Titolo Provvisorio
Aladar
Ammaccabanane
Bandeàpart
C'era Una Volta il Cinema
Cinebloggers Connection
Cinedrome
Cinema e Viaggi
Cinemasema
Cinepillole
Coccinema
Death Row
Direktor After Hours
Drink
Il Cinema di Memole
Il Piacere degli Occhi
Il Posto delle Fragole
Le Début, la Fin...
L'occhio Critico
Lo sai che i Tulipani
Lost to Follow up
Maghetta
Markx
Mauro
Michela
Miss Pascal's Diner
Nabla 76
Nessuno t'amerà mai...
Ossimoro
Pillole di Cinema
Progetti Rizoma
Riccardo Cocco
Sig.na Vendetta
Spora n.6
Storia dei Film
That's all Folks
Tomobiki Märchenland
Trip to No-Place
Vision
Da qualche parte bisogna pur cominciare. Io comincio dalla scena sul grattacielo, quella dove ci sono tre tizi che parlano e la macchina da presa che volteggia attorno a loro, mostrando altri grattacieli e frazioni di cielo grigio. Lì ho sentito che c’era qualcosa che non andava, perché in quella scena uno dei tre tizi ha una maschera con le orecchie a punta e parla come se avesse un piccione in bocca. È una scena molto molto simile ad una delle migliori di Miami Vice di Mann (in verità una delle poche cose che si salvano in quel film, opera d’un uomo che sa fare cose davvero bellissime e cose davvero così così), ma con Batman in mezzo. E questa sensazione l’ho avuta spesso guardando il film, la sensazione che Nolan abbia creato il suo film, la sua realtà, senza permettere ai personaggi di entrarci. E se entrarci risulta difficile a loro, che lì dentro ci vivono, figuratevi a me. Personaggi, plurale, perché anche Joker è escluso dalle linee fredde e squadrate della città e dai suoi colori, spiazzato dai suoi continui tentativi di ironia e follia la cui resa appare scialba e la motivazione nulla.
Oppure avrei potuto cominciare così: ecco il vero Funny Games. Quello girato in americano, cioè con inquadrature e temi e attori e conflitti americani. Quello che, come si usa fare specialmente nei supermovie, assieme all’azione ci mette il riferimento all’attualità, i video dei terroristi (l’emulatore di Batman catturato e filmato da Joker), i ricatti morali a cui non cedere (la battaglia navale), i funny games (i due legati alla bomba e soprattutto scegli se ti ammazzo la moglie o il figlio), la propaganda politica. Non è certo una novità: Funny Games ha lo scopo, fra gli altri, di scoprire alcuni cliché. Per quanto alcune coincidenze (le scene citate fra parentesi, nonché la scelta del cattivo senza motivazioni e senza passato) siano piuttosto sorprendenti da ritrovare a tanta vicinanza dal film di Haneke. Probabilmente anche il caso, o il caos, per dirla alla Joker, ha nascosti fini didattici.
Con Memento ed Insomnia Nolan crea delle storie fortemente coese, dove ogni tassello concorre alla costruzione delle tesi dei film, fatti entrambi di relatività della percezione e di autoinganno. Questa coesione qui non c’è, ed il film d’azione, che per riuscire avrebbe bisogno di uno scheletro intrigante, risulta essere un susseguirsi di scene più o meno mirabolanti che pure non raggiungono il ritmo e l’incisività del già citato Mann. Che su grattacieli, discoteche e su buoni e cattivi che si completano l'un l'altro ha ancora parecchio da insegnare.
Infine, e vedi se proprio a me deve toccare la parte del difensore di Burton, i primi due Batman creano una Gotham a misura di supereroi, supercattivi ed eccentricità, Nicholson è Nicholson, un tipo coscientemente sadico che ti inchioda ed affascina con lo sguardo. Un Joker divertente ed incazzato, attaccato alla vita, non un filosofo depresso e nichilista e anche un po’ lagnoso, che pure guarda molto a Nicholson quando il resto del suo personaggio poco si adegua all’ironia. Poi, capisco il qui ed ora del film, capisco il qui ed ora di un attore che purtroppo è morto giovane, però. Però tutto quello scritto fin qui.
A, nella parte di Morgan Freeman, Morgan Freeman.
UPDATE: l'etimologicamente simpatica visione di Michela.
