rispetto ai personaggi e nel frazionarsi in episodi a volte riusciti, altre meno. In entrambi i film le storie raccontate accadono simultaneamente; sono intrecciate dal montaggio nel primo, mentre Taxisti tiene separati i cinque cortometraggi. Mystery Train ha dalla sua la presenza di Joe Strummer e Screamin’ Jay Hawkins (quest’ultimo nella parte più divertente del film). Taxisti di notte, pieno di star “alternative”, ha probabilmente delle trovate migliori: con l’eccezione dell’episodio italiano, abbandonato a Benigni, gli altri sono buoni o ottimi. A Los Angeles, New York, Parigi, Roma o Helsinki si incontrano vite marginali, sospese o disperate.

Quattro anni dopo, 1995, Jamusch gira in suo capolavoro Dead Man. Applicando i suoi schemi al mito fondativo americano aumenta la portata antieroica, la destrutturazione dell’epica, il fascino dei personaggi. Si torna al bianco e nero, cupo e gelido al tempo stesso, a fargli da spalla la chitarra elettrica di Neil Young. Nello svolgersi dell’undicesima traccia della colonna sonora si può ascoltare l’evoluzione del film, con un giro di chitarra scarno sempre più deformato, fino a diventare un urlo psichedelico, un bad trip indefinito. E il rumore del vento. Johnny Depp non è solo destinato alla morte fin dal principio, è la morte stessa: tutto ciò che vede è morte ed attraversa città e boschi senza luce in un’odissea (con tanto di Nessuno al suo fianco) lineare e silenziosa, punteggiata da incontri inquietanti e scontri mancati. La struttura è classicamente, omericamente epica, orizzontale, abitata da personaggi monodimensionali e predestinati, con cui è impossibile identificarsi ma dai quali è altrettanto impossibile non lasciarsi guidare.
Simile nella costruzione e nell’intento il successivo Ghost Dog (1999), che ospita però una maggiore ironia, in quello che è forse il film più accessibile di Jarmusch. L’estrema coerenza legata alla rassegnazione per il proprio destino trova un’esplicitazione diretta nei richiami all’Hagakure. Un’aderenza al codice che comporta l’essere spietati con gli altri come con se stessi. I personaggi marginali, i reietti della società, sono i protagonisti di questo cinema, e portano il peso della consapevolezza.
Il successivo Coffee and Cigarettes del 2003 è una raccolta di cortometraggi, alcuni recuperati dagli anni ’80 e ’90. Tutti vedono confrontarsi dei personaggi al tavolino di un bar costruito come una scacchiera. Alcuni hanno toni comici, altri decisamente più malinconici, altri sono volatili.
Quello che è al momento l’ultimo film di Jarmusch, Broken Flowers (2005), presenta dei sostanziali cambiamenti d’ambiente, seppure non d’atmosfera. È l’incursione nella borghesia, i protagonisti stessi sono più anziani e quindi sopravvissuti, e sono alla presa con una vita che probabilmente non si aspettavano. Delle donne che Bill Murray va a visitare una si occupa di armadi altrui, un’altra è psicologa degli animali, un'altra vive in un prefabbricato color pastello. Lo stesso Murray s’è arricchito vendendo computer. L’unica ufficialmente reietta è Tilda Swinton, per la quale infatti il tempo non è passato e le ferite sono ancora aperte. Anche questo un viaggio, un film fatto di vuoti e di imbarazzi, dove la sospensione più potente è affidata allo sguardo vacuo di Murray, incerto nel presente e goffamente alla ricerca di un passato.
Permanent Vacation: 3/5
Stranger than Paradise: 4/5
Down by Law: 4,5/5
Mystery Train: 3,5/5
Taxisti di Notte: 4/5
Dead Man: 5/5
Ghost Dog: 4,5/5
Coffee and Cigarettes: 4/5
Broken Flowers: 4,5/5
Sex and the City: un gruppo di sottoventenni eccessivamente truccate va in giro per negozi, fa un sacco di cose alla moda e nel frattanto riflette sull'amicizia e sull'amore.
No, scusate, quello è Bratz.
Sex and the City: un gruppo di ultraquarantenni eccessivamente truccate va in giro per negozi, fa un sacco di cose alla moda e nel frattanto riflette sull'amicizia e sull'amore.
Buono così.
b420, che poi con rara astuzia poliglotta ho capito essere leggibile before twenty, è un film girato a Macao che fa finta di essere un piccolo film per far dire "ma quante trovate, in questo piccolo film. quanti temi affrontati in maniera apparentemente leggera ma efficace". non è vero. è un'accozzaglia di roba e l'attrice non è abbastanza carina da risollevare il tutto con le smorfie ed il cambio d'abito ad ogni scena. quel che ha di buono è che dura poco.
sono passati 17 (diciassette) anni da La Leggenda del Re Pescatore. vabbe', io l'avrò visto due tre anni dopo. proprio in quel periodo scoprivo Terry Gilliam guardando Brazil per caso di notte su rete4 (!) e Tom Waits, attraverso un fortuito passaggio di cassette. Non mi piacque tanto, lo trovai un po' loffio. Tanto tempo dopo, dopo aver consolidato l'amicizia tanto con Waits, quanto con Gilliam, ho pensato mo me lo rivedo. chissà quante cose mi sono sfuggite, chissà quali nuove letture potrò azzardare dopo migliaia di film visti. e chissà dov'è Tom Waits, che non lo ricordo. chissà. questo film sostanzialmente è un po' loffio.
era da tanto che non guardavo un film in tv. su canale5 poi. tutte quelle pubblicità, e senza che mi venisse voglia di comprare niente, che spreco. comunque Vita da Strega è una sorpresa: gli sceneggiatori riescono ad attualizzare il telefilm senza tradirne lo spritio, regalandoci una divertente e spensierata commedia brillante in alcuni momenti come un diamante. tutto falso, nelle ultime righe. è un film di una noia mortale e pure pieno di pubblicità, così che non possa nemmeno durare poco.
B420: 2/5
La Leggenda del Re Pescatore: 2,5/5
Vita da Strega: 1,5/5
mai guidare un'auto se sei morto.