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Disasto ad Hollywood comincia bene, col finale di un pretenzioso film nel film, dove il protagonista Sean Penn, sul punto d’essere ridotto a un colapasta, recita “perdonali, perché non sanno quello che fanno”. A seguire, le (poche) vicende di un produttore (che scopriamo, con misurato rammarico e relativa empatia, essere davvero tanto dipendente dal telefono cellulare) alle prese con censure, barbe da far tagliare ad un Bruce Willis altrimenti non sufficientemente figo, le solite tresche con ex moglie e figlia teenager.
Uno dei film migliori di Levinson è Liberty Heights, e non solo per i due pezzi inediti di Waits che con tanta grazia contiene. Il film fu distribuito, in straordinaria esclusiva, solo da rete4 e solo dopo le due di notte. Anche L’invidia del Mio Migliore Amico, che non era male, mi pare fu distribuito direttamente in dvd. Questo Disastro ad Hollywood, pieno di nomi famosi, è arrivato alle sale, ma mi sembra considerevolmente più loffio.
L’idea del dietro le quinte da visitare attraverso il lavoro del produttore ha il suo fascino, ma tutto si riduce ad un paio di aneddoti ripetuti fino al raggiungimento di quell’ora e quaranta necessaria a portare il film a casa. Il tono è diviso fra una tensione al realismo, che avrebbe dovuto sfruttare quel che di grottesco è connaturato al mondo Hollywoodiano, e uno sfociare nella gag minima quanto improbabile. Io non credo si consumino drammi su una barba da tagliare, ad Hollywood. Ma se anche fosse, per dirla con G.L.Ferretti, m’importa ‘na sega.
(2/5)
Franklyn non è quel che mi aspettavo, e questo probabilmente è positivo. I richiami a V per Vendetta e alla maschera fra Munch e Rorschach sono puramente iconografici, e permettono una certa originalità nella disattesa delle aspettative. Diviso fra un registro realistico e quotidiano e delle incursioni caotico-fantastiche alla Brazil, il film prende da molti ma riesce a costruirsi una sua identità, in una declinazione del collage pop sufficientemente inedita. Costruito per svelarsi nella fase finale, il punto debole della pellicola sta nell’aver composto, soprattutto nelle fasi “realistiche” della prima parte, un lungo preludio non sempre interessante. Ma lo si perdona, per aver portato a termine comunque un’opera non banale, condita con sarcasmo amaro e distaccato, molto meno ingenua di tanti supereroi da fumetto che, per quanto doloranti e trasgressivi, da un bel po’ denunciano una certa stanchezza. Difficile parlare dell’esordio di McMorrow senza rovinare la sorpresa, e la soluzione è fermarmi.
(3,5/5)
p.s.: per chi ha visto il film, al commento numero 4 c'è qualche appunto in più.
Le Avventure del Topino Despereaux comincia con topi e zuppe mitologiche, e la paura di trovarsi di nuovo in una storia di roditori e culinaria è concreta (a me Ratatuille non è piaciuto, non posso farci nulla). Poi quello della zuppa diventa subito un pretesto, e l’esordio nell’animazione della Universal mostra quali saranno, probabilmente, i parametri della sua identità: storie classicamente fiabesche, quel fiabesco realistico alla Grimm (perché non c’è niente di più reale e rappresentativo della ferocia canonizzata di alcune fiabe), veicolate attraverso un 3d dai toni caldi, ingialliti come le pagine di un libro antico. In un mondo antico dove i ratti, esiliati dagli umani, vivono in una società barbarica, e i topi, nei loro minivillaggi medievali, esercitano la paura come virtù, Despereaux è un topino “gentiluomo”, dal coraggio proporzionale alla grandezza delle orecchie, che sogna di salvar principesse. Il suo antagonista il capo dei ratti, ci scommetto un mignolo disegnato sul gioco di parole “Nosferat”. Come ho detto, quel che c’è di interessante è la classicità della storia, ancorata a meccaniche superate dai “valori” più moderni di Pixar e più innocenti della Dreamworks, lasciando alcuni comprimari (la serva bambina, ad esempio, o il padre di Despereaux) lontani da un vero riscatto ed effettivamente limitati dalla loro apparenza esteriore e provenienza sociale. Un’impostazione che oggi confina col politicamente scorretto, o, peggio ancora, si avvicina allo sconveniente. Despereaux, però, rimane un film non particolarmente memorabile, un po’ perché la storia è spesso meccanica, e molto perché non c’è
nessuno veramente simpatico, neanche il protagonista, fin troppo cristallino e, come tutti gli altri personaggi, sostanzialmente sconosciuto all’ironia.
