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All'inizio pensavo fosse la storia di un idiota, e la cosa non mi entusiasmava. Poi ci si accorge che tutti sono idioti, ed è abbastanza divertente e socialmente cattivo, nonostante il lieto fine accessorio.
È l'incrocio fra gli zombi di Romero e Beavis e Butt-head.
3,5/5
Torno agli altri film visti alla rassegna. Il primo è il norvegese The Bothersome Man (2006), di Jens Lien. Il soggetto è straordinariamente simile a Wistcutters (che intanto è uscito in dvd; consigliatissimo): un suicida si ritrova in un limbo dai colori smorti e le emozioni depotenziate. L’impostazione però è più cattiva, con alcune scene piuttosto forti (ad esempio il protagonista che cerca di suicidarsi anche nel nuovo mondo, e viene maciullato più volte dai treni della metropolitana, senza riuscire a rimorire) ed un finale decisamente meno accomodante. Il mondo in cui si trova Andreas obbliga ad avere una vita socialmente rispettabile e non ammette la ricerca di qualcosa che vada oltre quel che va bene per tutti, in particolare l’arredamento di case minimali, il praticare sovrappensiero sesso poco coinvolgente, bere alcool che non ubriaca (è vietata qualsiasi fuga), mangiare cibi che non sanno di niente, fare del lavoro inutile e ripetitivo. Film interessante, anche se, come quasi tutti quelli visti alla rassegna, estremamente legato alla sua tesi: racconta bene un’idea, ma tutto è ridotto ad un meccanismo per la resa della stessa, senza concedere un’anima ai personaggi e alle situazioni.
Ancora più angoscianti e nichilisti, ma anche piuttosto noiosi, i due film dello svedese Roy Andersson: Songs from the Second Floor (2000) e You, the Living (2006). Sono due film freddissimi, interamente in toni verdini, grigiastri, bianchicci, costruiti da geometrie opprimenti a rinchiudere i personaggi in campi totali; due opere molto simili fra loro nella struttura e nel clima da incombente apocalisse, o da apocalisse in corso. Strutturati su quadri fissi che raccontano storie d’iperbolica mediocrità e squallore tombale, si raccontano decine di episodi fra i Monty Python, il teatro dell’assurdo e il surrealismo alla Bunuel-Dalì, tutte caratterizzate da un sarcasmo tanto feroce quanto ininterrotto, tanto da impedire un efficace paragone con la realtà. In entrambi i film la società e l’individuo sono di una meschinità tale da non poter nutrire nessuna volontà di salvezza, e nelle grigie prevaricazioni quotidiane affiorano riferimenti alla mentalità e all’aspirazione nazista. Più incentrato sulla morte per incattivimento senile del genere umano, che in una scena sacrifica l’unica sua bambina, e anche più radicale e ripetitivo il primo, non meno feroce ma minimamente più coinvolgente il secondo.
The Bothersome Man: 3,5/5
Songs From the Second Floor: 2,5/5
You, the Living: 3/5
Simon Pegg, giornalista trasandato e un po’ cazzaro, passa dalla direzione di una piccola rivista indipendente che ridicolizza il (e contemporaneamente aspira al) mondo dello spettacolo, ad un (sospirato) ruolo di secondo piano in una grande rivista che il mainstream contribuisce a costruirlo. La rivista Sharps è caratterizzata dall'essere un posto dove tutti sono straordinariamente privi di senso dell’umorismo, e rispondono accigliati alle battute demenziali di Pegg. Il quale, oltre ai problemi d’omologazione, dovrà anche affrontare l’incresciosa prova del dover scegliere fra Kirsten Dunst e Megan Fox. Problemi del genere li aveva anche Woody Allen, e tutto sommato Pegg non è più incredibile.
In realtà il film è una commedia sentimentale, dove il mondo del cinema fa da sfondo, ed è quindi più vicino ad Harry ti Presento Sally che al recente Disastro a Hollywood o a Il Diavolo Veste Prada, pluricitato nelle recensioni. Di quest’ultimo, insopportabile film, il monologo piccato di Meryl Streep, che dimostra l’importanza della moda col fatto che abbia influito anche sull’essere blu di un maglioncino da discount, è una delle cose più trash e boriose che ricordi. In assoluto. Non dico che il film di Weide abbia un atteggiamento realmente dissacrante verso lo star system, ma, almeno, ha la decenza di prendersi un po’ in giro.
