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Non mi pare particolarmente esaltante il programma del future film di quest’anno. Per lo meno, io non ho trovato molto di imprescindibile. Speravo fortemente nell’ultimo Oshii, Sky Crawlers, anche perché ha ricevuto proprio dal FFF un premio a Venezia, ma nulla.
Interessanti sembravano le due raccolte di mediometraggi dello studio 4°C. Vista la propensione alla follia, mi rendo conto che Tekkonkinkreet dev’essere stato per loro un esercizio di temperanza.
Genius Party, 2007, e Genius Party Beyond, 2008. Non sono affatto male, specialmente il primo, di certo meglio di altri “omnibus” come memories e manie manie.
Il primo è più eterogeneo, ma più riuscito, più sentito. Uno sguardo veloce ai sette episodi:
Genius Party, di Atsuko Fukushima, è il più beve, introduttivo, forse anche il più curato, dal punto di vista visivo. Musica molto ritmata e un essere a forma di gru o con un costume da gru, che vaga per il deserto. Colori vivaci, racconto per associazione di idee, in continuo divenire visivo. Un buon inizio. (3,5/5)
Shangai Dragon, di Shoji Kawamori. Già una storia più classica e lineare. Un bambino con una bacchetta che dà vita a ciò che disegna, un’invasione aliena, la fantasia al potere. Un po’ in contrasto le parti più demenziali e caniniche nelle rappresentazioni fantascientifiche, e i bei disegni del contesto reale. Niente di particolarmente originale, ma divertente. (2,5/5)
Deathtic 4 di Shinji Kimura. Una cosa un po’ Burtoniana, ambientata nel mondo degli zombie, protagonisti tre ragazzini alle prese con una forma di vita fuori luogo, in quanto, appunto, di vita. Molto fa l’animazione particolare. (3/5)
Doorbell, Yoji Fukuyama. Il più scarso di tutti, specialmente da un punto di vista estetico. La storia di per sé non sarebbe neanche male, un ragazzo alle prese con altri se stesso che vogliono rubargli il posto, ma il tutto è strutturato in maniera abbastanza noiosa. (2/5)
Limit Cycle, Hideki Futamura. Se contenutisticamente è vicino all’incomprensibilità (una voce ininterrotta che parla di Dio e di identità), visivamente può dirsi una spanna sopra la maggior parte degli spocchiosi quanto approssimativi tentativi di video arte in giro per musei. (3,5/5)
Happy Machine, di Masaaki Yuuasa. Molto bello anche questo. Un bambino che scappa dalla sua casa/madre artificiale ed esplora il suo mondo surreale. (3,5/5)
Baby Blue, Shinichiro Watanabe. Concettualmente il più filmico, ma riuscito sia nel dare interesse ad un tratto non singolare come quello degli altri corti, sia nella costruzione, in meno di 20 minuti, di una trama narrativa completa e coinvolgente. Storia di un ragazzo e una ragazza a zonzo nei propri ricordi, prima di una separazione. (3,5/5)
Se Genius Party, nella sua eterogeneità, permette di dare uno sguardo a diversi modi di fare arte e animazione, Genius Party Beyond è forse più compatto, nel suo essere in buona parte più bambinesco e sempre alla ricerca di un ritmo molto sostenuto, ma risulta meno curato ed efficace in molti segmenti.
Gala, di Mahiro Maeda, comincia male. Fisionomie classiche ed animazione povera, per un racconto fantastico fra fauni, musica e demoni vari, poco interessante e troppo telefonato nella soluzione finale. (2/5)
Moondrive, Kazuto Nakazawa. È solo un po’ meglio. Disegno abbozzato, tutto di corsa, una gang alle prese con una caccia al tesoro. Tentativi umoristico non all’altezza della riuscita. (2/5)
Wanwa the Doggy di Shinya Ohira. Praticamente un remake di happy machine, con unos tile più infantile e movimentato, ma anche, nel complesso, molto meno originale; e non solo perchè arriva per second. (2,5/5)
Decisamente migliori gli ultimi due
Tôjin Kit, di Tatsuyuki Tanaka, ha un tratto grigio e realistico, per certi versi più occidentale. In alcune invenzioni ricorda un Peter Chung che si fosse dato una regolata. (3,5/5)
Dimension Bomb, Koji Morimoto. Un videoclip acidissimo, veloce, una storia probabilmente triste. (3,5/5)
AUGURI!
a slowfilm.
