Titolo Provvisorio
Aladar
Ammaccabanane
Bandeàpart
C'era Una Volta il Cinema
Cinebloggers Connection
Cinedrome
Cinema e Viaggi
Cinemasema
Cinepillole
Coccinema
Death Row
Direktor After Hours
Drink
Il Cinema di Memole
Il Piacere degli Occhi
Il Posto delle Fragole
Le Début, la Fin...
L'occhio Critico
Lo sai che i Tulipani
Lost to Follow up
Maghetta
Markx
Mauro
Michela
Miss Pascal's Diner
Nabla 76
Nessuno t'amerà mai...
Ossimoro
Pillole di Cinema
Progetti Rizoma
Riccardo Cocco
Sig.na Vendetta
Spora n.6
Storia dei Film
That's all Folks
Tomobiki Märchenland
Trip to No-Place
Vision
In Black Sheep – Pecore Assassine ci sono delle pecore assassine. Tipo quelle che nei Simpson sbroccano per il Tomacco. Qui il motivo dell’insorgere di istinti omicidi e carnivori nei solitamente garbati animali è nella sconsideratezza di esperimenti genetici, ed a fare da detonatore è il solito coglione hippy ambientalista. Il coglione ambientalista (o un’intera organizzazione di coglioni ambientalisti) è ormai un cliché fra i portatori di disgrazia nei film, da L’esercito delle Dodici Scimmie, a, di nuovo, il film dei Simpson. Poi ci sono anche uomini che, morsi dalle pecore, diventano uomini-pecora-zombie. Si offre un limitato srotolamento di intestini e svisceramenti assortiti, ma fra una carneficina e l’altra il film non ha un gran ritmo. Sempre che non si trovino molto spassose le scorregge ovine, che spesso accorrono a supplire alle incertezze della sceneggiatura. Il regista è neozelandese, fra qualche anno è facile che lo troviamo alle prese con una dodecalogia miliardaria sugli elfi in guerra con gli ominidi del Pianeta Rutto.
(2/5)
3 Donne è strano, persino per essere un film di Altman. Girato nel ’77, quando già aveva fatto di tutto, M.A.S.H., I Compari, Nashville, 3 Donne fa abbastanza storia a sé.
In un’atmosfera uniforme ed inquietante, si sviluppa il rapporto fra due Mildred, Shelley Duvall detta Milly e Sissy Spacek, che si fa chiamare Pinky. Il film è insolitamente privo di ironia, concentrato a costruire, fin dalle prima inquadrature, una visione sospesa e distorta che ricorda i migliori Polanski. La terza donna, Willie (Janice Rule), porta un bambino nel grembo ed ha un ruolo marginale, salvo risultare fondamentale per l’allucinato epilogo. Willie è una pittrice che adorna gli spazi di una desertica cittadina californiana con grosse figure rappresentanti una (dis)umanità furiosamente mostruosa. È questa l’umanità che rigetta Milly, una Duvall che col suo volto costruisce il film quanto e più delle trovate registiche e sonore, personaggio alla ricerca di un’appartenenza sociale, relegata dalla sua fragilità nella semplice apparenza consumista.
Nella prima parte del film si crea un mondo, un’atmosfera che avvolge situazioni apparentemente insignificanti, che acquisiscono spessore nella reiterazione di piccole violenze e di abitudini indotte, verso un finale tanto spiazzante quanto consequenziale.
Per essere più chiaro e completo dovrei raccontare la storia, ma preferisco fermarmi qui.
(4/5)
Sono andato al cinema col massimo delle buone intenzioni, con davvero un sacco di buone intenzioni, pregno di buone intenzioni, perché la striscia di film mediocri mi deprime. Ma è andata male; e sarò breve, perché stare a sparlare dei Coen fa di certo più male a me che a loro.
