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Tutti i film manipolano e modellano la realtà, forzandola ad aderire a un preciso punto di vista, creando una coerenza nel mondo senza la quale non sarebbe possibile costruire una storia interessante. Perché il mondo vero è caotico e non consequenziale, poco divertente e poco significativo, e quindi improponibile sullo schermo. Johnny Suede fa parte di quei film che il mondo lo forzano parecchio, lo trasfigura e lo svuota pur raccontando una storia urbana, fatta dunque da luoghi concreti e comuni. Il regista ha bisogno di cambiare tanto il mondo perché mette in scena sensazioni e atmosfere, invece di luoghi e azioni, e per fare questo occorre che ogni elemento sia essenziale e rappresentativo, e ogni mancanza evidente.
DiCillo è stato collaboratore di Jarmusch, e con lui condivide molte scelte e preferenze (e feticismi, come Elvis, le scarpe, le stanze simili a celle, in cui i personaggi si rinchiudono volentieri), ma rispetto a Jarmusch sostituisce il tono epico con uno sospeso e stralunato, con un’ironia così sopra le righe da non poter essere presa sul serio e troppo lieve per essere grottesca.
DiCillo spoglia la città e spoglia i suoi protagonisti (aspiranti cantanti, donne fatali e truffatori), caricando tanto i loro tratti da togliere loro credibilità. Johnny Suede si muove in un mondo dove niente è autentico, ogni cosa può essere accolta perché passa inosservata, e così anche le acconciature surreali di Brad Pitt e Nick Cave (il quale, segnalo fra parentesi, canta anche un piccolo pezzo a cappella, in un cortile dall'eco impossibile) si lasciano contemplare, ma non scatenano la comicità. Un film che sospende tutto quello che racconta, forse anche con eccessiva tenacia ed efficacia, fino a diventare fragile, ma che offre anche momenti di fredda e assurda bellezza.
(4/5)
Credevo che trattare la nascita e l’evoluzione di una storia di amicizia maschile come una storia d’amore fosse un’idea, invece scopro che è addirittura un genere, si chiama bromantic. Credevo che non fosse necessario neanche considerare l’esistenza di film come 40 Anni Vergine e Molto Incinta, credevo avessero quei titoli proprio in funzione di non avvicinarsi, attenti al cane, e invece fanno parte di un orizzonte di riferimento, indicano lo stile Apatow, a cui questo film pare sia tanto debitore. Tutto ciò configura la visione di I Love You, Man come l’esperienza filmica legata alle scoperte poco sconvolgenti. Ma c’è anche da dire che, nonostante abbia intenzione di continuare ad ignorare i titoli sopracitati, il film di Hamburg è divertente. E per un film appartenente al genere bromantic credo sia il meglio e il massimo che si possa dire. Qualche volgarità facile, qualche buona battuta e tanta fiducia negli attori, che fanno gran parte del lavoro che le faccette e i tempi comici. A fine agosto, difficilmente si trova in sala qualcosa di meglio.
(3/5)
Videocracy è un film documentario di Erik Gandini che tratta dell'anticultura televisiva e, presumibilmente, della persona che ha maggiormente contribuito a formarla e si è più giovato dei suoi frutti, costruendoci un impero economico, un efficiente apparato di manipolazione, un grosso bordello personale e svariate presidenze del consiglio. Il film, che sarà in alcune sale (non so quante) dal 4 settembre, ha come sottotitolo "basta apparire". Fedeli all'ideale che ad apparire possano essere solo le cose utili e comode, il potere oggetto della pellicola sta già impedendo la diffusione dei trailer: spariti dalle reti mediaset, candidamente cassati in quanto "attacco alle reti commerciali", ma soprattutto dalla rai, che in una ridicolissima lettera spiega come sia sconveniente e quindi proibito esprimere opinioni politiche, e, attraverso un'esemplare applicazione della legge sul pluralismo, evidentemente superiore anche all'articolo 21 della costituzione, la "critica al governo" diventa di per sé motivo di censura.
Il film ovviamente non so se sia interessante o meno, ma al momento conta poco, mentre mi sembra giusto, anche solo per dispetto se non per finalità pratica, che i trailer siano presenti quanto più possibile. Se potete e volete, quindi, diffondete.