Con le dovute eccezioni, dei film che vedo ricordo sempre meno. Un po’ perché continuo a vederne tanti, e fra loro si somigliano sempre di più, un po’ perché scivolano via, un po’ perché sono rincoglionito. Questo sito nasce, in particolar modo, per tamponare quest’ultimo inconveniente, per conservare qualche minima riflessione, e anche, in molti casi, per appuntare semplicemente un titolo con qualche nota a fianco. Tutto questo per dire che, nonostante mi sia piaciuto e l’abbia visto pochi giorni fa, di Bobby non ricordo molto, ma eccolo segnato, qui, -BOBBY-. Si può parlare di un film così corale, asciutto, americano, senza citare Altman?
Bobby ricorda Altman, nel suo essere corale, asciutto, americano.
Un sentimiento nuevo nell’elettorato americano; entusiasmi ed esperienze precedenti le ultime ore di vita di Bob Kennedy. Da qualche parte lessi che fare il presidente degli Stati Uniti è statisticamente uno dei lavori più pericolosi del mondo, vista la propensione degli stessi a morire ammazzati. E un “che culo” si alza sardonico da una folla di minatori, che come nuovo lavoro aspira a quello di arguto analista e compilatore di statistiche.
Comunque bravo Estevez.
E cattivo Oliver Stone. Non che tu abbia mai fatto niente di buono, Oliver Stone. Forse Talk Radio, Oliver Stone. E quando avevo 15 anni Doors neanche mi accorsi di quanto fosse una baracconata. Tu, però, quando l’hai girato, non avevi 15 anni. Il trailer di W. promette ritmo, e credevo fossi un po’ incazzato. Invece.
Che io Bush l’ho sempre visto come un coglione, uno con gli occhi vicino al naso, l’aria da tonto, di chi non sa dove si trova e non sa muoversi nello spazio, e qui fa il ragazzaccio ribelle, con un padre Bush Senior che è l’incarnazione stessa del rude, ma saggio, pragmatismo repubblicano. E nell’inseguimento di macchiette cortigiane, ci si dimentica del brogli della prima elezione, e ci si dimentica che al secondo mandato W. è stato rieletto alla grande. Al di là di tutto, W. non è né divertente, né incisivo, né ben girato, praticamente non è niente. Un film di Oliver Stone.
Drugstore Cowboy, secondo film di Van Sant, 1989. Visto già da un po’, in treno. Mentre io e Michela eravamo con le cuffiette, la tipa di fronte a noi parlava con l’altra tipa di fronte a noi, deprecando la mancanza di propensione al dialogo fra i viaggiatori in treno, e parlava del suo gatto, di tutti i cazzi del suo gatto, e l’altra tipa di fronte a noi dopo 4 ore e mezza di viaggio aveva gli occhi lucidi e l’aria di chi volesse infilarsi un ferro da calza nelle orecchie.
Bello Drugstore Cowboy, con un gruppo di tossici capitanato da Matt Dillon che va in giro a farsi del male e a svaligiare farmacie. Un po’ poveri gli inserti psichedelici, ma per il resto limpido, efficace senza essere deprimente, e poi Burroughs fa il prete tossicomane, ed è sempre bello, vedere Burroughs che fa il prete.
Immediatamente dopo, per non dare possibilità alla tipa del gatto di ritenerci degli elementi dialoganti, ci siamo sparati Dillinger è Morto, Marco Ferreri 1969. Qui so di andare pericolosamente contro il sentire comune, ma di questo alienante film sull’alienazione, sento di non riuscire a salvare nulla. Musica brutta, culi brutti, colori brutti, ideuzze stiracchiate. No, ok, sarà un problema mio, ma si sappia che esistono persone che possono avere dei problemi, nei confronti di questo immortale capolavoro.
Bobby: 3,5/5
W.:2/5
Drugstore Cowboy: 3,5/5
Dillinger è Morto: 2/5
Di Persepolis ne ho già parlato. Il film è molto bello, il libro pure. Non è uno di quei casi in cui la carta stampata è nettamente superiore alla pellicola. Di certo il libro, corposo, dà più dettagli, ma si può dire che la Satrapi abbia trasposto nel cinema tutta l’anima dell’opera. Che, anzi, trova una cura particolare nei disegni e una notevole efficacia nelle parti digressive e musicali. Persepolis è un mondo in perfetto equilibrio fra la vita della protagonista e quella del suo popolo, e prima di leggere la prima pagina, siate sicuri di avere la giornata a disposizione per leggere tutte le altre.