Ma anche un dito nell’occhio ha dignità di capolavoro della settima arte di fronte allo scempio che è andato in onda in prima serata iersera su italiauno. Cambia la tua vita con un click segna il punto più basso delle avventate collaborazioni di Cristopher Walken, qui agghindato da Mago Galbusera, e delle insipide commedie con Adam Sandler. Un film che fa veramente schifo, perso in banalità moraliste, ma la cui colpa più grande è nel fare maldestramente il simpatico senza mai riuscire ad ispirare il minimo sorriso. Noia e fastidio.
In chiusura, due film che non vedrò: Fuga dal Call Center, e, a stretto giro di boa, Generazione Mille Euro. È il nostro piccolo e triste neorealismo, tutto costruito sulle macerie delle anche minime aspirazioni alla vita dei poco più o poco meno che trentenni. Non bisognerebbe fare film, ma rivoluzioni. Angoscia.
Le Avventure del Topino Despereaux: 3/5
Cambia la tu Vita con un Click: 1/5
Nel 1995 Rudiger Vogler rincorreva i suoni di Lisbona e più di vent’anni prima, nel 1973, cercava le immagini che potessero descrivere New York. Se in Lisbon Story (e altre opere simili) l’ambiente è fin troppo protagonista, solare e accattivante, nei film passati il regista era maggiormente rivolto all’interazione, non sempre pacifica, fra contesto e personaggi, lasciando che ognuno suggerisse qualcosa dell’altro.
Il giornalista tedesco Felix Winter dovrebbe scrivere del paesaggio nordamericano, ma per il suo lavoro riesce solo a scattare delle polaroid. Licenziato da suo capo, vorrebbe tornare in Germania, ma all’aeroporto incontra Lisa e sua figlia Alice. Ancora a New York, Lisa abbandona la bambina con Winter, e i due, in cerca dei familiari di Alice, cominciano il loro viaggio attraverso Olanda e Germania.
Uno dei film più belli di Wenders, primo episodio della trilogia della strada (tema comunque ricorrente nella sua filmografia, quello del viaggio), che proseguirà con Falso Movimento e Nel Corso del Tempo. Il viaggio, il movimento, è necessario per cogliere le immagini, esercitare lo sguardo. E Alice nelle Città, raccontando di immagini, è anche estremamente critico rispetto al valore che le stesse possono rivestire. Winter rifiuta l’immagine televisiva, imprescindibilmente pubblicitaria, vacua ed ossessiva, ma crede erroneamente di poter rappresentare i luoghi attraverso i suoi scatti. Il giornalista ha perso la sua identità, intesa come capacità di rapportarsi col mondo e quindi di interpretarlo, e la ritrova con la guida di Alice: la bambina sa che ogni immagine racconta prima di tutto il suo fotografo, e che ogni dettaglio racchiude solo una delle possibili visioni delle cose. Quando scatta una foto a Winter, lo fa per mostrargli come sembra, non come è, e sul volto definito dalle ombre del bianco e nero della polaroid si riflette il viso di Alice. L’immagine riacquista valore quando perde la pretesa d’oggettività e compiutezza.
Il road movie di Wenders mette in gioco non un’evoluzione per i suoi personaggi, ma una riscoperta della propria identità. Il protagonista riesce a raccontare nuovamente la realtà quando ricomincia a filtrarla coscientemente attraverso la propria esperienza, riappropriandosi del suo sguardo e della sua soggettività. È un viaggio lontano dalle abitudini, dalle certezze, dai volti familiari, che permette a Felix e Alice di instaurare un’amicizia istintiva e paritaria.
Vogler è perfetto per il cinema essenziale di Wenders (che influenzerà radicalmente, fra gli altri, Jim Jarmusch. Un percorso che sembra chiudersi, anni dopo, con Non Bussare alla mia Porta, dove Wenders, nel recuperare i suoi tempi e temi originari, sembra richiamarli così come rielaborati dal suo “allievo”), fatto di geometrie urbane, rumori ambientali, architetture vuote, conoscenze silenziose. Wenders costruisce una narrazione scarna e lineare dove le reazioni e le parole eccessive sono sempre escluse, e Vogler è un osservatore misurato ma non assente. Grande cinema, nello stesso tempo teorico e concreto, rigoroso senza essere autoreferenziale.