L’intreccio, nel complesso, non si discosta di una virgola dalla costruzione dell’apologo “sii te stesso” e “segui il tuo cuore”, però nell’unire i puntini ci mette più di una scena azzeccata e di qualche battuta divertente. E gli attori sono bravi. Va bene così.
(3,5/5)
Avendo Alice, ogni tanto capitano un paio di settimane di pay tv omaggio, e si ha così l’occasione di guardare delle minchiate di dimensioni colossali, che normalmente non passerebbe per la testa di sguardare neanche col cannocchiale. Una di queste è La Leggenda di Beowulf, probabilmente il prodotto di una sbronza collettiva di etere, abbastanza massiccia da disinnescare completamente cervelli solitamente attivi come quelli di Robert Zemeckis, Neil Gaiman e Roger Avary. Siamo a un paio di millenni fa, e il film si apre in un villaggio di bifolchi danesi che hanno organizzato una bella festa dove tutti intonano cose tipo osteria numero mille, bevono e ruttano col culo di fuori e i maschi fanno a gara a chi c’ha i capelli più lunghi e biondi, in una riuscita allegoria dei raduni leghisti. A questo punto c’è un mostro brutto, tipo Gollum ma grosso e con le orecchie delicate, che proprio non ne può più, e dopo un po’ che batte inutilmente col manico della scopa sul soffitto per far smettere quel bordello, sale al piano di sopra e comincia a urlare NOOO CAZZOOO BASTAAA, Adesso Spacco Il Culo A Tuttiii!!! E infatti spacca il culo a tutti. Al che il capo dei bifolchi dice mi dispiace ragazzi, la discoteca è chiusa, non si può fare più casino; finché arriva dal mare Beowulf con una dozzina di scagnozzi, si stabilisce in città e assicura che il tizio ipersensibile se lo lavora lui. Qui c’è un bellissimo momento in cui tutti, per fare conoscenza, cominciano a parlare del proprio pene inneggiando con nordica poesia al “braccio dell’amore”, mentre le donne adoperano la più consueta perifrasi “terza gamba” (giuro). In questo clima goliardico Beowolf si prepara per la notte e lo scontro con la ciola di fuori, visione che fa quasi svenire la regina del luogo, anche se a coprire tutto basta un po’ d’ombra, e assieme ai camerati ricomincia coi cori da stadio per richiamare il mostro. Che arriva puntuale e bestemmia in padano, ma Beowulf gli dà tanti di quei cazzotti in testa che lo accorcia, poi gli strappa un braccio e gli fa presente che è già tanto che non glielo ficchi fra le chiappe. Per farla breve, la bestia risulta essere il figlio del re avuto dalla strega che è Angelina Jolie con le poppe dorate nuda ma coi tacchi a spillo (nel VI secolo) che le escono direttamente dal tallone, che si fa metodicamente ingravidare da tutti i sovrani della Danimarca, destinati a fare e disfare indefinitamente la frittata.
Bello.
Beowulf si contraddistingue per un paio particolarità. La prima è che è stato girato con attori veri, fra cui Hopkins, Malkovich e la già citata Jolie, poi resi totalmente inespressivi dall’essere ricalcati con approssimativi pixel. La seconda è che è stato uno dei primi film de vedere con occhiali 3d, almeno in Italia arrivato con troppo anticipo rispetto alla moda ora dilagante. È stato divertente vedere un film in 3d senza 3d, e notare tutta una serie di inquadrature quindi assurde e senza senso, tipo punte di lance avvicinate allo spettatore fino a coprire due terzi dello schermo, morti acrobatiche congegnate per farti arrivare qualche pezzo di budella sulla faccia, e cose così. Una impostazione diversa, accessoria alla ripresa dell’oggetto. Nel cinema delle origini la visuale era quella del mezzo, dell’apparecchio di ripresa già spettacolare nella sua esistenza, ancora privo un centro focale, un testimone insolito dell’episodio reale reso speciale dalla sua decontestualizzazione e dall’effrazione dei limiti temporali. Con lo sviluppo della sintassi e del cinema classico, la visuale diventa quella dello spettatore, sempre in prima fila, guidato dalle prospettive che possano essere le più adeguate a farsi raccontare una storia. Il cinema di massa conserva il punto di vista privilegiato, occasionalmente distratto, nei blockbuster, da quello che è il punto di vista pubblicitario, dove l’immagine viene costruita per l’inserimento di oggetti e marchi non necessari alla storia. Uno dei film più radicali che ricordi, in questo senso, è Io, Robot, dove addirittura si attuano appositi stacchi di montaggio per allacciarsi delle scarpe Nike. Parallelamente, il cinema d’autore e d’avanguardia sviluppa una visuale che è quella del regista, un espressionismo in senso lato dove la manipolazione dello spazio non è necessariamente vincolata al racconto, ma avviene attraverso la scelta-significante dei punti di vista. Alla scoperta del nuovo effetto “arrivo del treno nella stazione”, la visuale del cinema in 3d è quella della tecnica, del suo sfoggio, della propensione innaturale dell’oggetto verso lo spettatore, giustificata solo dalla ricerca dello stupore provocato dalla novità del trucco tecnologico.