LMVDM, la mia vita disegnata male, è il libro di Gipi. Quello che fa la strisce verticali per L’internazionale. Il fumetto è bellissimo, doloroso e divertente, quanto è dolorosa e divertente l’opera di una persona che si nasconde raccontandoti tutto di lui. Costruzione antiretorica e autoironica, disegni raffinati e abbozzati, bianco e nero per la realtà, acquerelli per le fantasie. Gipi ama Pazienza e, fortunatamente, si vede. Introvabile al momento della prima pubblicazione natalizia, è tornato ed è imprescindibile.

Lo so che siete tutti occupati con le nuove puntate di lost, Il Telefilm Conosciuto Come Lynchiano, per giustificare il fatto che niente avrà mai alcun senso. Sono in piena fase telefilmica e, anche se non può assolutamente vantare lo stesso numero di crescendo d’archi, segnalo Weeds. Magari già lo vedete tutti, ma io lo segnalo, avendolo scoperto da poco, per caso. Weeds parla di una giovane vedova che la sfanga spacciando erba. È un telefilm anomalo, molto ironico, spesso cinico, volutamente spiazzante, a tratti estremamente volgare. Ma sempre con quel piglio “non ti starai mica scandalizzando? Di’ la verità, che ti stai divertendo”. In realtà qualcuno che ha avuto la sfacciataggine di scandalizzarsi dev’esserci stato, visto che Weeds va su raidue di martedì notte all’1.20. Comunque, weeds ricorda un po’ altri telefilm, ma strafatti di ganja. La prima serie è bella all’inizio, poi scema un po’, poi si riprende, la seconda è uniformemente meglio, più alla ricerca di ganci alla fine di ogni puntata e ancor più spudorata. Ce n'è anche una terza, ma non ci sono ancora arrivato.
Poi, un telefilm di cui ho letto da più parti, in rete e non, è Mad Men. Questo è dannatamente raffinato: vi dico, Raffinatissimo. E le luci e Hopper e la ricostruzione dei ’60 e il ruolo delle donne e i sottili giochi psicologici. Però che palle. Sono fermo alla settima puntata, la storia è ferma lì dove era alla prima. E la storia in un telefilm deve esserci. Perché per quanto possa essere raffinato, la maggior parte del tempo sono comunque primi piani, campi controcampi, dialoghi. E poi, con tutta la buona volontà, non ci si può sorbire puntare di 45 minuti senza una digressione, una battutina, un personaggio con cui empatizzare. La gradazione umana in Mad Men va dallo sciacallo al verme, ma tutti declinano il proprio ruolo con espressioni impeccabilmente sottili. Telefilm sideralmente pretenzioso, magari non è per me il momento adatto, mi è antipatica persino la sigla.
La sigla di Weeds, invece, è molto bella.
Renée Zellweger è un tubetto di dentifricio, l’hanno spremuta dalle gambe e dalla cuffietta western è uscita la testa, rossiccia e gonfia. Viggo Mortensen e Ed Harris devono fare per centoventi minuti due che la sanno lunga, che prendono di petto le situazioni senza scomporsi. Come dei Bud Spencer e Terence Hill che si prendono sul serio, vale a dire dei Bud Spencer e Terence Hill senza motivo d’esistere. Jeremy Irons è un cattivo al minimo sindacale, mai realmente minaccioso, perché gli altri due la sanno davvero troppo lunga; più che altro è antipatico, ma senza esagerare. A berci una birra sarebbe anche di compagnia. L’unico reale problema che deve affrontare l’impeccabile duo di sceriffi, è che l’insostenibile Renée è piuttosto zoccola, il che turba la quiete dell’eroe, nel poco polveroso West di Harris. E io un po’ ci avevo pure creduto, in questo film, che è invece piatto quanto mi ricordo piatto Pollock. Harris fa un cinema matematico, sillogistico nella costruzione dell’intreccio, e fallisce clamorosamente quando vuole dare i tocchi di umanità. Il giochetto di “quale parola sto cercando”, il darsi del lei, l’impaccio di fronte a una Zellweger che qualsiasi essere umano sano di mente non degnerebbe di una parola. Tutte queste cose sono molto meno interessanti di quanto il regista non creda. Se cercavate un buon western, aspettate il prossimo.
