Titolo Provvisorio
Aladar
Ammaccabanane
Bandeàpart
C'era Una Volta il Cinema
Cinebloggers Connection
Cinedrome
Cinema e Viaggi
Cinemasema
Cinepillole
Coccinema
Death Row
Direktor After Hours
Drink
Il Cinema di Memole
Il Piacere degli Occhi
Il Posto delle Fragole
Le Début, la Fin...
L'occhio Critico
Lo sai che i Tulipani
Lost to Follow up
Maghetta
Markx
Mauro
Michela
Miss Pascal's Diner
Nabla 76
Nessuno t'amerà mai...
Ossimoro
Pillole di Cinema
Progetti Rizoma
Riccardo Cocco
Sig.na Vendetta
Spora n.6
Storia dei Film
That's all Folks
Tomobiki Märchenland
Trip to No-Place
Vision
L’ho visto ieri sera, questo film, e già fatico a metterne assieme i pezzi. Sarà perché ero stanco io, ma un po’ stanco era anche lui. Non voglio dire che non sia spesso divertente, ma Ben Stiller si porta dietro delle aspettative difficili da mantenere, nate più che altro dalla mancanza di concorrenti validi.
La storia degli attori di guerra che si trovano dentro la guerra vera si basa su due cardini fondamentali: scene di eccessiva e grottesca violenza e ironia sul sistema hollywoodiano. Sistema di cui il film fa ampiamente parte, dando al tutto un tono di bonaria autocritica. Ben Stiller, dopo i modelli di Zoolander, continua a parodiare mondi paralleli (per il pubblico) fatti di gente ricca ed eccentrica, ma senza nessun intento polemico o realmente sarcastico.
Tropic Thunder fa sorridere, specialmente quando procede per accumulo, ma non è privo di fasi di stanca, quando ci si ritrova ad ascoltare monologhi più vacui e disorientati che sopra le righe (più qualche battutina arguta che fa fare hehe allo spettatore, che si sente arguto di riflesso), o quando si impantana nelle scene d’azione.
Altro punto forte del film doveva essere Tom Cruise, nell’incarnazione del grosso produttore privo di scrupoli. Ed in verità il personaggio è proprio Tom Cruise imbottito di gommapiuma e truccato da pelato, il che restituisce il solito sguardo fisso e le mossette del nostro.
Ok, forse l’ho trattato troppo male, ma non potevo neanche stare a sputtanarvi le due tre scene migliori raccontandovi quelle. Guardatelo, ma non venite a dirmi che è una genialata.
(è uscito 3/5, lascio? va bene, lascio)
Una serata al Paradise, locale di lap dance di proprietà di Willem Dafoe, istrionico padrone di casa col vizio del lotto. L’idea di Ferrara di fare un film a struttura altmaniana (impossibile non pensare a Radio America) non è sballata, dal momento che molte opere di entrambi i registi, seppure in maniera differente, danno la sensazione di una incursione casuale in mondi caotici per l’occhio esterno, interiormente organizzati su tempi e modi peculiari. Un sapore di improvvisazione difficilmente concesso alle regole del cinema, che non vengono peraltro svilite o semplificate. Go Go Tales non è un’opera oscillante con camera a mano; rinchiusa nel Paradise, la storia prende forma in piani sequenza e giochi di luce, trasferimenti su schermi a bassa definizione e coreografie tanto vacue da essere realistiche. Luci al neon e donne longilinee dai costumi bizzarri hanno il loro fascino, ed il merito di dare chiaramente un riferimento all’estetica di molti film di fantascienza o dinamicamente sperimentali, alcuni indicati come lavori preziosi dal punto di vista visivo, altri come paccottiglia replicante: tutto viene dai colori di un bordello che voglia darsi un certo tono. E, per quel che riguarda Ferrara, sono gli stessi colori di New Rose Hotel. In questi toni artificiali e nei dialoghi lasciati ad un’improvvisazione che spesso non va oltre una lunga sequela di cazzo e vai a farti fottere, si alternano momenti puramente vuoti (ai quali dò un valore assolutamente positivo), alcune scene addirittura partecipative e malinconiche (tipo la performance canora di Dafoe) e roba davvero becera (qualche battuta qua e là e la parte di Scamarcio). Non sto a dilungarmi sulle peculiarità del doppiaggio, anche se non posso fare a meno di chiedermi perché. Insomma un film greve e lieve, al quale, volendo, si possono trovare tutti i difetti del mondo, ma che possiede una sua anima strafatta e autoironica, magari da non annacquare con letture metacinematografiche o criptobiografiche.