Basta.
Visto che ci sono e che non ho tanto da dire in proposito: Soffocare. Credevo che un film con un soggetto non solito fosse automaticamente interessante, Choke insegna che le cose non stanno proprio così. Forse più adatta alla pagina, la storia di Palahniuk, di certo non valorizzata da una regia atona quanto mai. Lo stesso tema centrale di Rockwell sessuomane che si soffoca con bocconi da ristorante per farsi salvare da gente facoltosa, è debolmente sviluppato, e il film arranca fra eccitazioni bukowskiane nel vedere tutto quello sprimacciar di tette da parte di una tizia che munge una vacca, continui accenni di masturbazione, una madre Anjelica Huston fuori di testa che è la cosa migliore dell’opera; fino ad un colpo di scena non troppo spiazzante, del quale ormai importa davvero poco. Per alcuni versi richiama in positivo le terapie di gruppo per Anonime Leggende Metropolitane di Fight Club, ma non ha niente a che vedere col clima apocalittico di un film che, in un modo non raffinatissimo ma energico, già nel 1999 abbatteva grattacieli.
La Leggenda di Beowulf: 2/5
Soffocare: 2,5/5
Appunti di poche parole. Alcuni di questi film li ho visti già da un po’, e ne scrivo fuori tempo massimo, perché un paio di cose a cui mi avevano fatto pensare, le ho già dimenticate. Quindi:
Underworld/Underworld Evolution (Len Wiseman 2003/2006). Il primo mi ha anche sorpreso. Avevo letto di deludenti pupazzoni a forma di lupo, ed è vero che gli effetti speciali non sono fra i migliori e più dispendiosi, ma è un film che rimane sempre cupo, con molte sequenze visivamente forti (esempio, il tipo con le fruste alle prese con il lupo nero). Poi la scelta divertente di imbastire una guerra cani contro gatti, degli effetti sonori non banali, la protagonista azzeccata ma che non monopolizza la scena. Tutto questo viene perso nel secondo capitolo, incredibilmente firmato dallo stesso regista, Len Wiseman, anche co-autore dei due soggetti. Tutto viene rinnegato, anche la storia che s’era tracciata nel primo episodio viene abbandonata alla ricerca di qualcosa di molto più solito e molto meno affascinante. Arriva il patinato, la colonna sonora enfatica, gli effetti speciali, migliorati, che prevalgono su tutto. La coppia dà una buona lezione di quel che può essere un film di genere che cerca una propria identità rispetto al falso horror con
l’unico obbligo di fare cassetta.
Pitch Black (David Twohy 2000). Assieme a The Cronichles of Riddick, a quel che ho letto, mette in scena una degenerazione simile. Al secondo capitolo arrivano i soldi e il film si appiattisce. Ma di questo non m’ha convinto neanche il primo, quindi mi sono fermato qui. Pianeta sperduto, mostri notturni, la sfiga di trovarsi durante un’eclissi su un mondo che normalmente ha tre soli. Non m’ha preso. È però sempre sorprendente vedere come la posizione di personaggio secondario comporti l’essere capace dolo di sensazioni secondarie. Qui c’è un uomo che perde tre figli e non fa una piega. Probabilmente se l’aspettava, di dover fare numero.
Kontroll (Nimròd Antal 2003) è un thriller ungherese tutto tumulato in una metropolitana, con tocchi onirici e un finale ambiguo. Qualche momento buono, per la verità più quando fa l’amaramente ironico che il lyncianamente drammatico.