(2,5/5)
Funny Games è un replay, più che un remake, dell’identico film del 1997, che il regista austriaco Haneke sente il bisogno di rimettere in scena con produzione americana. L’inglese “lingua della violenza” secondo le dichiarazioni dell’autore, ed i volti più noti delle stelle americane sono le differenze sostanziali in un’opera che, per il resto, segue le stesse inquadrature e recita le stesse battute dell’originale.
La famigliola borghese composta da Naomi Watts, Tim Roth e figlio viene sequestrata e seviziata da due educati ed eccentrici psicopatici coi volti atoni di Michael Pitt e Brady Corbet. Funny Games, che parla di violenza fine a se stessa senza mai riportarne l’atto in campo, vuole essere un autoriale atto d’accusa verso lo stesso cinema d’azione e disperazione generalmente made in U.S.A. e verso il pubblico che crea, ingabbiato nel proprio voyeurismo e nelle proprie aspettative. Di contro, pur rapportandosi a questo tipo di cinema, ne rifiuta il linguaggio, adottando uno stile fatto di piani sequenza, tempi lunghi e quasi totale assenza di colonna sonora extradiegetica. A quest’impostazione realistica si oppongono le contravvenzioni di Pitt, il cui sguardo si rivolge spesso allo spettatore, che interpella nel duplice tentativo di coinvolgere e far sentire a disagio.
Interessante per la sua indubbia originalità, in Funny Games è comunque difficile non percepire un atteggiamento intellettualistico ed a volte compiaciuto del regista, principale realizzatore di un gioco che ha come primo obiettivo un’infrazione fin troppo scoperta delle regole.
(3/5)
Anche gli Uccelli Uccidono è la traduzione poco meno che letterale di Brewster McCloud, nome originale del film e del suo protagonista. Subito dopo M.A.S.H. e subito prima de I Compari, un film scopertamente feroce, dove il grottesco trova il suo apice nei tocchi surreali.
Brewster è un ragazzo che nel 1970 vuole imparare a volare, con l'aiuto di una donna sulla cui schiena sono visibili le cicatrici di ali amputate, o perdute. Altman mescola cinema fantastico, generazionale,
poliziesco realizzando una complessa caricatura e prendendosi la soddisfazione di far fuori e ricoprire di guano esponenti di svariate spregevolezze umane: il vecchio avido, il poliziotto corrotto, il violento, l' ottusa razzista e così via. In costante sottotraccia una notevole sensualità, ad opera di donne gelose e protettrici, ingenue o spensieratamente ipereccitate.
Alcune trovate sono assolutamente divertenti, riuscitissima la figura del detective continuamente impegnato a nutrire il proprio ego, di una bellezza particolare Shelley Duvall al suo primo film importante. Ma a prevalere è comunque l'amarezza, la gabbia, un finale paradigmatico delle idee e degli umori di Altman, dove, come in Nashville, si tende a rimuovere forzatamente la tragedia, ad essere vittime compiacenti di una collettiva svendita delle coscienze e della consapevolezza. Qui una chiusura felliniana e metafilmica, un altro tocco di irreale utile a dare spessore realistico al cinismo dell'autore.
(3,5/5)
In realtà poco da dire, giusto l'occasione per riprendere questa rubrica che ben si conforma al clima afoso e disimpegnato. Questo luglio cinematografico va un po' a singhiozzo, ed alla tentazione di lasciare tutto e andare a giocare a racchettoni con i testicoli della Collezione Planet Terror, si oppongono un po' di bizzarrie e un paio di filmoni. La bizzarria è quella, già annunciata da tempo, di Haneke, che non propone un remake di Funny Games, ma un replay. [qui un po' di spoiler, casomai qualcuno avesse non visto Funny Games] Haneke non ci sta: prende il telecomando, nega l'evidenza e manda indietro. Il che mi ricorda qualcosa. Io ci starei attento a quest'uomo [fine spoiler]. Quanto possa valere un'operazione del genere è difficile stabilirlo. Attori più fighi e più americani e soldi per la pubblicità, queste le differenze dichiarate. E richiami inconsulti ad Arancia Meccanica nel trailer, nonché minacce di venirti a sfasciare casa e gambe, una roba raffinata. E Haneke che intervistato dice "Natural Born Killers e Arancia Meccanica sono film che utilizzo con i miei sudenti per spiegare un principio: non puoi fare una dichiarazione anti-fascista utilizzando metodi fascisti". Non l'ho capita; non posso capire una frase che metta sullo stesso piano NBK e Arancia Meccanica, qualsiasi interpretazione cela una contraddizione. Ma lasciamo stare. Io Funny Games l'ho già visto, è un bel film, e se ad Haneke gli va bene e se ho trovato il senso della frase sopra, si augura che fra i metodi fascisti vengano introdotte le mazze da golf.