Da mesi la parola d’ordine è “idioti”: il completamento della “trilogia degli idioti” pare di per sé un valore acquisito. Burn After Reading si limita ad enunciare concetti quali “satira sulla cia”, “futilità dell’esistenza”, “satira sui costumi”, ma oltre a renderli evidenti come sull’indice di un libro, non si preoccupa di caricare questi temi con qualcosa di interessante. Clooney è scimmiesco e moderatamente divertente, Pitt è bambinesco e a tratti piuttosto divertente, e mettono in scena una vicenda piatta, che dovrebbe apparire sopra le righe perché spezzata da un paio di esplosioni di violenza. Come in tutti i film dei Coen i protagonisti si vedono precipitare la storia addosso, ma in questo caso si tratta di una storia esile, e le svolte narrative hanno tutte un carattere così improvviso, immediato e circoscritto da lasciare buona parte del film in attesa. Poi, qualcosa di gradevole c’è, i corridoi grandangolari che non mancano dai tempi di Barton Fink (ma qui le passeggiate durano molto meno, molti di più sono i primi piani), l’altrettanto spesso presente “cabina di regia” dove si prova a stabilire i destini degli uomini, qui particolarmente confusa e depositaria dello spiegone finale, un po’ parodia dello spiegone, un po’ spiegone vero e proprio.
Insomma, per quanto i Coen mostrino nelle loro opere dei tratti e dei temi ricorrenti, se in film come Non è un Paese per Vecchi o Il Grande Lebowski si trattava di ricomporre questi tratti per farsi un’idea del perché fossero così belli, in Burn After Reading bisogna ingigantire degli indizi minimi per giustificare un lavoro epidermicamente scialbo.
(2,5/5)
Hancock è la storia di uno che non sopporta d’essere chiamato stronzo, e fra i suoi superpoteri non c’è quello di far finta di niente. Ora, perché la gente si ostini a dare dello stronzo a un tipo molto molto forte ed irascibile è il mistero non svelato del film. Vengono invece svelati misteri di cui non ci frega niente, tipo da dove viene Hancock, quanti anni ha, quanto sia stata travagliata la sua vita affettiva. Tutte le cose divertenti, il supereroe sbronzo con scarso rispetto per le infrastrutture, le teste infilate in culi altrui, la balena lanciata malamente sullo yacht, si vedono nel trailer e non ce ne sono altre. In mezz’ora scarsa Will Smith è sbarbato e redento, il più palloso dei superman che deve fare i conti con la sua mancanza di radici ed endemica abbondanza di disinteresse. Perché un fumetto di Hancock, che io sappia, non esiste, e la costruzione del personaggio è al minimo sindacale. Un film che allunga la vita: credevo d’essere rimasto in sala tre ore, e invece dura la metà.
(2/5)
Un salto negli anni ’90. Stesso schifo di ora, senza neanche l’appoggio di una flat.
Strange Days non m’era mai venuta voglia di vederlo, nonostante sia generalmente affascinato dalla fantascienza. Il film ebbe discreta risonanza, ma le immagini a pubblicizzarlo e le notizie sulla trama mi sapevano di già visto, e non avevo del tutto torto. Brainstorm nell’83, con Walken, già inventava un aggeggio per registrare i pensieri degli esseri viventi. Su nastro magnetico allora, in dvd con Strange Days; prevedo un prossimo sforzo creativo verso l’i-think. Il marchingegno di Brainstorm (film comunque decisamente meno ambizioso e più povero di risorse) ti immedesimava completamente nella fonte, mentre nel film della Bigelow gli squid non differiscono poi tanto dai normali video, probabilmente sperando in elucubrazioni metacinematografiche. Le incursioni negli altrui pensieri sono ovviamente in soggettiva, con gli occhi a fungere da obiettivo, e personalmente continuo a credere che le lunghe soggettive siano irritanti; ben lontane dal farti sentire partecipe degli eventi, al momento la dimensione in cui funzionano meglio rimane Doom. La soggettiva, simulazione di partecipazione in prima persona, senza poter effettivamente partecipare, è più che altro frustrante. Mi sento anche d’aggiungere che le bistrattate sperimentazioni wendersiane di Fino Alla Fine del Mondo, dove invece si registravano i sogni, erano visivamente assai più affascinanti, oltre che diegeticamente più essenziali.
