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Mind Game è un film d’animazione dello Studio 4°C, che bisogna banalmente quanto necessariamente definire sperimentale. Il primo impatto non è dei più convincenti, con le numerose inserzioni di volti reali che fanno smorfie giapponesi, applicate sui corpi dei protagonisti animati, la scarsa accuratezza, voluta e naif, nel disegnare i personaggi. Nella prima parte il protagonista muore con una pallottola che gli entra fra le chiappe ed esce dalla fronte. Successivamente la storia si fa meno importante ed intellegibile ed i vari episodi psichedelici più interessanti. Commistione di più o meno ogni tecnica possibile (disegno manuale, al computer, in 2 e 3D, inserti live) e di una quantità di stili grafici, l’anima surreale del progetto è davvero gustosa, coraggiosa anche nella scelta dei tempi, nelle ripetizioni e nella dilatazione dell’iperdinamica scena finale (di per sé un’esperienza). A smorzare un po’ l’entusiasmo una riuscita, talvolta, nelle musiche e nell’animazione, più scarna e meno efficace di quel che si vorrebbe e che si vede in altre fasi del progetto. Discontinuo, ma sicuramente interessante.
Sword of Stranger è praticamente il contrario. Un storia classica e lineare, ambientata nel Giappone medievale. Animazione realistica e accurata, con qualche ausilio di 3D per i fondali; tanti scontri con sangue ed arti tagliati; l’amicizia fra un bambino, un ronin e un cane. Visivamente, il film dà sul bello, ma non riserva molte sorprese. I personaggi sono così canonici che non credo sia stato fatto molto per caratterizzali, si è attinto a modelli già conosciuti, e basta solo qualche richiamo che far sentire lo
spettatore a casa propria. Buona parte delle energie sono state spese per la resa dei duelli. Se la stessa tecnica fosse stata messa al servizio di una cosa come Il Libro del Vento del superbo Taniguchi, probabilmente sarebbe stato un gran film. Così non toglie e non mette.
Mind Game: 3,5/5
Sword of Stranger: 3/5
La proporzione è dieci minuti di film per ogni pagina di racconto. Relazione oziosa, perché il film di Fincher con lo scritto di Fitzgerald ha in comune solo il soggetto. Il Button letterario nasce vecchio, ma anche grosso, con la barba, parla correttamente l’inglese e fuma sigari. Grottesco ed ironico, specialmente nella prima parte, il racconto appunta brevemente le fasi della (de)crescita del protagonista, con lo spirito analitico e distaccato che già ci si aspetta leggendo il titolo. Il Button cinematografico è un ipertrofico melò dalle ossa fragili, caratterizzato da un leggendario lavoro in post produzione i cui sforzi sono forse superiori alla necessità. Miliardi di pixel di Pitt e Blanchett ringiovaniti e invecchiati uno ad uno. E magari ci saremmo accontentati di molto meno, con trucco e qualche attore vero in più, conservando, così, le energie per la scrittura.
Da più parti il film è stato paragonato a Forrest Gump, e l’accostamento ci sta. In entrambi i casi i protagonisti attraversano decenni americani, forti del loro candore. La crescita anomala di Button non lo spinge ad avere dei comportamenti o pensieri peculiari, ma solo a comportarsi meglio possibile, in modo da dare alla società la possibilità di accogliere il suo handicap con il minimo sforzo possibile. Button e Gump, anzi, sono dei cittadini modello: vanno in guerra, grandi lavoratori, non pretendono mai nulla, sono istintivamente conformisti. [qui un po' di spoiler] Al contrario, le loro donne dalla testa pazzerella, hanno bisogno di una raddrizzata. La punizione per la compagna di Gump, hippy festaiola, è radicale. Kate Blanchett, ballerina in perpetua piroetta affascinata dagli agi della vita d’artista e probabilmente lussuriosa, se la cava facendosi spezzare le gambe. Da lì, metterà la testa a posto, si fa una famiglia, bene così. [fine del po' di spoiler]
Benjamin Button, a conti fatti, è un film con tanta fatica sulle spalle, non sgradevole, un po’ lento, piuttosto privo di ironia, patinato di seppia. Inondato da parole: dialoghi, voce narrante, voce del pensiero; provengono da più piani temporali e si accavallano fra loro, ma l’ottanta per cento di quel che dicono non è di nessun interesse. Ad un certo punto arrivano spinte al godersi la vita, all’essere pronti a ripartire sempre da zero, ma senza che questa istanza sia supportata da qualcosa che vediamo o da qualche reale necessità del protagonista. Lui per cinque minuti finisce in India, ma non sa bene il perché.
