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Ghost Town è come il minotauro, definito in Santa Maradona un essere mitologico col corpo da uomo e la testa di cazzo; ed è per questo che Ghost Town è un minotauro, una chimera, un assemblaggio di parti differenti e apparentemente incompatibili.
C’è un tizio che muore subito, e si ritrova spirito nella New York piena di spiriti invisibili ai vivi, mentre un altro tizio, quello di The Office, muore solo provvisoriamente, per sette minuti, ma dopo l’esperienza comincia a vedere i suddetti spiriti. Ogni fantasma ha ovviamente il suo favore da chiedere, ma Ricky Gervais (questo il nome del tizio di The Office) non è un personaggio particolarmente disponibile alla relazione col prossimo, vivo o morto che sia.
Nonostante il soggetto più che solito, Ghost Town è sorprendente per quasi tutto il primo tempo, mentre si segue Gervais nella sua sociopatia, cristallizzazione della sincera fuga dai riti della banalità e della convenienza. Davvero, per i primi quaranta minuti c’è un gran numero di trovate e si ride parecchio. Dalla seconda metà in poi, prende il sopravvento la testa di cazzo, quella che riporta tutto nei ranghi e sviluppa una commedia romantica maledettamente simile a Ghost, con giusto qualche battuta qui e lì, ma a ritmo decisamente più blando.
Nel secondo tempo, comunque, Tea Leoni se la cava alla grande nel suo pur canonico ruolo, mentre a Gervais, arruolato per la sua essenza e fisicità sarcastica, vengono negate scene apertamente sentimentali, anche quando il film ha definitivamente preso quella direzione. Da riconoscere anche che Koepp ha evitato la solita gag in cui si vede il “medium” parlare da solo mentre tutti gli ancora vivi lo guardano con commiserazione: noi vediamo allo stesso modo di Gervais, il che permette di conservare l’incertezza fra chi è vivo e chi no.
New York è bella, ci sono i grattacieli, qualche volta la pioggia, e gli alberi ingialliscono in una quantità di sfumature.
(3,5/5)
Essendo chiaro a tutti che questo è un mondo che non si può non odiare, Louise Michel attira l’attenzione in quanto film dichiaratamente anarchico, di lotta grottesca, ma pur sempre di lotta. Non s’è rivelato essere precisamente questo. In realtà Louise Michel usa toni molto più forti di quanto non si sia voluto far vedere nei trailer mediamente fuorvianti (che puntano sul lato stupido della pellicola), o di quanto abbiano lasciato intendere i suoi promotori, fra cui Mario Sesti. Mario Sesti che si è riferito a Louise Michel con termini quali “esilarante” e descrizioni ad effetto come “che c’era la gente in sala che piangeva dal ridere e si teneva la pancia”.
Louise Michel (la storia base la si conosce: una squadra di operaie appena licenziate investe la magra liquidazione nell'assassinio del padrone) se fosse un’opera riuscita sarebbe un film amarissimo. Il problema è che la scelta di utilizzare in chiave grottesca, mantenendo il realismo e le ambizioni del film, dei malati terminali come kamikaze, mi lascia perplesso. Si vorrebbe rappresentare la disperazione in questa scelta narrativa, e nel mostrare persone abbruttite dalla vita (i due protagonisti), costrette a fare violenza a loro stesse per poter lavorare.
Ma tutto finisce per avere una dimensione South Park, con un cinismo esasperato e fine a se stesso, che al massimo può forzatamente far morire dal ridere chi crede di aver sviluppato un senso dell’assurdo particolarmente faceto, o forse chi non ha mai avuto il problema di dover davvero fare i conti con la rassegnazione. Nessuna rivoluzione nascerà mai da South Park, né tantomeno da Louise Michel, film troppo soffocato dall'ossessione calcolata della provocazione e dell’anticonformismo per essere davvero incisivo, o anche solo significativo.