Il tentativo sembra essere quello della confusione dei piani, ma in realtà il film è piuttosto lineare, ed un hardboiled con videocamere nascoste nelle montature degli occhiali non avrebbe fatto poi tanta differenza. La Bigelow fa di tutto per dare un’immagine muscolare, grintosa, e restituisce un action che poco si amalgama alla pretenziosità delle premesse, e comunque efficace solo nelle scene di massa con colonna sonora enfatica. Alla sceneggiatura Cameron, che spiega tutto ma proprio tutto più volte, senza aver timore dell’espediente Topolino, dove il cattivo prima di (tentare di) accoppare il buono, spinto da autocompiaciuta vanagloria, spiega il suo disegno criminale col tono di chi la sa lunga.
E ormai sono in discesa libera, quindi vi faccio anche notare come Juliette Lewis non sia poi tanto distante, come personaggio e prova attoriale, da quella Asia Argento che sarà giustamente derisa in New Rose Hotel.
(2,5/5)
Y ora, por todos los pequeños bau bau, e per far pace con gli amanti di Strange Days, Christopher Walken legge I Tre Porcellini.
Che poi c'era già un film, ma non sono riuscito a ricordare quale, dove un ciccione che potrebbe essere il fratello poco simpatico di John Candy devasta goffamente un tempio pieno di sconsolati monaci shaolin. E già non si urlava al colpo di genio. Ed ho capito che di gente brava col pc che sa trasformarti uno stolido ciccione in uno spassoso ciccione panda, ce n'è abbastanza. Mentre, incredibilmente, pare che a scarseggiare sia la gente con voglia di scrivere una sceneggiatura. Non una bella sceneggiatura, una sceneggiatura. Perché quella di Kung Fu Panda è una sceneggiatura di default, che oltre alla trasfigurazione animalesca non va e non si sforza di trovare una battuta. No, forse ne trova due, il maestro tartaruga che si avvia a spegnere un migliaio di cadele soffiando lentamente su non più di una per volta e il padre del panda che è un papero. E messe così non è che facciano proprio ridere. Così è Kung Fu Panda, un film messo così che non è che faccia proprio ridere.
(2,5/5)
Inizia con questo numero di settembre la collaborazione con la sezione cinema del mensile Studenti Magazine. Cliccando sulla copertina qui a fianco troverete la versione pdf di questo mese e anche di tutti gli arretrati. Nasdarovie.
In Bruges è un film strano, di quelli che dentro hanno le sorprese. Fatto di varie idee che seguono diversi registri, riesce comunque a non essere frammentario o discontinuo. Storia di due killer londinesi in esilio a Bruges cittadina del Belgio che sembra un paese delle fiabe, da questa definizione prende tanto l’oleografia quanto il gotico. A momenti si ha il timore dell’ennesima coppia di assassini dai discorsi bizzarri che tanto mettono in luce la bravura dello sceneggiatore. C’è anche questo, ma c’è anche del politicamente scorretto realmente tale, spiazzante e non compiaciuto, ci sono bravi attori (persino Colin Farrell se la cava) e una buona costruzione del film che tiene più che svegli nonostante l’effettiva scarsità delle scene d’azione.
E Bubble è un film altrettanto trasversale. Dimostra come si possa girare un’opera rigorosa senza tendere la corda dei silenzi e delle inquadrature fisse. Un dramma documentaristico che fonde la costruzione della storia, propria della finzione, con l’emblematica realtà della descrizione sociale. Il tutto ambientato in una fabbrica di bambole dell’Ohio, dove la catena di montaggio sforna teste calve e piedini di gomma; dove gli esseri umani sembrano accettare il loro stato senza condizioni, anch’essi creati per un solo scopo, inconsapevoli e disinteressati alle alternative. Un mondo autosufficiente ed autoevidente, fatto di container e baracche in lamiera, dove i riflessi e le reazioni umane sono optional non previsti.
In Bruges: 3/5
Bubble: 3,5/5
Roba variamente futuribile vista negli ultimi mesi. Comincio dal migliore.