L’ambientazione comunque funziona, la maggior parte dei personaggi alienati, pure.
Weather Man (Gore Verbinski 2005) credo sia l’idea che ha Hollywood del film impegnato. Facce tristi , poche note di piano in sottofondo, destini in un vicolo cieco. Il che in buona parte è vero, ma Verbinski e Cage sembrano sempre preoccupati dal non perdere l’autorialità del soggetto e contemporaneamente non mettere paura allo spettatore. Cage è l’anello centrale di una famiglia in verticale degenerazione, generazione dopo generazione (Michael Cane il padre intellettuale ed il migliore del film), alla prese con problemi d’autostima e d’affetto e di figlia obesa; ogni tanto, attraverso la voce fuori campo, esplicita qualche riflessione sulla vita fast food e sul sogno americano. Non è neanche malissimo, ma uno strano ibrido non troppo accattivante.
Millennium Actress (Satoshi Kon 2001) l’ho visto davvero troppo tempo fa. I riferimenti e l’aspirazione cinematografica sono centrali, come in Paprika, in una commistione fra storia individuale, storia del Giappone e storia del cinema giapponese. È bello, anche se continuo a preferire Tokyo Godfather. Forse lo rivedrò e ci ritornerò, però un’ottima e dettagliata recensione l’ha già fatta Christian.
Underworld: 3,5/5
Underworld Evolution: 2,5/5
Pitch Black: 3/5
Kontroll: 3/5
Weather Man: 3/5
Millennium Actress: 3,5/5
Quest'anno il programma di Cannes è Superiore: Inglorious Basterds di Tarantino, Antichrist di von Trier, Bak-Jwi di Park Chan-wook, Parnassus di Gilliam, e ancora Haneke, Coppola, e una quantità di promettenti autori orientali da scoprire e riscoprire. Ma, soprattutto, a Cannes si vedrà il nuovo Tsai Ming Liang, Visage, o Face. Ci sono poche notizie di questo genere che non mi fanno più stare nella cotenna, tipo un nuovo album di Tom Waits, o un film di Jarmusch, o di Tsai Ming Liang. Autore che, nonostante le apparenze e la facilità con cui si possono trovare delle costanti nel suo cinema, continua a fare film diversissimi fra loro. Visage, commissionato dal Louvre, racconta della creazione di un'opera su Salomé, girata all'interno del museo. Il trailer mostra una macchina da presa ineditamente mobile, del montaggio, una mescolanza di costumi ed attori bizzarra (Laetitia Casta, Jean-Pierre Léaud, ovviamente Lee Kang Sheng...già una locandina così chi se l'aspettava...). Chissà cosa succede quando uno Tsai Ming Liang gira in europeo. Forse succede Greenaway. Con ogni probabilità succede un capolavoro. E adesso comincia l'indefinibile attesa.


Premettere lo schieramento di campo è inevitabile: non sono un trekkiano. Da piccolo credo di averne viste numerose puntate, ma non ho mai percepito della superiorità rispetto a un Buck Rogers o un Arnold. E non sono neanche un abramsiano, continuo a vedere Lost con alterna soddisfazione e a considerare Cloverfield un’indegna presa per il culo. È con animo puro, quindi, che scrivo che Star Trek non è affatto male. Anzi, è proprio un buon film. A cominciare dalla sceneggiatura di Orci & Kurtzman, che sanno costruire tempi, battute e personaggi, e flirtano proprio con le confusioni temporali alla Lost, sparigliando non poco le carte. [un po’ di spoiler] Di fatto il film di Abrams relega 43 anni di film e telefilm ad una realtà alternativa, e comincia a raccontare una nuova storia, potenzialmente differente e senza obblighi di coerenza, anche nello sviluppare la personalità dei protagonisti. Il tutto con una certa naturalezza. L’unico coraggio che non s’è trovato è quello che sarebbe occorso a cambiare sopracciglia e pettinatura di Spock. Peccato [fine spoiler].
È dunque un prequel radicale, quello che mostra la folgorante carriera di Kirk e Spock e l’inizio della loro amicizia. Il registro è quello della fantascienza classica, scenografata e movimentata dalle tecnologie moderne; senza troppe velleità pseudofilosofiche, fortunatamente, ma anche senza essere banale. Insomma, una buona storia con personaggi (resi) interessanti (in particolare un capitano Kirk col fascino dell’ottimo incassatore, pestato per l’intero film), spettacolo efficace e molto ritmo. Abrams, alla sua seconda regia cinematografica, regala scene d’azione memorabili, lunghissime cadute libere, e le prime guerre stellari appassionanti di questi ultimi dieci anni.
