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Ad un anno di distanza recupero l'opera di Lee Kang-Sheng, nello svelatamente disperato tentativo di ovviare all'essenza di Tsai Ming-Liang (qui produttore esecutivo) a Venezia; tentativo in buona parte non riuscito. Il film l'ho visto con i sottotitoli tradotti dal francese al googlese, e nonostante di francese non sappia assolutamente nulla, si intuisce come l'avanzato mezzo tecnologico sia del tutto incapace di rendere anche la frase più semplice. Poco male, il film è prevedibilmente taciturno e tutto quel che c'è da capire della trama lo si può trovare nelle svogliate sinossi dello scorso Festival. Che più o meno raccontano questo: Lee è un agente di borsa andato in rovina, adesso piccolo coltivatore di marijuana, che pur non potendo pagare le bollette della lussuosa casa minimal se la spassa organizzando serate con un gruppo di giovani (pseudo)prostitute che si vestono come nei manga, e ovviamente spaccandosi di spinellotti. Una vita tutto sommato non disprezzabile, ma che comunque sembra non soddisfare il nostro eroe, il cui umore altalenante lo porta da una scena di sesso acrobatico a un momento di depressione, da un momento di depressione a una scena di sesso acrobatico.
Il film in buona parte non è brutto: se non esistesse Tsai Ming-Linag sarebbe certo più interessante, così come è vero che se non esistesse Tsai Ming-Liang, di certo non potrebbe esistere questo film. Più movimenti di macchina, rispetto all'opera del Maestro (carrellate, non state a pensare a campi controcampi o zoom o altre scelleratezze), ma soprattutto più colori brillanti, corpi più esclusivamente erotici, ed in definitiva una storia di sofferenza meno convincente, alquanto posticcia. Se Tsai nell'ultimo film (I Don't Want to Sleep Alone) si immerge in architetture scheletriche, incomplete e abbandonate, Lee non resiste ad un certo estetismo lussuoso che ricorda l'ultimo Wong Kar-Wai. Accurato nelle inquadrature, il film riesce soprattutto dal punto di vista erotico, eppure in alcune scene pare che il ridicolo non sia del tutto volontario. Gli incontri ravvicinati con le anguille provocarono, giustamente, sprezzante ilarità quando li raccontarono Valeria Marini e Bigas Luna. Ecco, questo non è l'unico velatissimo simbolo sessuale che Lee non si fa problemi a mettere in scena.
Bene, basta così; lo scopo principale di questo post è lamentarsi dell'assenza di Tsai al Lido. Ecco fatto. E poi inaugurare un nuovo gioco: indovina chi non ha visto il film e ci ha scritto la recensione. Il primo illustre vincitore è: Maurizio Porro del Corriere della Sera ("una grassona che fa il bagno con una piovra in stile Cicciolina"), per la totale assenza di piovre all'interno del film. Grande Maurizio, trattiene a stento le lacrime. Al secondo posto si piazza Lietta Tornabuoni de La Stampa, che non trova niente di meglio da fare che scrivere cinque righe in cui vengono elencate un po' di scene, probabilmente appuntate da un assistente nel buio della sala, o semplicemente evinte da un qualche comunicato dell'ufficio stampa. Cavalli di razza, al prossimo giro sapremo su chi puntare.
(2,5/5)