(2/5)
Viaggio al Centro della Terra 3D, come avranno intuito i più accorti, ha il suo punto di forza nell’essere in 3D. Che è una cosa spassosa. Fa lacrimare gli occhi, rincoglionisce, è uno sballo. Come avvenne per il sonoro, e per ogni nuova conquista della tecnica, i film che sfruttano il nuovo 3D sono interamente incentrati sulla spettacolarità della novità, sullo stupore bambinesco. Quindi Viaggio al Centro della Terra non ha la minima ambizione d’essere un film, si limita al suo compito di prodotto dimostrativo, e lo fa durando poco (evitando così l’esorbitazione, e di questo il pubblico ringrazia), azzeccando qualche battuta facile e fregandosene di qualsiasi verosimiglianza narrativa. Abbondano inquadrature innaturali, con lo scopo di testare i riflessi dello spettatore, che istintivamente evita yoyo o scaracchi di varia natura rivolti dallo schermo verso la sua persona. Un luna park, con tanto di montagne russe e tirannosauro. Va da sé che senza la sala attrezzata, questa cosa non ha nessun motivo d’essere vista. Mostri contro Alieni sarà ancor più, più più uno spasso. Adesso vi saluto, vado a gettare in un fosso tutti i miei inutilissimi film in due squallide dimensioni.
(3/5)
Sotto un cielo giallo corrono 26 cani rabbiosi, gli occhi e le zanne dello stesso colore del cielo, il corpo nero come la città che attraversano. Così si apre Valzer con Bashir, mostrando il sogno di un soldato israeliano che aveva il compito, durante la guerra in Libano dell’82, di uccidere i cani nei campi dei rifugiati palestinesi, evitando che potessero dare l’allarme durante i raid notturni. Vent’anni dopo Ari Folman, autore del film, ascolta il suo amico raccontare il sogno, si rende conto di aver rimosso quella guerra di cui lui, diciottenne, era stato partecipe. Nella ricostruzione della sua memoria, e della memoria storica, raccoglie testimonianze sulla guerra e sul massacro di Sabra e Shatila, perpetrato dalle milizie cristiano falangiste in seguito all’assassinio di Bashir Gemayel, Presidente del Libano. La strage nei campi profughi si svolge sotto gli occhi dell’esercito israeliano, che non fa nulla per evitarla.
Folman crea un documentario d’animazione, operazione simile a quella che Marjane Satrapi compie in Persepolis, in cui la ricostruzione storica è tuttavia più personale e incisiva. Folman ricalca le architetture devastate, i volti dei protagonisti, ricostruendo scenari di guerra; mostra nel contempo momenti onirici e allucinati, mettendo in scena i ricordi distorti e lo stato d’animo dei suoi personaggi, e legando questi episodi ad una natura più cinematografica e artistica; utilizza a tale scopo tecniche diverse: l’animazione in Flash, la computer grafica, il disegno manuale, ma chiude con un filmato di repertorio, dove l’orrore ritrova i suoi colori reali e il passato diviene, inevitabilmente, richiamo alla responsabilità presente.
(4/5)
È un periodo in cui bisogna stare davvero accorti, un tempo in cui le sale sono invase da minchiate molto aggressive. Anche da titoli che promettono bene, ma questi non interessano a Gli Inguardabili, la cui missione rimane la salvaguardia dello spettatore.
Cominciamo con un’anomalia, un inguardabile guardato (ci tengo a dirlo, non a pagamento), il fenomeno generazionale del momento assieme alle figurine che si grattano e puzzano ed Ennio Doris, che è tanto efficiente da non avere neanche bisogno di essere grattato. Dicevo, Twilight. Sarebbe impossibile misurarsi con Twilight, significherebbe andare contro lo spirito del tempo, e quindi partire sconfitti. L’unica mossa plausibile, con lo spirito del tempo, è prenderla con spirito. Twilight è pieno di adolescenti dall’aria malinconica, la pelle bianca, le labbra rosse, le acconciature stupefacenti. E io lo so che questa corrente si chiama emo, e indica, in generale, persone troppo sensibili. Del tutto accidentalmente alcuni di questi adolescenti sono anche dei vampiri, ma la cosa è ininfluente perché Twilight è solo una storiellina d’amore. Qualcosa di simile a City of Angels, ma se quest’ultimo è giustamente affondato (ah, quanta meraviglia in Cage che si improvvisa Amleto utilizzando una pera in vece del povero Yorick), Twiligh ha beccato i tempi e il target giusto per potersi non preoccupare d’essere ridicolo. E allora è bello quando una tipa sale a cavalcioni del suo ragazzo e questo si arrampica come un macaco sugli alberi, è bello quando si fanno partite a baseball in mezzo ai fulmini digitali, ed è bello che non ci sia una solo battuta di sceneggiatura che abbia necessità d’esistere.