Il tempo di ritenzione del pensiero diminuisce clamorosamente, col caldo. Anche i ricordi di film visti da poco sono avvolti da una nebbia sonnolenta. Le persone sveglie hanno l’aria condizionata.
I Cavalieri dalle Lunghe Ombre racconta la storia di Jesse James e della sua banda; leggendo recensioni dell’epoca, pare che Jesse James fosse il soggetto di almeno la metà delle pellicole in circolazione. Oggi se ne vedono meno e il richiamo più immediato è al bel film di Dominik; le due pellicole si incontrano a metà strada, fra le tendenze classiche del film del 2007 e quelle destrutturanti dell’opera di Hill. Fra spazi aperti e colori desaturati, gli scontri e gli amori della banda James, formata da tre gruppi di fratelli, impersonati da tre gruppi di fratelli attori, i Carradine, i Quaid e i Guest. Ognuno è identificato in un’efficace caratterizzazione, i cavalli sono dei begli animali e il film si lascia seguire volentieri.
Qualcuno Verrà è un melodrammone di Minnelli, con Frank Sinatra e Shirley MacLayne, che ha dalla sua la stessa MacLayne, mentre gli rema contro il genere stesso, che non m’ha mai fatto impazzire. Un melò ha dei canoni rigidi, delle regole spietate e tantissimi primi piani; qui la scrittura, ottima all’inizio, diventa poi un po’ ripetitiva. L’impressione è che ci sia un maschilismo sotteso, anche a sorreggere le logiche di quei personaggi (Sinatra) che dovrebbero essere liberi e anticonformisti (il “salvataggio” della nipote convinta a preservare la sua preziosa castità, il disprezzo per le “zozze” di cui si è i principali clienti, ad esempio). Al tempo stesso, è pure vero che sono le donne a prendere, nel bene e nel male, tutte le decisioni, ma lo scioglimento della trama è demandato, di nuovo, alle regole del genere.
Non del tutto casualmente questi due film si trovano assieme, perché hanno in comune la scelta di cambiare registro visivo nella scena finale, in entrambi la più violenta e movimentata. Le scene virano
verso le avanguardie che furono e la sperimentazione, due cose che spesso hanno parecchio in comune. Nel film di Minnelli l’antagonista di Sinatra, impazzito e armato, entra in un delirio espressionista, si muove con gli occhi sbarrati fra scenografie dalle linee spezzate ed il suo volto è illuminato da potenti luci rosse.
La scena finale del film di Hill riguarda invece l’ultimo agguato di cui è vittima la banda di James, ed è la scena più bella e particolare del film. I protagonisti, in sella ai loro cavalli, diventano spettri, in un’esasperazione dello slow motion alla Peckinpah, dove salti fra le vetrine infrante durano manciate di secondi, persone agonizzano stese in terra come in Full Metal Jacket e proiettili fischiano lungamente, lentissimi fino ad esplodere e colpire il bersaglio (come Matrix, per chi ha il fegato di aggiungerlo). Una chiusura potentissima.
I Cavalieri dalle Lunghe Ombre: 4/5
Qualcuno Verrà: 3,5/5
Harry Potter e L’ordine della Fenice (David Yates 2007). Gli erripotter mi danno sempre l’idea di essere una digressione da qualcosa di più importante. Il risultato è che non ricordo mai di cosa trattano, se non per indizi tipo “quello del torneo”, “quello del grifone”, “quello di quando sono piccoli”. Il memorabile visivo è, se possibile, ancora meno, se non per un’atmosfera generale che mi azzarderei a riconoscere come coerente. Questo è l’erripotter “della maestra cattiva, bigotta e schiava della burocrazia”. (3/5)
Harry Potter e il Principe Mezzosangue (David Yates 2009). “quello degli amori giovanili in zona Cesarini” non è fra gli episodi più accattivanti. Ogni minuto dei centocinquantatre si somma al precedente senza essere dotato né di grazia né di leggerezza. A fine saga, quando ci saranno le maratone per i maniaci, questo di corpi sul campo ne lascerà un bel po’. (2,5/5)
Grazie, Signora Thatcher (Mark Herman 1996). Minatori professionisti, dilettanti in una banda di ottoni, fanno i conti col liberismo thatcheriano. Fra Loach e Full Monty, tre parti d’impegno sociale, due di pathos e una di romanticismo britannico. (3,5/5)