(4,5/5)
Come hanno notato tutti, ed è certamente vero, Benicio del Toro è assolutamente azzeccato nella parte di Jim Morrison. Per il resto, la rockstar della rivoluzione difficilmente troverà nuova forza in questo film di Soderbergh. L’impressione è che al regista, di tutta questa storia d’asma e Cubani, non interessi poi molto. Vuole essere distaccato, ma non vuole fare un documentario, vuole cercare le inquadrature, ma non vuole si dica che ha fatto delle belle foto, vuole mostrare la guerra, ma senza spettacolarizzarla. Il risultato somiglia a quelle docu-fiction che passano a Quark per raccontare Attila l'Unno o la regina Elisabetta, ma senza Angela che faccia da raccordo fra una scena e l’altra. Anche qui ci sono degli intermezzi, contrassegnati dall’effetto (piuttosto superfluo) bianco e nero, ma più che altro servono a fare brevi proclami, giusti quanto generici, contro l’imperialismo americano ed il capitalismo mondiale. Che. L’argentino non è un brutto film, ma è sorprendente, visto il soggetto, come possa essere al contempo poco coinvolgente e poco informativo. Oltre ad essere un film di una durata ragguardevole per raccontare solo una parte della storia: la rivoluzione cubana adesso, e fra dieci giorni in Bolivia. Pare, comunque, che pur essendo la divisione in due parti successiva al completamento dell’opera, gli episodi siano contenutisticamente e stilisticamente diversi. Ci siamo visti i campi lunghi e le educate steadycam, ci aspettano primi piani e macchina a mano.
(3/5)
In un corto animato di venti minuti, la trasposizione del breve racconto di Kafka del 1917. Yamamura segue minuziosamente il testo, recitando il pensiero del medico e visualizzando ogni dettaglio del racconto. Alla rara, oppressiva angoscia generata dalle parole dello scrittore, si aggiunge quella di spettrali immagini distorte, come se tutto si riflettesse sul dorso di un cucchiaio. In un luogo desolato dove le colline fatte d'occhi ed orecchie sono coperte di neve, a congelare lo spettatore gli sguardi vitrei che lo fissano dallo schermo, intrappolati nell’irrealtà fatta di paure interiori. Un piccolo gioiello.
(4/5)
Questo Solaris non è poi così uno schifo come lo si dipinse. Soderbergh compie un’operazione tutto sommato coraggiosa, essendo il suo film rivolto al grande pubblico, e non alla minoranza appassionata a cui si riferiva Tarkovskij. Non ho ancora letto il libro di Lem, quindi non so quanto il Solaris del 2002 sia una trasposizione di quelle pagine o un remake del capolavoro del 1971. Quel che so è che Stanislaw Lem rimase deluso dall’opera di Tarkovskij e quella di Soderbergh lo portò alla depressione; magari ci tornerò a libro finito e a Tarkovskij rivisto.
Soderbergh mantiene l’impianto speculativo ed i tempi lenti dell’originale, scegliendo di rimanere effettivamente distante dai ritmi spettacolari hollywoodiani. Quel che fa per andare incontro al suo pubblico è ridurre la durata alla metà (98 minuti vs 165, anche se sospetto che Steven abbia visto la versione da 115, dove manca tutta la prima parte, bellissima, sulla Terra), infilarci un paio di volte George Clooney col culo da fuori e rendere centrale la storia d’amore, con numerosi flashback sul Pianeta azzurro.
Come inevitabile citazione dell’originale, piove ovunque sia possibile, e la pioggia perde il suo significato diventando, appunto, puro omaggio. Per il resto Soderbergh si lascia andare ad una composizione di diversi stili estetici che prevedano la contemplazione sci-filosofic. Nelle scene sulla Terra ricorda gli ambienti e le luci di Codice 46, fanta-lounge mutuata da Blade Runner che si spinge ad ipotizzare i cataloghi Ikea del 2029. Con le navicelle fluttuanti nello spazio e nelle inquadrature delle parti più tecnologiche delle stesse, geometrie ed aspirazioni sono Kubrickiane, mentre negli interni con sedie e tavolini molto poco spaziali, dove si svolgono lunghe discussioni, si torna a Tarkovskij.
Il soggetto del film, pur accentuando il lato mistico, conserva il suo fascino, e si industria a ricercare un paio di colpi di scena più dinamici.
Al momento questo, il resto quando avrò completato il quadro.
(3/5)
A Cena con gli Amici fa coppia con Sognando Manhattan. I due film hanno parecchie cose in comune, non ultimo un doppiaggio italiano fatto col culo. Solo che A Cena con gli Amici non sono riuscito a vederlo in lingua originale, ma da una scadentissima conversione in digitale di una vhs che deve averne viste di brutte. Il giudizio è, quindi, spannometrico.
Film d’esordio di Barry Levinson, autore in Italia saltuariamente soggetto ad embargo. Anni ’60, gruppo d’amici, scherzi, musica e matrimonio. Il film funziona a tratti, soddisfa nel complesso, lascia il dubbio che metà dei dialoghi dovessero avere in origine un significato del tutto diverso.