Ok, basta così, fra l’altro Twilight è già storia vecchia. Cos’altro c’è da non vedere? Ragazzi, è tornato Luhrmann. Moulin Rouge rimane una delle
esperienze più inspiegabili della mia vita, con uno smells like teen spirit che ancora grida vendetta. Volendo utilizzare delle categorie critico-estetiche ben consolidate, se romeo+giulietta si limitava ad essere una pacchiana rottura di palle, Moulin Rouge è un cazzata furibonda, disperatamente protesa al kitsch, ma ancorata alla spazzatura, senza riuscire neanche ad essere trash. E con questo curriculum il nuovo melodrammone, Australia, è praticamente una promessa già mantenuta.
A proposito di registi dannosi, chi odiasse se stesso come il prossimo suo, può anche confidare nella nuova fatica di Muccino, Sette Anime. Pare faccia schifo persino a Muccino, che pure è uno che pelo sullo stomaco ne ha a matasse.
Buona fortuna e alla prossima.
Twilight: 1,5/5
Allora, la smettiamo di arronzare film in questi post informi? No, non ancora.
Visto ormai un po’ di tempo fa, Mr. Jealousy è il secondo film di Noah Baumbach. Il ragazzo è migliorato, perché questa commediola non è che brilli per originalità. Eric Stoltz entra in un gruppo di autoanalisi, una specie di anonima alcoolisti senza alcool, per seguire un ex fidanzato, affascinantemente scrittore, della sua attuale fidanzata. Per non destare sospetti, veste e racconta la vita di un suo amico. Qualche battuta divertente, scelte registiche quasi a zero, e un sacco di scrittori. Nei film e nei libri radical chic (i baumbach, i wes anderson, gli auster…) c’è sempre almeno uno scrittore, o due scrittori antagonisti, in america le occupazioni di default sono psicologo e scrittore, le città pullulano di osservatori minimalisti che con sguardo inedito colgono dettagli che agli altri sfuggono, incrociano inevitabilmente per la via altri scrittori, si guardano negli occhi, stupendosi per l’atteggiamento curioso dell’altro, senza sospettare d’essere incappati in un altro romanziere al lavoro. Gran bel posto, l’america.
Intanto lo scrittore Baumbach è alle prese con un progetto Greenburg nella cui sommaria descrizione leggo le minacciose parole “trilogia” e “Shyamalan”. Avendo quasi due anni per farmene un’idea, al momento non approfondisco.
L’albero della vita. Spinto dalla curiosità, alla fine l’ho visto. Pi greco a me piacque, Requiem for a dream no, poi questo film ha dato ad Aronofsky la fama di sprovveduto, la gente gli rideva dietro, sputava sui suoi piedi, e metteva puntine da disegno sulle sedie su cui avrebbe poggiato il culo. Non è un film sobrio, l’albero della vita. È un film che non ha alcun timore di essere pacchiano, una specie di bara placcata d’oro. E la protagonista, nei suoi ultimi giorni, fa la scrittrice. Però non è così disprezzabile, e sotto la quantità di riferimenti pseudo ascetici e new age, sotto le cacate inquisitorie, c’è un’elaborazione del lutto e della sofferenza piuttosto sincera. Alla fine lo salvo, questo Aronofsky senza vergogna.
Andiamo a roba più recente, perché poi non mi ricordo cos’altro ho visto. Un paio di Boyle. Regista che, senza dirlo a nessuno, dopo Trainspotting ha fatto Una vita esagerata. Una roba sconclusionata e pallosa con Ewan Mc Gregor e Cameron Diaz. Poi, riuscendo a dirlo ad un po’ più gente del solito, poco fa ha fatto The Millionaire, che è piaciuto un sacco. Boyle non è una persona misurata, ha uno stile molto definito, e con questo stesso stile racconta storie di vario genere. Per me immagini digitali, inquadrature sbilenche e montaggio pop vanno bene se hai voglia di appicciare il sole o se devi fuggire da zombies velocissimi, meno se vuoi raccontare la storia di due bambini indiani che ne passano di brutte e di bruttissime. Un melodrammone neorealista con una soluzione finale non troppo diversa da un film che si chiama Una vita esagerata. Il tutto non è il massimo dell’equilibrio. Senza dilungarmi, sono sostanzialmente d'accordo con Miss Pascal.