Last Exile è una serie animata in 26 episodi da 22 minuti ciascuno, creatura di quello Studio Gonzo che già con Blue Submarine No. 6 ci aveva regalato un gran film. E' un cartone steampunk, cioè ispirato all'estetica ottocentesca e popolato da macchinari che hanno come mezzo di propulsione il vapore (come nell'ultimo film di Otomo). Sfruttando a pieno l'ampia durata complessiva, riesce a mettere in scena lunghe sequenze d'azione, dubbi individuali, conflitti allargati, trame amorose e digressioni filosofiche. Quando mi annoio con film come Iron Man mi viene il dubbio di essere incapace di lasciarmi trasportare da scene movimentate, d'azione o di guerra; allora devo ricordarmi di cose come Last Exile, che si svolge per la maggior parte per aria e mostra duelli a volte lunghi un'intera puntata, inventando sempre qualcosa di nuovo e lasciandoti una gran voglia di salire su una vanship. Guerre fra popoli analogici e semidei digitali, personaggi sfumati, complessi e indecisi, disegni curatissimi e ben integrati nella computer grafica, una soluzione finale notevole, fanno di questa una delle migliori serie di sempre.
Di visione più recente Possible Worlds, film canadese di Robert Lepage con Tilda Swinton. Qui siamo dalle parti della speculazione pura: sulla percezione del mondo, di se stessi, sull'importanza delle scelte e la possibilità di cambiarle. Purtroppo, la speculazione è così pura che il film, che alcune cose buone le ha, è però di una staticità che rasenta il fondamentalismo. La speculazione, a volte, andrebbe tagliata. Film dai colori freddi, di tanta acqua, acciaio e vetro, parte come un giallo ma immediatamente vira nel frullato di piani spazio temporali e nell'inseguimento dell'ammore.
Vado avanti, che, come per l'ottimo porco, qui non si butta via niente. Speed Racer, tratto da Mach 5, un cartone che non ha segnato la mia infanzia. I Wachowski riescono a dimostrare che lo sfoggio di nuove tecnologie ed accortezze estetiche, in mancanza di una giustificazione data da una motivazione superiore, non suscita in me alcun interesse. Il fatto che nel film l'aria di quello che la sa più lunga ce l'abbia la scimmia, qualche considerazione dovrebbe portare a tirarla.
E un altro film che ha arricchito davvero poco la mia persona è Appleseed 2, di Shinji Aramaki. Fra cloni e virus, pur essendo visivamente ragguardevole, il secondo episodio di Appleseed è meno interessante del primo e di Vexille, parabola narrativamente semi indipendente che al momento rimane la cosa migliore della serie. Mi piacerebbe dire qualcosa in più, ma l'ho già quasi completamente cancellato.
Last Exile: 4/5
Possible Worlds: 2,5/5
Speed Racer: 2/5
Appleseed 2: 2,5/5
Lunedì è stata serata Servillo, a colmare un paio di lacune.
La Ragazza del Lago è un film curato, asciutto, internazionale ed italiano. Ci sono le nuove generazioni, i rapporti fra genitori e figli, le generazioni che ancora devono arrivare, le donne incinte a cui “non si vede più la pancia” e le donne che “litigano sempre di spalle”, il tutto congelato nell’atarassia della provincia. Ci sono bravi attori, dialoghi spontanei ed inquadrature larghe e geometriche. C’è però anche un commissario Servillo che non può non ricordare un commissario Montalbano; la qual cosa non è negativa di per sé, ma a prevalere è comunque il giallo, un buon giallo molto strutturato e abbastanza canonico nella presentazione dei personaggi, che come genere non è che mi abbia mai fatto impazzire, e che inevitabilmente si porta dietro molto di televisivo.