(4/5)
Il primo lungometraggio di Guy Ritchie, Lock & Stock, risale al ’98, e alla fine dei ’90 chiunque volesse esordire con qualcosa di interessante, sembrava dovesse fare pulp. E Ritchie, infatti, fa pulp, coi personaggi pittoreschi, gli intrecci intrecciati, gli scoppi di violenza, gli scambi verbali; e lo fa abbastanza bene, con un senso dell’ironia efficace, un ritmo apertamente rock e cercando qualche soluzione visiva interessante. Avendo bypassato il periodo madonnaro, per me Ritchie non ha mai fatto altro, e RockNRolla in particolare mi pare ispirarsi parecchio al fortunato esordio. Si percepisce una certa furia nel tornare a fare quel che gli piace, a allora nel film ci mette personaggi e storie che bastano per quattro, anche se le scene memorabili non sono altrettanto numerose. Un film di Guy Ritchie, come suggeriva anche la colonna sonora di Lock & Stock, si sviluppa come un sirtaki: un crescendo coinvolgente, ma per quanto numerosi possano essere i ballerini, l’accento cade comunque su una singola frazione della danza. Non tutte le storie e i personaggi sono completamente riusciti ed espressi, ma nel complesso la cosa funziona.
(3,5/5)
I Red Basica nascono in Calabria, anche se cantano e suonano in inglese e americano. Les Premiers Plaisirs, loro prima uscita ufficiale, offre un suono già complesso e maturo, essendo l'album la sintesi di anni di esperienze e studi. Anche per questo il progetto, capitanato da Mirko Onofrio, si contraddistingue per la varietà di suoni e generi, concretizzazione di ricordi e tracce di tempi diversi. Nei vari pezzi, e spesso all’interno dello stesso pezzo, è possibile incontrare il cantato indie, il progressive e il free jazz, i King Crimson e Frank Zappa. Les Premiers Plaisirs è però un album che sa trovare una sua precisa identità nelle digressioni musicali in crescendo, presenti anche nei brani cantati, nella prevalenza dei fiati, nella costruzione di una linea sonora emotiva che assicura l’omogeneità all’interno delle variazioni.
Il disco si apre con la strumentale Gay Pride, in bilico fra circense e fusion; un amalgama che caratterizza anche Les Premiers Plaisirs de Mimosa e Butterflyin’ High, quest’ultima dominata da un flauto alla Ian Anderson in salsa free jazz.
Nella seconda traccia, Free Not To Believe, facciamo conoscenza con la voce di Onofrio, che richiama il canto dissonante di Syd Barrett. Su questa linea altri pezzi come A Sentimental Crap, Who Are Your Fancy Friends o la melodica To Friendship.
Ancora, molto bella Seed, firmata dal bassista Giuseppe Sergi, dove sull’impalcatura fusion si trovano omaggi a Coltrane e Dolphy.
Insomma un disco stratificato e piacevole; il modo migliore per farsi un’idea è sicuramente ascoltarli: questo il sito.
Bill Murray, Tilda Swinton, Isaach de Bankolé nero incazzato protagonista, fotografia di Cristopher Doyle. Devono solo farcelo vedere, tutto il resto sembra a posto.
Luci d’inverno – autori e tendenze del cinema scandinavo contemporaneo, è una bella rassegna che è partita da Bologna e a maggio arriverà a Milano, Roma, Torino e Alghero. Tutto ha inizio il 22 aprile, con l’anteprima dell’ultimo lavoro di Bent Hamer, Il Mondo di Horten. La promessa di alcune bottiglie di prosecco ed almeno tre tipi diversi di patatine, nonché l’entrata gratuita, portano ad un sorprendente pienone. Le proiezioni dei giorni successivi conteranno una media di quindici persone, cosa che pone una volta di più in evidenza quali siano le pulsioni che muovono l’uomo. In sala è presente il regista, che con nordico garbo introduce il suo film; ma star indiscussa della serata è uno degli organizzatori, che s’è preparato domande lunghissime e inutili, pur di non lasciar dire cose interessanti ad Hamer.