Secondo le mie ricerche, nel 1982 Levinson con Diner e Wenders con Lo Stato delle Cose, facevano più o meno la stessa battuta sul bianco e nero che è più realistico del colore ("La vita è a colori, ma il bianco è nero è più realistico", W.W.). In quello stesso momento io, a 5 anni, avevo un brivido lungo la schiena.
In tanti, al loro inizio, sono passati da qui: Mickey Rourke, Steve Guttenberg, Kevin Bacon, Ellen Barkin. Rourke qui stava una favola, non è neanche unticcio; pugni in faccia, droghe assortite e chirurgia spericolata lasciano alcuni segni sull’essere umano, e questa è una verità con cui tutti dovremmo fare i conti. Bisogna ringraziare Rourke per questi insegnamenti. Rourke che adesso è alle prese con l’immancabile Iron Man 2 (mi sono annoiato anche solo a scriverlo, pensate un po’) e Géla Babluani che traduce 13 – Tzameti in americanese. Che mondo effimero, e che scritto sconclusionato.
(3,5/5)
Blood and Bones è un grosso film, costruito con una struttura solida che ne farà probabilmente un classicone, quantomeno in Oriente. Potrebbe essere descritto in due parole: Takeshi Kitano; ma proverò ad adoperarne qualcuna in più.
Si comincia in tempi di seconda guerra mondiale, seguendo una comunità coreana trasferitasi ad Osaka. Interamente focalizzato sul personaggio di Kitano ed ispirato ad un libro autobiografico di Sugiro Yan, che il personaggio di Kitano ha avuto la sfortuna di averlo come padre, Blood and Bones racconta sessant'anni di storia attraverso la ferocia del suo protagonista. Kim Shunpei è l’incarnazione della violenza, il demonio reso inquietante dal suo essere assolutamente umano. Non ha lo sguardo spiritato, né il senso dell’ironia dei cattivi del cinema, è semplicemente la realizzazione dell’istinto animale, senza filtri. Shunpei si impone come punto di riferimento dell’intera comunità: pur essendo temuto e odiato da tutti i suoi componenti, ne incarna la natura profonda, avida e conservatrice. Shunpei è uno che s’è fatto da sé, prima mettendo su una fabbrica di kamaboko (una sorta di pasticcio di pesce), quindi dedicandosi appassionatamente all’usura, il tutto senza lesinare sevizie alle sue varie famiglie.
Kitano regala un personaggio perfetto nella sua semplicità, senza rischiare mai di renderlo grottesco o eccessivo, mentre il regista Sai Yoichi descrive tutto in inquadrature ampie e statiche, accurate costruzioni estetizzanti che attraverso il distacco sanno consegnare l’irreparabilità del reale. Una messa in scena pur calligrafica e decisa a soffermarsi sulla violenza che racconta, riesce così a non essere morbosa o enfatica, ma semplicemente necessaria.
(4/5)
Dalle guardie e ladri de I Padroni della Notte al triangolo amoroso di Two Lovers, il passo è sorprendentemente breve. Anche se meno irritante, il nuovo film di Gray condivide con la pellicola precedente (i pochi) pregi e (i molti) difetti. Rimane la scelta interessante dei colori desaturati, dell'atmosfera plumbea, e infatti rimane anche lo stesso direttore della fotografia, Joaquin Baca-Asay, ma suscita anche lo stesso interrogativo costante: qual è lo scopo di questa pellicola, il suo perché, la sua anima? Anche questo Two Lovers è in precario equilibrio su un intreccio di una banalità totale, su cui si inseriscono alcune scene (poche) ben costruite dal punto di vista espressivo. I dialoghi a camera fissa sul tetto del palazzo, fra le mura scrostate ed opprimenti, il sibilo dissonante che sembra provenire direttamente dai pensieri del protagonista, sono le cose migliori. Ma, nel totale, un film noioso, di cui non trovo la necessità. La messa in scena è molto scarna, un’essenzialità anni ’70 che sembrerebbe una scelta di radicale sobrietà; poi, però, si gioca ripetutamente sulla macchina fotografica ed i dialoghi con la finestra di fronte, topoi del cinema che vuole farsi sguardo, che vuole essere molto cinema, nel modo più solito. Fra riferimenti vari, noi Italiani possiamo coglierne uno in più: la psicologia del personaggio naif interpretato da Phoenix è quella di Renato Pozzetto in Da Grande, e affascina le donne allo stesso modo; un ragazzino nel corpo di un quarantenne, ma senza la magia iniziale. Non Tom Hanks in Big, che già era troppo scaltro, proprio Pozzetto.
(2,5/5)