(3/5)
Wall-E ti riporta bambino senza costringerti ad essere infantile; ti fa piacere una storia d'amore; cita, rielbora e prosegue; è un acchiappafolle quasi muto; nessuno potrebbe dubitare della sua esistenza; è l'unico punto a favore delle vhs; ha HAL 9000 che fa l'ascensorista; danza nello spazio; è l'apocalisse sostenibile.
(4,5/5)
Se avete il compito di realizzare una retrospettiva di film inutili, questa è la vostra punta di diamante. Un film con Nicole Kindman e Daniel Craig del 2007 che è passato praticamente sotto silenzio, inosservato, in una sorta di pudore collettivo che ha saggiamente deciso di dimenticare prima ancora di correre il rischio di ricordare. Roba di baccelloni, ma fatta davvero male, con stacchi di montaggio continui fastidiosi che dovrebbero dare idea di concitazione e invece, essendo fastidiosi, danno idea di fastidio. Poi non ho ben capito se la morale è che l'animo umano è oscuro e incontrollabile o che gli Americani fanno le guerre perché sono molto umani, ma me lo sono chiesto davvero per poco. L'effetto speciale più incredibile è quello che vede le tette della Kidman cresciute di almeno un paio di misure rispetto ai tempi in cui suo marito andava per orge veneziane, ma comunque non c'è nessuna prova che non si tratti di calzini o carta igienica, e questo avrebbe fatto molto indispettire Bazin.
(1,5/5)
Questa settimana c’ho un inguardabile che è un pezzo da novanta. Praticamente come fare outing. A me del nuovo film di Woody Allen non può fregare di meno. Vicky Cristina Barcelona, già il titolo è irritante, e non ho nessuna voglia di vedere questi toni caldi che insinuano triangoli fra attori fighi. E poi, da quant’è che se ne parla, di questo film? Se mettessero da parte un po’ di energie per distribuire Oshii e Kitano questo sarebbe un mondo migliore.
Altro oggetto inavvicinabile: Quel Che Resta di Mio Marito. Merda, i film sulla mezza età rampante andrebbero vietati, specialmente quelli pieni di ragazzacce. Questo e Mamma Mia son cose da cui stare lontani almeno 100 metri. Che poi è così interessante il crepuscolo, problematico. E al cinema tutti soffrono, uomini, donne e bambini, tranne gli ultrasessantenni. Il solo fatto di essere vivi gli fa sfoggiare sorrisi a decinaia di denti.
Giacché siamo in vena di confessioni, un film che mi incuriosisce è Lezione 21. Sarà perché non ho mai letto niente di Baricco e quindi sono incosciente, o perché Beethoven ha composto la colonna sonora di Arancia Meccanica, o per la neve in locandina.
Prima di tutto rassicuro quelli che, come me, avevano paura tanto di una shyamalanata (perché uno Shyamalan a fare Shyamalan è già una persona di troppo), quanto di una carpenterata (perché il migliore a fare Carpenter è sempre Carpenter): The Mist è un’altra cosa, non è né Signs né The Fog.
