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Kym è in vacanza premio: esce per qualche giorno dal suo centro di recupero per ricchi tossicodipendenti e va al matrimonio (no, prima alle prove del matrimonio) della sorella Rachel, alla quale è legata da un complesso rapporto fatto di 20 minuti di confessioni ed abbracci alternati ad altri 20 minuti di sfanculeggiamenti per decidere chi delle due debba concentrare l’attenzione.
Per qualche motivo continuerò sempre a preferire il cinema evidente (o quello invisibile, in alternativa), quello che costruisce l’inquadratura ed il movimento di macchina e ne fa il proprio soggetto, rispetto al cinema che simula chi non sa fare cinema. Quest’ultimo approccio è troppo faticoso, per me spettatore, faticoso interrogarmi sul perché una cinepresa che si intrufola fra le videocamerine che riprendono un matrimonio sia così superiore alla videocamerina stessa. Allo stesso modo, continuerò a preferire i film che si esprimono costruendo le immagini, i tempi, gli spazi, rispetto a quelli che costruiscono i dialoghi. Preferenze che hanno le dovute eccezioni, ma Rachel Sta Per Sposarsi non è una di queste.
Quanto è mostruosamente egocentrata la solitudine di questi personaggi, totalmente impermeabili all’altro, sempre e solo rivolti alla dimostrazione di se stessi. Una finta solitudine, essendo la propria l’unica compagnia che cercano. Quanto è differente rispetto alla vulnerabilità al mondo delle opere di Tsai Ming Liang, dove i personaggi si annullano, cercano conforto ed in silenzio vivono sospensioni brevi ed oniriche della sconfitta. Uno sfrenato individualismo che parla solo di sé, contro una visione dell’uomo (e del cinema).
E se l’ottica della compiaciuta autocommiserazione può essere spacciata come una scelta, anche cinica (e comunque dalla resa scarsa), per quel che riguarda la narrazione nella prima parte, allora tutto va a perdersi quando la seconda si appiana su dinamiche familiari solite, dove si fanno differenze fra personaggi buoni e cattivi e dove l’unico guizzo è la ripresa (che per qualche motivo ha fatto scalpore: quanta sensibilità ed impazienza fra il pubblico dei festival) per una decina di minuti di numeri musicali tagliuzzati via dalla cerimonia.
(2/5)
Let the Right One In è un film romantico, su due ragazzini svedesi, dove la ragazzina è una vampira. Film silenzioso, che trasmette sensazioni attraverso gli sguardi, i movimenti impacciati dei corpi adolescenziali, più che con le parole. La desolazione della periferia, la neve che tutto copre, la violenza, sono colte da fotografie decentrate ed occhi che spiano dietro le finestre di palazzi spogli. Opera statica e impotente, nell’impossibilità di un amore reale: Eli ha dodici anni da tanto tempo, accompagnata da un uomo che sembra essere suo padre, ma che probabilmente è stato nei decenni il suo ultimo “amante”; un uomo svuotato, isolato, che compie omicidi in maniera meccanica, il suo sacrificio è uno dei momenti più forti del film. Eli ed Oskar si attraggono con la consapevolezza di non potersi mai davvero incontrare. Un film solo un po’ troppo pulito, troppo perfetto nel trovare le soluzioni che seguono consequenzialmente le scelte stilistiche e narrative alla sua base, ma che in questo modo riesce a dare una forte sensazione di ineluttabilità, riassunta nelle caratteristiche fisiche e “di specie” di Eli, nelle espressioni distaccate e animali di tutti i protagonisti.
(3,5/5)
Tanto per cominciare a me Million Dollar Baby non mi era piaciuto alla follia, e gli ultimi due film bellici, invece, non mi sono piaciuti per niente. Bello, invece, questo Changeling che fa vacillare per la prima volta l’(evidentemente) attaccabile venerazione della critica verso il tetragono Clint. Clint Eastwood, quello che fa cinema classico, invisibile. Quello che è repubblicano ma fa film progressisti. Quello che ha solo due espressioni che tornerà a mostrare in un nuovo film già pronto che si chiama Gran Torino e potrebbe essere una figata. Insomma Changeling è un film piuttosto straziante, racconta tutti i mali del mondo, ma non mi va di scriverne in maniera straziata, perché sono stanco. Film comunque sobrio nella rappresentazione della sofferenza (mentre million dollar sobrio spesso non lo era) e sotto molti punti di vista cazzuto, femminista, cattivo con i poliziotti e i manicomi, buono con i preti e alcuni avvocati. Dai, lasciamolo così. Se vi va aggiungete voi qualcosa. Ma tanto lo so che di questi tempi a nessuno va di fare un cazzo.
Annus horribilis in decade malefica in stolto secolo. E siamo solo all’8.
Quintet. Da anni dovevo vedere Quintet. Altman, neve e predestinazione. E ghiaccio e geometrie ed acciaio. La futura apocalisse di Altman è in abiti rinascimentali. Un mondo bianco glaciato dove in uno degli ultimi insediamenti umani si gioca il Quintet, solo uno vince, gli altri, nel pregiudiziale stato di cadavere, vengono mangiati da cani grossi e neri. Molte suggestioni e molte idee in questo film, ancora abitato da dipinti che osservano lo spettatore e lo colpevolizzano. Un mondo sterile, abitato da vecchi, uno spunto che sarà poi ripreso (in maniera così così) da I Figli degli Uomini. Ma soprattutto empatia e sentimenti al minimo storico, con Paul Newman che è l’eroe solo perché i passi che seguiamo sono i suoi. La neve di Altman è magnifica, è bianca come tutte le nevi, è muta, ricorda le impronte e seppellisce i corpi.