I filmoni, dal punto di vista della stazza, saranno rullo di tamburi due supereroi. Wow. Naturale poi che le persone normali non trovino lavoro. Questi due fanno parte della schiera dei tormentati, Hellboy, assiduo fumatore, palestrato, lampadato fino all'amaranto, camicia aperta, codino e corna limate, insomma un vero tamarro. Facile che me lo vada a vedere. Ed il tormentato per eccellenza, il Batman di Nolan, qui Cavaliere Oscuro con tanto di Joker. Non un replay, ma un remake. Mi spiace, il cinema è finito, provate a ripassare fra qualche mese.
Vincenzo Natali e Timur Bekmambetov sono persone poco raffinate, pur se in modi differenti. Per renderci conto di questo basta guardarli in faccia, poiché i loro visi corrispondono al loro cinema. Ovviamente questa non è una regola che vale solo per i registi, e nel prossimo post si avrà anche una ragionata rivalutazione della frenologia e del rogo.
Dunque, Natali è probabilmente anche una persona educata, piacevole, dalle idee tanto lunari che magari mentre state mangiando assieme un’insalata di pasta non puoi fare a meno di chiederti perché non smetta mai di essere tanto lunare, neanche mentre mangia l’insalata di pasta. Cypher è un film di fantascienza contorta, ma che demanda le contorsioni a continui cambi di volto, come nel finale di Invito a Cena con Delitto (film bellissimo, per inciso), dove l’assassino si straccia via una mezza dozzina di maschere in lattice. Alcune cose sono
visivamente interessanti, in altre la mancanza di raffinatezza di Natali prende il sopravvento, con dei cambiamenti di tono forse non troppo voluti. Ci sono incursioni nella soap e nella fantascienza proprio quella dilettantesca, ma soprattutto Vincenzo segue il suo pensiero e mai nient’altro: nei suoi film non c'è una digressione, un dettaglio superfluo (quello in cui solitamente si cela il divino, per intenderci. Al divino piace nascondersi, chi siamo noi per rinfacciarglielo?). E poi, diciamolo, senza un kimono bianco e le inquadrature giuste Lucy Liu non è che sia una grande attrice, un po’ tappa e con lo sguardo di chi non vede l’ora di tornarsene a casa.
Di tutt’altra pasta è Timur Bekmambetov, per gli amici Tim o Bek. Il problema è che non è semplice essere amici di un uomo che scuoia gli orsi con l’unghia del mignolo. Perché è questo che fa Tim, oltre a bere vodka nei teschi dei Vincenzi Natali e nasdarovie. Tralasciando l’ideologia di Wanted poco para e piuttosto fascista, il baraccone è anche divertente, ma ripetitivo ed autocompiaciuto. C’è da dire che
Angelina Jolie magrissima e tamarra vince alla grande su Lucy Liu, ma all’ennesima esplosione di cervella viene qualche dubbio su un film in cui l’unico apporto ironico è chiedere scusa col sorriso sulle labbra a chi stai per introdurre in un tritacarne. Sono lontani anni luce i tormenti de La Zona Morta. E poi c’è Morgan Freeman. Nella parte di Morgan Freeman. Come in tutti i film, ad un certo punto appare Morgan Freeman ripreso dal basso verso l’alto che sa tutto. Forse fra una quindicina d’anni leggeremo nei titoli di coda “nella parte di Morgan Freeman Denzel Washington” o “Edward Norton”, o un accurato morphing fra i due. Nel frattempo, Wanted non è la cosa peggiore che possa succederti mentre ti godi due ore di aria condizionata.