Il Regista di Matrimoni (Marco Bellocchio 2006). Lui, aereo e geniale, si chiama Elica, l’amico che scappa Smamma, la diegeticamente bona, Bona. Bisogna dedicarsi e concedere parecchio a questo film, supporre che la sua supponenza voglia dire tante cose. È un genere che mi trova svogliato. (2,5/5)
Una Notte da Leoni (Todd Phillips 2009). Sulla scia di Cose Molto Cattive, ma più scanzonato. Nessuna trovata particolare, ma alcune inevitabilmente divertenti. (3/5)
La Bussola D’oro (Chris Weitz 2007). Non è male, per non essere un film. Nessun tentativo di farne un’opera narrativamente autosufficiente, è un incipit. (3/5)
Killshot (John Madden 2009). Completato adesso per sfighe di produzione, ma girato prima di The Wrestler, in USA è uscito direttamente in dvd. Scelta non fuori misura. Parte benino, poi ripete sempre gli stessi agguati per quattro, cinque volte. Battute d’alleggerimento poco efficaci, Rosario Dawson sprecata, il buono appena uscito dal camper di Barbie. Mezzo punto in più per Rourke, che ormai anche se solo sta lì, sta già lavorando piuttosto bene. (2,5/5)
Vicky Cristina Barcelona (Woddy Allen 2008). È esattamente come temevo che fosse. Questo non significa che io avrei saputo girarlo, ma ho saputo evitarlo. Almeno al cinema. Pensierini e musichette, una Barcellona dove artisti anticonformisti scoprono Gaudì e Mirò, una voce over da andare a cercare il fuori campo per prenderla a calci nel culo. E buttare lì un finalino minimalista serve a poco. (2/5)
Flash of Genius racconta una di quelle storie che cominciano con Green Onions ed evolvono in musiche asetticamente tristi, da disfacimento interiore. Robert Kearns, ingegnere, durante degli anni ’50 piuttosto anonimi se non per la massiccia sacralità dei giganti del capitalismo, inventa il tergicristallo a intermittenza. Non già la parte del tergicristallo, ma quella dell’intermittenza; Robert Kearns, di fatto, è l’inventore dell’intervallo fra una spazzolata e l’altra e dell’aggeggio che lo rende possibile, vuole essere ricordato in quanto tale e produrlo per conto proprio. La Ford trova più vantaggioso rubargli l’idea, e da qui parte una lotta orgoglio-moral-giudiziaria lunga una decina d’anni.
Kearns cerca l’immortalità nella memoria (oltre a un pacco di soldi), come Rubik Cubo di, primo inventore che mi viene in mente come indissolubilmente associato alla sua (poco rivoluzionaria) creatura. Qualche giorno fa ho visto in mano a un ragazzino un cubo che, invece dei soliti tre quadrati per lato, ne aveva sette, piccoli, per un totale di 294 tessere colorate anziché le classiche 54. È stato rassicurante notare come ogni lato fosse assolutamente scomposto, variopinto come un costume d’Arlecchino, confermandomi che l’essere umano continua a darsi delle mete irraggiungibili. Sostanzialmente tale è la guerra di Kearns, che abbandona la sua vita e la sua famiglia per scontrarsi con un colosso che segue regole differenti da quelle biologiche.
Un po’ lento nella prima parte, Flash of Genius conferma nella seconda il fascino dei film giudiziari, e lascia alcuni punti da segnalare. Il primo è che il tizio morto di Ghost Town ha un nome ed è Greg Kinnear, uomo che fa piuttosto bene il suo lavoro, concedendo interesse a un personaggio privo di caratteristiche particolari. Gli altri punti, che danno un’anima al film dopo che l’attore s’è preoccupata di darla al personaggio, sono le differenze col thriller legale base. Kearns combatte contro qualcosa che stima profondamente, e la lotta stessa è portata avanti nella speranza di poter entrare a far parte di quel sistema che gli toglie il tempo e la vita. E l’insistere sul tempo che passa, sul decadimento mortale del corpo del protagonista, è per molti versi il vero soggetto del film, ben reso in molte sequenze e accompagnato dalla rigidità irrazionale ma istintiva della mente. Ultima cosa da notare è come abbia evitato di scrivere “sogno americano” e sia venuto meno ai miei propositi proprio nell’ultima frase.
(3,5/5)