Changeling: 3,5/5
Quintet: 4/5
Un po’ di film li ho visti, ultimamente, e per non accumularne troppi, ecco che li maltratto velocemente.
Terapia di Gruppo, ammettiamolo, è proprio bruttarello. Ed è un peccato, perché c’è Goldblum, e ovviamente c’è Altman, e non ho idea di cosa sia il lavoro di Christopher Durang (autore della piece ispiratrice), ma il lavoro è fra i più superficiali del regista, scoperto nell’ironia e non particolarmente originale nella costruzione delle dinamiche. Su una quarantina di film qualcuno doveva capitare. Va nel gruppo, per fortuna ristretto, delle opere poco riuscite, assieme al Dottor T e le Donne e Pret a Porter.
Control è la storia di Ian Curtis, leader dei Joy Division. È un bel film, doloroso, in bianco e nero. Gran parte del suo fascino lo deve alla biografia lacerante di Curtis, diviso fra ribellismo sui generis, patologie spossanti e depressione. Il film sceglie una via inedita, evitando di farcire la ricostruzione “storica” con musichette evocative e spaccati sociali. Al contrario, l’immagine rimane incollata sul protagonista, ritaglia interni con belle fotografie (solo a volte un po’ troppo belle), e nei momenti migliori lascia che ogni cosa venga risucchiata nel nulla del cantante, in silenzio. Il fatto che alla base dello script ci sia la testimonianza della moglie sbilancia il racconto sul rapporto di coppia, ma nel complesso la cosa funziona, riuscendo a tratteggiare una figura inedita e affascinate senza voler creare a tutti i costi una mitologia.
1408 l’ho visto sulla scia dell’entusiasmo per l’ultimo Darabont, pur sapendo che sarebbe stata cosa del tutto differente. Infatti 1408 è un horror classico, di quelli che hanno le stanze stregate esplorate da scrittori scettici. Nella prima parte il film è costruito davvero bene. Finché non succede nulla. Samuel L. Jackson, gestore d’albergo, si limita a raccontare il perché sia decisamente sconsigliato pernottare nella stanza 1408, e lo fa così bene, e lo si riprende così bene mentre lo fa, che si ha davvero paura. Entrato nel vivo, il film si sgonfia, mostra i suoi trucchi e pur restando un buon film di genere non riesce a tenere la tensione dell’incipit. E mi sono anche scoperto a pensare “per fortuna”.
Frank Costello Faccia D’angelo (in originale Le Samourai) è il film di Melville che avrebbe ispirato Ghost Dog. È verissimo, c’è molto più Ghost Dog di quanto mi aspettassi. Il personaggio, gli uccelli, il modo di rubare le auto, la donna, il codice di comportamento. Solo, una volta apprezzate alcune radicali scelte di fondo, il film è forse troppo contenuto. Forse. Perché a distanza di una ventina di giorni ricordo solo alcune scene singole, ho rimosso completamente la storia nel complesso. Alain Delon, comunque, sospetto non sia il mio attore preferito.
Non pensarci è un film molto italiano (TM Boris) e molto ben scritto: due attributi che difficilmente possono essere rivolti alla stessa opera. Vita di periferia, drammi familiari trattati in maniera non troppo drammatica, ma soprattutto una scrittura dei dialoghi assolutamente fluida, spassosa, a volte triste, ma senza dare quella sensazione di unghie sulla lavagna che sfugge spesso all’autore quando vuole muovere all’empatia lo spettatore. Sicuramente il tutto funziona bene anche per merito di Mastandrea e Battiston.
Terapia di Gruppo: 2,5/5
Control: 3,5/5
1406: 3/5
Frank Costello faccia D'angelo: 3/5
Non Pensarci: 3,5/5
Il fatto che il film si chiami High School Musical 3 implica l’esistenza di High School Musical 1 e 2, il
che mi lascia sconcertato, ma anche un po’ mi lusinga, per il non avere la minima idea di cosa siano, ma finisce anche per intimorirmi, perché il 3 è riuscito a comunicarmi l’esistenza della serie. Magari è un buon film adolescenziale, ma, lo ammetto, sono nella postadolescenza già da un po’.
Di Donkey Xote, coproduzione ispano italiana, vidi un po’ di making of e qualche scena al future film dell’anno scorso, e bastano un paio di fotogrammi per capire che è davvero triste. C’è il ciuco di Shreck che fa la bestia di Sancho Panza, e poi una palla abissale. L’unico momento interessante è una rovente scena d’amore fra il ciuco e Ronzinante.
Nessuno dei due è un Inguardabile DOC, perché il primo ha il suo pubblico, che sa cosa va a vedere e possibilmente si diverte, il secondo nasce sconfitto, ed a nessuno al mondo interesserà il destino di Donkey Xote. Il motivo principale per cui questo scritto è scritto, è
me ne importa assai poco di titoli storpiati nella traduzione italiana, ma il tipo che ha inventato “Giù al Nord” per far capire al pubblico che si parla di spassosi bifolchi rincoglioniti, proprio come sono qui in Terronia, andrebbe appeso per i piedi, cosparso di miele sopra un formicaio e, infine, fortemente stigmatizzato. Giacché ci sono, faccio presente che l’umorismo del popolo francese, che ha visto questo film quanto nessun film aveva mai visto prima, è quello che in un qualsiasi luogo del mondo si trova in una qualsiasi quarta elementare. Come se da noi i film più visti fossero quelli dei Vanzina o di Neri Parenti. hehe.