(2,5/5)
Non ho visto SuxBad, ma deve essere davvero terribile, se tutti quelli che hanno visto Adventureland ne sono stupiti e affascinati. Sono sicuro che Adventureland sia migliore, ma rientra comunque nel poco memorabile girone dei film appena carini. Pare racconti di un nerd e delle sue esperienze, sentimentali in particolare e vitali in generale. Dico "pare” perché ho visto usare spesso la parola nerd, ma in realtà il protagonista, James, è un ragazzo assolutamente normale, la cui diversità più consistente sta nell’avere i capelli ricci. James trova lavoro per l’estate in un luna park , dove comincia una storia d’amore relativamente travagliata. L’anno è il 1987, ma visto che il nostro James è persona interessante e un po’ tormentata, non ascolta lo schifo di quegli anni, ma le hit tristi dei ’70; da qui la bella colonna sonora e la rassicurante certezza che nessun protagonista di film un po’ tormentato sarà mai un amante della disco music.
Per farla breve, il problema di Adventureland è che non è abbastanza. Non è abbastanza sopra le righe, non è abbastanza divertente, né abbastanza malinconico. Il genere è interessante, e non mi preoccupa che la storia sia in sé poco originale, ma in questo film non ci sono né la visionarietà eccentrica di un Wes Anderson né la scrittura di un Baumbach. Infine, qualcuno ha voluto leggere un forte richiamo alla precarietà che aveva da venire e che è venuta, ma io sono sempre dell'idea che fra la semplice citazione dell’esistenza di un problema, e il mostrare a proposito di quel problema qualcosa di significativo, ci sia un abisso.
(3/5)
“un extraterrestre che precipita con la sua navicella in un villaggio del 700 portando con sé un mostro a metà fra Alien e la bestia di The Host? Ma sei sicuro?”
“il villaggio del 700 è un villaggio di Vichinghi”
“allora va benissimo”.
Dire Vichinghi al cinema è come dire tana libera tutti: saltano le regole, tutto è permesso, che ognuno corra dove gli pare. Provateci anche voi, magari in treno “biglietto prego”
“Vichinghi”
“ahah, Vichinghi. Hanno strani cappelli con le corna e una mitologia sanguinosa. Vada pure”.
Questo Outlander rispetto a Beowulf ha il pregio d'essere dichiaratamente un b-movie, vale a dire un filmaccio che non si sorprendere d’essere tale, ma che rimane pur sempre un filmaccio. Così come lo sguardo vuoto di Caviezel, se non reinterpretato da Malick, rimane sguardo vuoto.
I Vichinghi. Se proprio non hai niente di meglio, vanno cotti e mangiati.
(2,5/5)
Coraline e la Porta Magica è una fiaba nera, e il film di Selick ricostruisce i canoni della favola in maniera ancora più rigorosa del libro di Gaiman. Aggiunge un aiutante umano e non rinuncia a triplicare tutti i passaggi, le varie prove. Questo porta allo sviluppo di tempi particolari, caratterizzati dalle ripetizioni che consentono di entrare a pieno nell’inventivo mondo reso in passo uno. Sono molte le scene memorabili in quest’opera che punta più sull’efficacia visiva che sulla costruzione dei personaggi. E anche questi ultimi, probabilmente non particolarmente adatti a scatenare simpatie in un pubblico bambinesco, hanno però tutti un’apprezzabile, antica ambiguità. All’arte manuale, e quindi anch’essa intrinsecamente remota, con cui vengono regalati ai personaggi (ed al loro mondo) movimento ed espressione, si accompagna solo un po’ di digitale per gli effetti della parte finale, e la scelta delle riprese in 3d. Avrebbero fatto bene anche senza, in questo caso, anzi rivedere il film in due dimensioni, ma con i colori più nitidi e luminosi e senza gli occhi pesti, potrebbe valere la pena. (4/5)