Cypher: 2,5/5
Wanted: 2,5/5
Il Matrimonio di Mia Sorella è un bel film, sicuramente più godibile e sorprendente per chi non abbia visto Il Calamaro e la Balena. Però se non hai visto Il Calamaro e la Balena mi spiace; davvero, guardalo, è anche meglio di Il Matrimonio di Mia Sorella. Credo il concetto sia chiaro. Potrei anche fare un altro giro, ma mi si squaglierebbe il ghiaccio nella menta. Vi piacerebbe un bicchiere di menta col ghiaccio, vero? Per me è anche meglio di Il Calamaro e la Balena e Il Matrimonio di Mia Sorella. Che voi non l’abbiate mi spiace: provatelo, Un Bicchiere di Menta Col Ghiaccio.
Non ho trovato molte informazioni sulla vita di Noah Baumbach, ma ci sono ottimi motivi per credere che Il Calamaro sia un film fortemente autobiografico. D’altronde se sei nato in una famiglia borghese col padre scrittore puoi giusto raccontare di questo, mica puoi scrivere come Bukowski del tuo metodo per scommettere ai cavalli. Ti siamo già grati del fatto che nella tua opera non ci siano parole come Matrice e Midiclorian.
No, scherzo, Noah, sei davvero ottimo, sei sintetico, diretto, a modo tuo molto cattivo.
Dicevo, fortemente autobiografico Il Calamaro, e questo Matrimonio potrebbe essere una trasposizione al femminile e con un salto in avanti di una venticinquina d’anni della stessa famiglia. Lui è la Kidman scrittrice, il fratello minore che è diventato sorella c’è, le dinamiche tese pure. E il gioco. La prima scena del Calamaro con la partita da tennis è fantastica, in tre minuti e un paio di battute delinea tutti i ruoli ed i rapporti di forza. Anche qui il gioco, la sfida (la partita a croquet, l’arrampicata sull'albero) permettono il confronto diretto, la competizione. Ma la particolarità dei personaggi di Baumbach sta proprio nel loro essere sempre in competizione, e sempre estremamente espliciti, scoperti, aggressivi e vulnerabili. Il confronto è fra le loro interiorità, senza far ricorso ad allusioni od ipocrisie, più o meno ogni scambio è uno schiaffo in piena faccia. Il che rende la cosa molto asciutta ed interessante, nonostante il cospicuo uso di parole.
Ma attenzione, mentre masticavo il mio cubetto di ghiaccio ho sentito qualcuno pensare “ma allora questo è un film solo di sceneggiatura, verboso, fors’anche un po’ noioso”, no, non lo è, perché nella sua struttura il film ha l’accortezza di lasciare ogni scena ed ogni possibile conclusione un po’ sospesa, accordando così maggiore attenzione al personaggio che alla sua storia; perché pur essendo girato in gran parte con camera a mano ha una scala cromatica fredda e particolare, simile a quella dell’opera precedente, e ricorda di mostrare anche lo spazio che c’è attorno ai personaggi; perché messi in un vero film Nicole Kidman e Jack Black (Jennifer Jason Leight lo sapevamo già) sono veri attori.
(3,5/5)
Credevo di trovarci una scena con Hoffman che si arrampica su una collina, piangendo sotto la pioggia, in Piccolo Grande Uomo, invece no. Si trattava di un altro film e quasi certamente non c'entra neanche Hoffman. Ma era comunque da rivedere, questo pseudo western che ancora una ventina d'anni fa passava spesso in tv. Una delle cose belle del cinema di Arthur Penn è che ogni classificazione di genere può essere preceduta da pseudo: pseudo western, pseudo gangster, pseudo sessantottino. Questo perché è uno di quelli che il genere l'ha arricchito snaturandolo, trovando un nuovo modo di fare epica. Credo sia unico il modo che ha Penn di lasciar seguire ad una parte grottesca o anche esplicitamente comica un’altra scena totalmente realistica e drammatica; e questo lo fa costruendo ogni sezione con lo stesso impegno, curando dialoghi e personaggi, raccontando storie e mostrando il mondo. E qui Hoffman è il suo burattino ideale, (pseudo)eroe non in cerca di identità, ma istintivamente consapevole che sia dannoso averne una. Hoffman è la nostra guida attraverso mondi e modi di pensare, come Zelig indiano fra gli indiani, pistolero fra i pistoleri, religioso fra i religiosi, sempre pronto a mollare quando si trova di fronte all’incarnazione umana compiuta e necessariamente ottusa di uno stock di idee. Film complesso, curatissimo eppure spontaneo, una recensione non particolarmente benevola del 1971 lo indica come “nuovo cinema per famiglie”, ed era vero. Più in là siamo stati educati ad essere di bocca buona.