Ember è inaspettatamente una cazzatona. Uno vede un film così, con Murray e Robbins, pensando sia una cosa bizzarra, divertente. E invece è una cosa di plastica, indecifrabile nella totale mancanza di nessi logici. Una favola che non ha nessuna voglia di essere raccontata.
Paure del buio, Peur[s] du noir, è un film d’animazione a più mani e più episodi, in bianco e nero, produzione francese, intenti cupi. Quattro cortometraggi legati da altri due spezzettati. Il tutto reperibile in dvd de l’internazionale a 9 euro. Interessante l’operazione, nel complesso riuscita, il più d’impatto il primo corto, di Burns, il più bello quello di Mattotti: sia dal punto di vista visivo che da quello contenutistico, quasi capolavoro. Si spazia fra varie angosce, molti sottintesi, tanta atmosfera, quasi zero splatter.
Gioco del giorno: se hai letto fin qui, scrivi nei commenti "pinguino".
Mr. Jealousy: 2,5/5
L'albero della vita: 3/5
Una vita esagerata: 1,5/5
The Millionaire: 3/5 (fino all'ultimo quarto d'ora)
Ember: 2/5
Paure del buio: 4/5
Attendendo un nuovo pezzo sanatoria, ecco riciclato uno scritto escluso da studenti magazine, perché troppo, troppo sovversivo. L'ho scritto sorseggiando una molotov, mi pare.
Al grido, paradossalmente immutabile, “anno nuovo , vita nuova!”, ecco nascere questo pezzo (il cui titolo è tatto da una canzone di Celestini) sulla necessità del cambiamento, l’urgenza della rivoluzione. Ad introdurre l’argomento due di quei film che piacciono tanto a noi giovani. Il primo del 1971, l’altro dell’85…
“La rivoluzione non è un pranzo di gala”: citando Mao si apre Giù la Testa, di Leone. Ed è infatti un film visivamente violento, lercio e sarcastico. Racconta l’amicizia di Sean, bombarolo irlandese già nell’IRA, e Juan, peone capo di un gruppo di banditi a conduzione familiare. L’incipit del film è il perfetto biglietto da visita, con Juan attorniato da ricchi yankee dediti ad insultare i Messicani, che sono “come gli animali”. Intanto la macchina da presa, impietosa, si avvicina alle loro bocche, al bolo e gli sputacchi.
Dal 1917 al futuro indefinito di Brazil, capolavoro di Gilliam che mostra un mondo iperreale, burocratizzato fino al grottesco, ossessionato dall’immagine e assuefatto al controllo. Il protagonista è un resistente per caso, che affronta per amore disavventure oniriche e kafkiane, per arrivare ad uno degli epiloghi più duri della storia del cinema.
Resistenza ed impegno civile nella recente uscita editoriale “Alza la Testa”, un libro e un dvd a testimoniare i tentativi di destabilizzazione di Piero Ricca, cittadino. La differenza lampante fra la realtà ed i film è nel rapporto fra le parti. Anche nelle rappresentazioni più pessimiste le voci che si oppongono al potere costituito generano un conflitto, mentre la risposta definitiva del potere italiano alle contestazioni è l’indifferenza, fondata su un inattaccabile senso di superiorità. Ricca compie blitz nei congressi di partito, alle presentazioni di libri, sulle soglie dei palazzi del potere; ed urla tutte quelle domande che i giornalisti non hanno nessuna intenzione di porre: sul conflitto di interessi, la connivenza fra mafia e politica, il gioco delle parti di schieramenti teoricamente contrapposti. Il risultato è che viene insultato, gli si dà del “maleducato”, e viene di volta in volta spintonato da squadre di portaborse, guardie del corpo, amici, parenti e tifosi dei vari Dell’Utri, D’Alema, Berlusconi, Mastella, Andreotti, Vespa. Solitamente tutti troppo impegnati a correre all’ultimo pranzo di gala, per poter pensare di rispondere alle domande di Ricca.