Mi aveva abbastanza entusiasmato Coraline, all’uscita dalla sala. Tanto che pochi giorni dopo ho recuperato James e la Pesca Gigante, e questo è stato un errore, perché è un film noiosissimo. Tanto da domandarmi quanto i tempi di Coraline siano una scelta precisa, o derivino dall’incapacità del regista di costruire un buon ritmo fra le scene. Non so se Selick ha avuto più fortuna nel rendere la storia di Gaiman, o non era in forma quando ha girato James, fatto sta che ho dovuto arrancare per finire di vederlo. (2/5)
Basta Selick. Avevo accennato a film orientali non del tutto soddisfacenti. Il primo è Syndromes and a Century, di Apichatpong Weerasethakul, già poco noto per Tropical Malady, che però era più bello. E dire che lo inseguivo da tre anni, questo film. L’amico Apichatpong è evidente che ci sappia fare, e anche qui trova bellissime immagini e altrettanto affascinati luci, e nei momenti migliori ci scappa la scena mistica o addirittura mistico-ironica. Ma la sensazione è che il regista abbia sopravvalutato l’aura di misticismo, credendo che potesse nobilitare e giustificare qualsiasi piattissimo episodio di vita, mentre la verità è che l’ora e quarantacinque nell’ospedale e nel parco dell’ospedale e gli intrecci minimali (e inaspettatamente verbosi) di vita, hanno poca ragione d’essere visti. Anche questo film è diviso in due parti, e lo scoramento mi ha colto quando ho compreso che la seconda parte avrebbe avuto la stessa ambientazione della prima, e in buona percentuale consiste in una rielaborazione e variazioni sul tema dei dialoghi e le situazioni visti nei primi cinquanta minuti. Ho provato ad apprezzare i cambiamenti di prospettiva dovuti alla diversità dei punti di vista adottati dalla macchina da presa, a registrare il ruolo differente che viene dato allo spettatore, però non sono riuscito a ignorare la sensazione di vuoto quasi assoluto e il tentativo di lasciare intendere molto più di quanto non ci sia. (2,5/5)
My Sassy Girl è un film coreano, commediola per contenuto e commediona per durata, che dal 2001 e per qualche anno ha avuto un certo seguito underground trasversale, tra filo asiatici e ricercatori, in generale, di cose belline ma non molto conosciute. Nonostante mi riconosca in entrambi i gruppi, il film di Jae-young Kwak non mi aveva mai convinto abbastanza da spingermi a vederlo. Avevo ragione. Perché è tratto dal blog del regista e sceneggiatore, e si vede. È una storiella d’amore frammentata in un migliaio di episodi, in cui di solito i due protagonisti, un maschio e una femmina, o si lasciano, o si ritrovano, o vomitano. Più qualche inserto (ancor più) grottesco azzeccato con lo sputo, o col vomito. I coreani solitamente mi deludono. E questo nonostante, in realtà, non m’abbiano mai convinto. Continuerò a vederli e continueranno a deludermi. (2/5)
Basta così. No, anzi, c'è anche Love Actually (Richard Curtis 2003), che ho visto sull’onda di Radio Rock. Devo dire, nel mondo c’è di peggio, ma se hai mai avuto paura che le tue ossa potessero liquefarsi in informe melassa, questo è il film che con più probabilità può concretizzare il tuo incubo. Essendo quel che si suol dire un film corale, e nella fattispecie un film corale sentimentale, gli ultimi 45-50 minuti consistono in un’interminabile sfilza di lieti fine. I lieto fine. I lieti fini. E Bill Nighy è divertente, e ha classe, ma è uno specchietto per le allodole. Poi mi accorgo che questi ultimi due film hanno su imdb una media di 8/10 e percepisco una volta di più come il mondo tenda all'errore. (2,5/5)
Le Armonie di Werckmeister è, come Satantango, un film sull’inganno. In maniera più diretta ed esclusiva di Satantango, rispetto al quale la durata complessiva è decisamente più usuale (mentre la costruzione interna dei tempi è molto simile), e manca quell’immersione totale nelle abitudini e le vicende dei personaggi. Qui la differenza fra un bellissimo film come Weckmeister e un’esperienza di vita come Satantango, che è quasi un viaggio fatto in prima persona.