Una frase per concludere? Vecchietto è chi il vecchietto fa.
(2,5/5)
Devo essere l’unico a non avere una approfondita conoscenza del caso Watergate e della storia di Nixon in generale. L’approccio a questi temi consiste nel gettarti nel mezzo di un casino e poi ogni tanto, ta-da, non è superpippo, è la citazione di una qualche registrazione, o di un nome estremamente significativo. Confusione.
L’ultimo film di Ron Howard è proprio un film di Ron Howard (da adesso, Ronauard), per chi avesse pensato diversamente. Non al livello de Il Codice Da Vinci, che roba così riesce solo ad un Americano quando si trova in Italia, ma comunque Ronauard. Frost/Nixon – il duello, parla (ta-da) del duello fra Frost e Nixon. Duello televisivo, dove il giornalista/presentatore di talk show David Frost inchioda alle proprie responsabilità l’ex presidente Richard Nixon.
Frank Langella è assolutamente uguale a Nixon, la faccia plasmata sulle maschere di Point Break ed il corpo sudaticcio e provato dalla flebite; un buon corpo repubblicano, come insegna Matt Groening. Sul piano mimesi e cosmesi questo film è un capolavoro, è su tutto il resto che non ha gran motivo di esistere, cioè è Ronauard. Un regista di blockbuster che fa finta di fare un film impegnato, premendo sul pc il tastino che ti annisettantizza la pellicola e, trovata che credo abbia dello scabroso, facendo fare ai propri attori il commento fuori contesto, come si fa a volte nei documentari interpellando i reali protagonisti della reale storia. Cioè, c’è l’attore che fa la sua parte nel film, nella fiction, e poi c’è lo stesso attore che impersona il se stesso reale che commenterebbe la messa in scena. Immorale, Ron Howard. D'altronde, non eri mica Fonzie.
(2,5/5)
È una bella sorpresa questa riduzione di Mendes del libro di Yates. Letto il testo (per caso, una delle poche volte che leggo un libro poco prima che decidano di farne un film) e visto il trailer, temevo qualcosa alla Haynes. Qualche insostenibile cosa alla Haynes di Lontano dal Paradiso. Invece Mendes, fortunatamente, ha fatto un film alla Mendes, il che consolida l’idea che sia un gran regista, barocco e austero come piace a me. L’unico suo film discutibile è American Beauty, ma più per motivi di scrittura (non sua) che di messa in scena.
A voler citare un film recente, questo Revolutionary Road m’ha ricordato The Mist, con lo sguardo livido a seguire il dramma, i campi vuoti, l’uso geniale della colonna sonora, legata alle viscere e non all’azione. e i mostri.
Mendes riduce i dettagli di Yates, prende una certa distanza, al primo piano preferisce la costruzione dello spazio, rendendo l’opera affilata come una lama, così sincera da essere a tratti ai limiti del pornografico. E se a volte la recitazione sembra qualche ottava sopra, la luce è sempre quella giusta, e la luce è quel che importa.
Revolutionary Road è un film spietato, un vicolo cieco: la sconfitta individuale implicita al sogno americano, al momento della sua piena realizzazione.
(4/5, e forse gli sta anche un po' stretto)
Sono stato via per un po’. E ora non ricordo: come si dice quando un film, sì, non è male, ma neanche si dà troppo da fare per creare qualcosa di originale? A già, si dice "Milk".
Preferisco il Van Sant spudorato a quello disintossicato che si trattiene e fa tutto per bene; con Milk il regista sembra essersi immerso talmente nel soggetto, da credere che questo sia autossuficiente, e di doverlo raccontare e basta. È vero, quella di Harvey Milk è una storia importante, ma il film si esaurisce nella messa in scena della sua biografia.
C’è Sean Penn bravo, emaciato e con le camicie chiuse fino all’ultimo bottone, rivelando una testa assolutamente grossa. C’è una scena vista nel riflesso di un fischietto, simbolo del movimento gay, che è anche bella ma stona un po’ per l’artificiosità contrapposta alla quiete (visiva) complessiva. C’è James Franco che fa sangue ad almeno due terzi della platea. C'è Josh Brolin che in ogni film mi sembra avere una faccia diversa, e più o meno è sempre quella giusta; magari è il film a non essere sempre quello giusto, ma non è questo il caso. C’è una storia a cui dovrei accennare, ma se andate a vedere Milk ve la racconta lui, come ha fatto con me.
(3/5)