Il film di Darabont risulta estremamente realistico pur essendo pieno di mostri da b-movie. Bestie mutuate dagli incubi più basilari dell’animo umano, ricalcate su modelli cinematografici affermati quanto risaputi, a loro volta espressione delle più semplici inquietudini d’ispirazione animale. I mostri di The Mist sono pura rappresentazione, sono paure istintive, e una volta rinchiusi i protagonisti umani in una teca (un supermercato (come con Romero), mentre a minacciarli, all’esterno, c’è appunto la misteriosa nebbia) il film mette in scena tutte le distorsioni relazionali legate ad una situazione di panico. Essenziale per la riuscita del film è l’aver ricorso ad attori pressoché sconosciuti, unico modo per incarnare personaggi credibilmente deboli, in una effettiva assenza dell’eroe che credo abbia davvero pochi precedenti. Scontato ma inevitabile dire che una rappresentazione così fedele dell’irrazionalità e del panico, del fanatismo e dell’egoismo, assume oggi una concretezza e immediatezza di riferimenti che probabilmente non poteva avere il racconto dell’85 di King. O meglio, qualcosa pensata in tempi di guerra fredda si è adattata in maniera estremamente convincente, e forse ancora più scioccante, a questo periodo di guerra calda.
Il regista non si affida ai sobbalzoni, ma ad un’atmosfera tesa ed uniforme, dove la macchina da presa, mobile ma non frenetica, segue gli eventi senza commentarli, riuscendo a rendere non banali dei momenti anche molto espliciti ed in un certo senso apertamente ideologici. L’uso del commento sonoro nelle scene d’azione (in particolare quella delle “cavallette”, la migliore del film) ha del geniale: una musica-rumore a scomparsa, che in determinati momenti esprime con toni bassi l’animo dei personaggi ed al tempo stesso contribuisce a creare ritmo ed una strana enfasi rivolgendosi direttamente allo spettatore.
The Mist in America ha avuto scarso successo, e molte voci della critica internazionale hanno mancato il bersaglio vedendoci solo un horror con effetti speciali non particolarmente curati (le bestie sono abbastanza rozze, scoprono il gioco, tanto da evocare qualcosa di intimamente e volutamente irreale, una sorta di digitale antico e simbolico, legato a quel che intendevo con "pura rappresentazione"). In qualche modo vicino, per tematica ed atmosfera, a La Strada di McCarthy, The Mist è un film senza sconti, feroce fino in fondo. Il voto finale gli sta pure un po' stretto.
(4/5)

Sul numero di ottobre di Studenti Magazine, on line e nelle migliori università italiane, tre pezzi nuovi. Su Ponyo e l'animazione giapponese, Wall-e e Il Cacciatore. Con a sorpresa un emozionante gioco interattivo: indovina cosa c'era nell'ultima riga su Wall-e, ludicamente tagliata via. Link sull'immaginetta.
A proposito degli aneddoti cinematografici, cui si faceva cenno un paio di post fa, questo film se ne tira dietro uno: il ritorno di Julia Roberts. Che in effetti mancava dagli schermi da ben qualche mese, visto che il suo film precedente è del 2007. Ma insomma, questo è il ritorno della Roberts e non si può dire altrimenti.
E questo film mediamente è stato trattato a pesci in faccia, ma in verità vi dico che è fra le cose migliori ultimamente viste in sala. Nonostante Julia Roberts, che non m’è mai stata particolarmente simpatica. E non parliamo di Hayden Panettiere, la cheerleader che in Heroes ti dà un dispiacere ogni volta che non schiatta. Però c’è Dafoe, ed in generale c’è da dire che tutti gli attori, più o meno simpatici, se la cavano alla grande, chiamati a dare una prova sommessa, efficacemente sofferta. Il contesto è quello del dramma familiare, con bambino alle prese con padre scrittore autoritario. Poi si va in avanti di una ventina d’anni ed il bambino è anch’esso scrittore, desideroso di prendersi la sua rivalsa. Se nel salto di vent’anni ambientazioni ed attori non cambiano di una virgola (tranne, ovviamente, per quei personaggi per cui cambia proprio l’attore), uno può anche fregarsene e lasciarsi prendere da un film accorto nella costruzione di dinamiche e conflitti familiari, con una certa ricerca per la fotografia che altrove è stata ben definita autunnale, e che in definitiva mette il groppo in gola senza essere patetico o ricattatorio. Niente affatto male.
(3,5/5)
In Images, come per 3 Women, la protagonista è una donna, in un film angosciante nella sua descrizione della follia, espressionista nelle sue rappresentazioni distorte, portandoci nelle visioni ambigue ed incerte di Susannah York. L’Altman di Images è un Hitchcock sotto mescalina, quindi anche Polanski in forma o un Lynch al suo stato naturale, fresco di meditazione trascendentale. Insomma un Altman cattivo, che utilizza tutti i suoi trucchi per rendere il film costantemente disturbante.