Lo stesso cinema di Tarr è arte dell’inganno, quando filma il suo bianco e nero perfetto e piega la luce ai suoi bisogni espressivi, quando crea vuote simmetrie legate al caotico istinto umano, quando i suoi piani sequenza, che dovrebbero assicurare l’oggettività dello sguardo, descrivono la natura delle cose attraverso una realtà e dei comportamenti artificiosamente simbolici.
La nostra guida è l’innocente Valuska, che nella prima sequenza mette in scena un’eclissi di sole, momento di sospensione e terrore seguito dall’inevitabile ritorno della luce, mentre il film rappresenterà la sospensione, indefinita, della ragione. Valuska ascolta Gyorgy, filosofo della musica e autorità intellettuale di un paese magico e indistinto (un paese, il mondo), ricostruire la teoria dell’armonia fittizia, artificiale, assunta per la costruzione prima del clavicembalo ben temperato e quindi del pianoforte, ponendo così tutti i capolavori compositivi su delle basi impure, sostituendo la natura con la menzogna.
In un’attesa simile a quella che precedeva l’avvento di Irimias e Petrina, nel paese è annunciato l’arrivo di un circo con la “balena più grande del mondo” e “il Principe”, creature il cui passaggio è associato a fenomeni innaturali, fanatismo e devastazione. Gli elementi mistici diventano mitologici, e vanno quindi a incarnare l’irrazionalità umana. All’arrivo del circo nella piazza centrale, Valuska è affascinato dalla balena, enorme essere che viene da mondi lontani, ma imbalsamato, ricoperto da piaghe e cicatrici, e l’occhio senza vita che Valuska osserva ipnotizzato non può ricambiare lo sguardo. È lo specchio della morte e dell'illusione, che non può avere dissoluzione. Altro essere mostruoso e disarmonico è il Principe, del quale vediamo solo l’ombra del profilo e ascoltiamo le deliranti incitazioni alla distruzione. Nella piazza dove sosta il circo si raccoglie una folla sempre più numerosa, che genera un brusio costante dal quale non è possibile isolare alcuna parola di senso compiuto, e nessuno fra quelli che incrociano lo sguardo di Valuska o della macchina da presa muove la bocca.
Intanto si prepara a ristabilire “l’ordine” attraverso la forza militare Tunde, ex moglie di Gyorgy, che troviamo
ospite di un ufficiale ubriaco, padre di due bambini impegnati a battere su dei tamburi e distruggere la loro stanza.
La folla si muove. Seguiamo i passi di uomini silenziosi, armati di manganelli, come avevamo seguito, in altre sequenze, il cammino di Valuska e Gyorgy. Queste scene, in cui la macchina da presa in movimento si avvicina ai volti, o da lontano mostra gli spazi attraversati dai protagonisti, così come i campi vuoti, in Tarr non sono mai sospensione della narrazione; non si tratta di pura raffigurazione del tempo, ma di materiale che concorre alla costruzione dell’attesa, delle decisioni, della furia irrazionale. Sono queste frazioni che permettono al film di non diventare una parabola o una considerazione morale, riconducendo ogni volta il piano al mostrare estetico, e riportando l'estetica stessa come scelta etica, rafforzata dalla mancanza di realismo.
La folla irrompe in un ospedale, dove sono le persone indifese e malate, e distrugge uomini e cose. Nell’ultimo quadro della sequenza, un vecchio nudo e magro, secondo l’iconografia dei prigionieri nei campi di concentramento, immobile in piedi in una vasca da bagno, è avvolto in un fascio di luce. Nel 1941 l’Ungheria entrava in guerra al fianco della Germania e dell’Italia, e sarà successivamente invasa dall’Armata Rossa. E infatti, dopo la violenza muta della folla, vedremo Tunde dare indicazioni all’esercito (a un esercito) per la repressione militare.
Il film si chiude con Valuska, che aveva raffigurato il ritorno della luce dopo l’eclissi, reso catatonico, la balena impagliata abbandonata al centro della piazza, e la notte e la nebbia ad oscurare tutto.
(5/5)