Poi c’è il Servillo cantante melodico italiano, Tony Pisapia, vicino al più volte evocato Fred Buongusto, a confrontarsi con Antonio Pisapia, ex calciatore aspirante allenatore, inventore della tattica dell’uomo in più. La visione del primo Sorrentino, colpevolmente rimandata, restituisce armonia al curriculum del regista. L’uomo in Più, infatti, è molto più vicino all’ultimo Il Divo di quanto non lo siano Le Conseguenze dell’Amore e L’amico di Famiglia, ed è forse il suo film migliore, il più sorprendente. Nato nel 1970, Sorrentino racconta gli anni ’80 in modo estremamente lucido ed originale, costruendo storie primariamente rappresentative su personaggi secondari, riassumendo lo spirito di un tempo (che mi sembra tutt’altro che tramontato, piuttosto, si ripropone in formule ancora più aggressive) nella rappresentazione delle sue sconfitte.
I due Pisapia incarnano personalità specularmente opposte (laido ed esibizionista Tony, timido ed ingenuo Antonio), parallelamente prigioniere, che in qualche modo percorrono tappe simili e maturano simili conclusioni. La regia di Servillo è qui spudorata come tornerà ad essere con Il Divo, guidata da lunghi piani sequenza, evoluzioni di gru, campi lunghi, ritmata dalla colonna sonora altrettanto evidente ed efficace, capace di far percepire come sublime persino una canzone degli Air, la strumentale Ce Matin Là dalla pallosissima pietra miliare Moon Safari.
La Ragazza del Lago: 2,5/5
L'uomo in Più: 4/5
Toccata e fuga a Venezia, a dare la botta definitiva alle vacanze 2008, già oggetto di nostalgici, personali amarcord. E domenica al Lido s’è visto il nuovo Miyazaki. In sala, mani spellate sulla fiducia prima della proiezione di Ponyo: il guru e mammasantissima dell’animazione giapponese può contare su una moltitudine di fedelissimi impegnati a lasciar trasparire il più possibile la loro fanciullosità, a mostrarsi indefinitamente aperti all’accoglimento del sogno. E questa Sirenetta vista da Hayao, come già si intuiva dalle immagini che circolano per la rete, si presta più di ogni altro suo film alla regressione bambinesca. Certo, se addirittura sei un bambino, la cosa funziona ancora meglio, ma il mio sarà un commento di parte, da ultratrentenne refrattario al fanatismo.
Ponyo è senza dubbio il film meno complesso di Miyazaki; verrebbe da dire una favola, se non fosse che quella della favola è in realtà, come ci insegna Propp, la forma narrativa fra le più rigide e canonizzate, mentre quel che fa Ponyo è, al contrario, attenuare notevolmente i conflitti e le fasi del racconto, mantenendo personaggi e situazioni, ma in modo estremamente lieve, tanto che le dinamiche stesse sono appena sussurrate. Forse si può parlare di parabola, di affresco, di visione, o, a voler essere un po’ cattivi, di divertissement.
No, non è un ritorno dalle parti di Totoro, che aveva uno sfondo crepuscolare di bambine disperse e mamme malate, di solitudini fanciullesche che la bizzarra bestia dei boschi aveva il compito di individuare e curare.
I bambini di Ponyo sono chiamati solo ad essere bambini: liberi, giocherelloni e gioiosi. E anche il resto del mondo reagisce in modo positivo ed altruista ad una (mai troppo concreta) minaccia apocalittica, in una generale sensazione di invulnerabilità ed unità. L’anima di Ponyo è la sua scelta estetica, il rifiuto della computer grafica a favore del disegno a matita evidente e riconoscibile. I personaggi mantengono la fisionomia familiare delle opere di Miyazaki, mentre è il mondo a subire una stilizzazione: il mare, gli elementi, vanno contro quel realismo che, computer o meno, Hayao aveva sempre perseguito nei suoi quadri naturalistici.
Ecco, si può essere più o meno affascinati da quest’opera che punta sulla spontaneità e rinuncia al dettaglio; un lavoro oggettivamente meno impegnativo di un Mononoke e che segue, da questo punto di vista, la progressiva diminuzione dell’accuratezza tecnica da questo titolo (Principessa Mononoke, il capolavoro del regista) in poi. Così come ad assottigliarsi è la necessità e la compattezza del racconto.
(3/5)