Entriamo immediatamente nelle turbe psichiche della protagonista, immersa in toni gialli o seppia, ripresa in inquadrature sbilenche. La York corre verso la follia in un crescendo lungo quanto il film; riesce, all’interno di uno stesso pianosequenza, a cambiare più volte espressione e volto, mettendo realmente a disagio lo spettatore. Oltre alla bravura dell’attrice, il regista non lesina coi colpi al limite del legale, e così ci perdiamo negli specchi, in una colonna sonora che integra effetti vocali, in isolate case hopperiane al contempo protette e minacciate dalla natura. Ogni personaggio ha una definizione incerta, così come ogni inquadratura, dove valore e contenuto vengono continuamente rovesciati.



Qui in parentesi quadra un po’ di spoiler ed un dubbio: [il film racconta delle visioni della protagonista schizofrenica, che nella sua casa in campagna, dov’è col marito, incontra prima il “fantasma” di un suo amante francese, morto tre anni prima, quindi un amico del marito, suo amante più recente, con la figlia adolescente, la cui somiglianza con la York viene subito sottolineata. Qui il mio dubbio: le recensioni che ho letto vogliono che sia reale il secondo amante, mentre credo sia possibile identificare la bambina con la donna da giovane, la qual cosa lascerebbe intendere delle aggressioni subite dalla protagonista da suo padre, quando era bambina, padre qui trasfigurato in amante irruento. Insomma, se l’avete visto fatemi sapere voi come l’avete interpretato].
Se Images rientra nel “filone 3 donne” cui può far riferimento, almeno in parte, Anche gli Uccelli Uccidono, Un Matrimonio appartiene alla classe ben più celebre dei “film corali”. Particolarmente sbilanciato verso la satira sulla borghesia, riprende tutta l’ironia di Altman, in un’opera particolarmente tenace nel non voler identificare nessun personaggio né storia primari. Seppure Gassman, pur non avendo più visibilità di altri, quando è in scena domini tutto.
Images: 4/5
Un Matrimonio: 3,5/5
Il primo e l’ultimo (per il momento, si spera) di Cimino. Quando si scrive di lui bisogna sempre ricordare che dopo Il Cacciatore ha affossato la United Artists con I Cancelli del Cielo. Così come bisogna sempre chiamare Malick il Salinger del cinema e notare come Sean Connery sia ancora più bello da vecchio. In molti casi l’aneddotica cinematografica è assolutamente rigida; ad un livello più tecnico vanno sempre molto forte l’effetto Kulesov, le teste mozzate di Griffith e la regola dei 180°.
Tornando a Cimino, Una Calibro 20 parla di due persone, una più matura ed un ragazzo più giovane e scapestrato, che vanno in giro in auto e per le montagne. Verso il Sole, uguale. Ma nel film con Eastwood c’è una rapina, in quello con Harrelson si cerca una sorgente miracolosa. Fosse per Cimino, lui filmerebbe solo auto che alzano polvere e montagne americane, che poi l'amicizia virile viene da sé, e sono in effetti queste le scene per cui gli sono più grato. Nei suoi film Cimino si perde, si guarda attorno, è molto più interessato alle digressioni e alle scene sospese che alla storia, alternando inquadrature curatissime e complesse a momenti in cui si lascia andare.
Una Calibro 20 per lo Specialista è una notevole opera prima, con Eastwood già pieno di acciacchi e Bridges perfetto casinista. Come se fosse ancora un film anni ’70, Verso il Sole mantiene un’impostazione classica, e se la prima parte è un po’ legata nel dare una storia ai personaggi, una volta arrivati in quota il film diventa davvero bello, riuscendo anche a chiudersi con toni inaspettati e sopra le righe.
Chissà che sta facendo ora Michael Cimino, l’ultima volta che l’ho visto litigava con Marzullo.
Una Calibro 20: 4/5
Verso il Sole: 3,5/5