Andiamo al film. Bello.
Ne Il Mondo di Horten il protagonista è un ingegnere delle ferrovie (anche se noi lo vediamo fare esclusivamente il macchinista; forse in Norvegia bisogna essere ingegneri, per guidare i treni) che ha percorso gli stessi binari per più di quarant’anni; ormai in pensione, si confronta col passato e costruisce il suo presente. La poesia di Hamer nasce dall’individuo, dalla sua volontà di non piegarsi ad una realtà fredda e silenziosa, reagendo in modo spontaneo e “misurato” a nuove occasioni e nuovi incontri. Dopo il bukowskiano Factotum, Hamer mette di nuovo in scena uomini anziani e solitari, rinchiusi in case vecchie e spoglie, i pochi oggetti a segnare tratti della memoria, il loro appartamento una seconda pelle che mostra il vuoto di chi la indossa. Da queste case e questi oggetti bisogna distaccarsi, accorgendosi di quel che nel quotidiano non è normale né usuale. Horten è così abituato alla vita da saper affrontare ogni nuovo elemento dirompente con naturalezza, nel segno di un’epica blues, dimessa e sottotono. Quello creato da Bent Hamer è un mondo realistico e simbolico assieme, venato di un’ironia malinconica, ma dove niente, forse, è ancora andato perduto.
Se Hamer predilige i quadri fissi e gli spazi vuoti, a descrivere fedelmente il modo d’essere dell’ambiente, altri autori scelgono la distorsione, i giochi cromatici, l’inserimento dei loro personaggi in luoghi artefatti. È il caso dei danesi Christoffer Boe, con Allegro, e Pål Sletaune, autore di Next Door. Il primo mostra un pianista, abituato a negare emozioni e sentimenti, alla riscoperta di quel che ha rimosso. Il riferimento diretto di Boe è Tarkovskij, tirato apertamente in ballo nel dare il nome “La Zona” ad una parte di Copenaghen resa irraggiungibile da una misteriosa barriera invisibile. In numerose scene, inoltre, l’ispirazione più evidente sembra venire dal von Trier de L’elemento del Crimine, opera anche questa decisamente tarkovskjiana, dove si trovano acque dai riflessi gialli ed atmosfere malsane. Allegro è reso interessante dalla spregiudicatezza con cui mescola generi e stili, realismo e visioni artificiali, ma non sempre è all’altezza delle proprie aspirazioni. Come il suo protagonista, che reprime in sé la forza e la disperazione, il film è innescato ma non riesce mai realmente ad esplodere.
Next Door di Sletaune pure ha referenti ambiziosi. Psico-thriller claustrofobico, mescola L’inquilino del Terzo Piano con Velluto Blu e Mulholland Drive. Tutto si svolge in un appartamento, nei suoi corridoi sempre più stretti, nelle sue stanze piene di ciarpame. Ma in Lynch i rarefatti piani di (ir)realtà presentano s
immetrie e corrispondenze, e ogni personaggio viene trasfigurato in una o più figure differenti, che incarnano paure, o speranze, o diversi aspetti della stessa personalità. Con Next Door , pur essendo l’atmosfera similmente onirica, la costruzione è molto semplificata, e tutto si riconduce al riflesso di una mente malata. È comunque un film intrigante, anche se, come per l’opera di Boe, si tratta di lavori fortemente a tema, vincolati all’espressione di un un’idea e alla fretta di stupire.
È interessante notare come in queste opere, pur diverse fra loro per genere e qualità, il contesto sia la rappresentazione diretta dell’interiorità dell’uomo. Centrale è la ricerca della realizzazione individuale e l’analisi della propria personalità, anche se in conflitto con la spinta all’omologazione proveniente dall’esterno. Mentre in Italia viene rappresentata, specialmente nelle recenti opere “giovaniliste” (cioè con soggetto e target giovanile), una corsa disperata alla soddisfazione dei bisogni primari (la sopravvivenza, e quindi la ricerca del lavoro), in questo cinema proveniente da Paesi dove lo Stato, onnipresente, assicura un’esistenza dignitosa, i temi da trattare sono più “alti”: ci si può persino porre il problema della realizzazione interiore.
Gli altri film della rassegna nella seconda puntata, che un giorno forse verrà.
Il treno del Signor Horten: 4/5
Allegro: 3/5
Next Door: 3/5