Il dubbio di essermi ormai affezionato alla firma di Penn, rischiando il pregiudizio positivo, è stato confutato da Alice’s Restaurant, con e su Arlo Guthrie, che deve essere una persona piacevole, ma il suo racconto fricchettone non è altrettanto convincente. Segno che le cose è meglio costeggiarle, prenderle alla larga, e che la leggerezza e l’ironia non sono connaturate ad una situazione, ma vanno costruite.
Sembra non entrarci per niente, ma il nuovo cinema di intrattenimento è Io Sono Leggenda. Che non è male, prima di tutto perché si parla straordinariamente poco. Bestie come leoni e gazzelle sono orrendamente finte, quindi l’effetto sul tipo de L’esercito delle Dodici Scimmie, dove animali selvaggi in città desolate facevano la loro porca figura, qui lo si ricerca ma non riesce. Però le scenografie sono belle (immagino di pixel e blue screen anche quelle, ma almeno le città deserte non hanno gli occhi e il problema di doversi muovere), il cane simpatico, alcune scene notevoli, e poi, non so se lo sapete, ma si parla straordinariamente poco. Appurato che il film non è noioso e che vedere schiacciare zombie da un’auto in corsa è sempre una scena efficace, questi film racchiudono qualcosa di tremendo. Dico questi perché Io Sono Leggenda, Iron Man, Io Robot, sono sicuro anche Hulk, pur non avendolo visto, e poi un paio di eccetera eccetera non sono semplicemente prodotti commerciali, non sono necessariamente brutti, sono inquietantemente vuoti. Ognuno di questi film è solamente lo spot di se stesso, non nasce da nessuna esigenza, è mediocremente perfetto, in modo da non mettere in imbarazzo il successivo; ognuno è il sequel e il prequel dell’altro, in una studiata mancanza di anima. E' una sensazione di vacuità, ma non è la stessa leggerezza dei blockbuster di qualche anno fa, c’è una vena più forte di corporazione e di calcolo aritmetico.
Piccolo Grande Uomo: 4/5
Alice's Restaurant: 2,5/5
Io Sono Leggenda: 3/5
My Beautiful Girl, Mari è un film d’animazione coreano, probabilmente il primo cartone coreano che abbia visto. Imparo che l’animazione in Corea, trascurata per decenni, cerca di rinascere con opere di qualità e dal notevole sforzo produttivo, di cui questo lungometraggio (ma poi neanche tanto lungo, 80 minuti) è l’apripista. Banalmente inedito in Italia, ha ricevuto varie candidature e riconoscimenti, tra cui la vittoria al festival di Annecy.
È un film maledettamente triste. E bello, molto molto bello.
C’è una quantità di cinema in My Beautiful Girl Mari, quello pensato, che si mostra, che ti avvolge, che ti fa credere che la tristezza sia una cosa dolorosa ma esteticamente bella, dotata di una sua specifica purezza.
Un bambino, rimasto orfano di padre, trova rifugio nel mondo contenuto in una biglia, legata al vecchio faro della sua città. Il mondo è colorato e pieno di nuvole e strani alberi, ma vuoto e silenzioso, anzi abitato da una musica che evoca il silenzio; espressione di un’interiorità ancora viva e luminosa, ma in cerca di una guida, di una soluzione ad una sensazione di perdita incolmabile. Il film rappresenta perfettamente la mancanza. Si riesce ad entrare nello sguardo del ragazzino animato, e, con un certo sgomento, si ritrova lo stesso sguardo nel suo personaggio adulto.
Tecnicamente si assiste ad una commistione, perfettamente realizzata, di disegno classico, di computer grafica, e anche dell’utilizzo del rotoscope, specialmente sulle figure umane, esprimendo al tempo stesso realismo nei movimenti e nelle espressioni e stilizzazione nei tratti e nei colori dati dai giochi fra ombra e luce.
Oltre alle incursioni nel mondo magico a cui accede il protagonista, altrettanta meraviglia si ritrova nel passaggio poetico e invisibile da un elemento all’altro, tanto nelle descrizioni fantastiche quanto in quelle reali: dall’aria all’acqua, dall’acqua alle nuvole, dalla terra al cielo, attraverso un accostamento e un progressivo fluire di ogni immagine dentro l’altra.
Un’opera particolare, intensa e malinconica di cui è bene non anticipare altro.
(4,5/5)