Titolo Provvisorio
Aladar
Ammaccabanane
Bandeàpart
C'era Una Volta il Cinema
Cinebloggers Connection
Cinedrome
Cinema e Viaggi
Cinemasema
Cinepillole
Coccinema
Death Row
Direktor After Hours
Drink
Il Cinema di Memole
Il Piacere degli Occhi
Il Posto delle Fragole
Le Début, la Fin...
L'occhio Critico
Lo sai che i Tulipani
Lost to Follow up
Maghetta
Markx
Mauro
Michela
Miss Pascal's Diner
Nabla 76
Nessuno t'amerà mai...
Ossimoro
Pillole di Cinema
Progetti Rizoma
Riccardo Cocco
Sig.na Vendetta
Spora n.6
Storia dei Film
That's all Folks
Tomobiki Märchenland
Trip to No-Place
Vision
Purtroppo Videocracy non vale quanto una manciata di fotogrammi de Il Caimano. Ma neanche quanto un servizio di Report o una copia qualsiasi del Fatto Quotidiano. Videocracy è anzi uno dei pochi documentari, da quelli sulla mangusta a quelli sulle torri gemelle, a suscitare dei dubbi sull’efficacia della struttura, ed è probabilmente un film poco utile anche per uno Svedese. Tre sono i personaggi principali: un aspirante fenomeno da baraccone televisivo e due creatori di fenomeni da baraccone televisivo, Lele Mora e Fabrizio Corona; il tutto ricondotto, più che altro nominalmente, a Silvio Berlusconi. Videocracy ha qualcosa dell’horror, col nazista vestito di bianco (Mora) e il suo scagnozzo di fiducia (Corona), che osservano il loro esercito di zombie, fatto di gnocche e palestrati, mentre si dimena sotto le luci intermittenti del Billionaire. Si tratta però di un b-movie, fatto di colpi (/corpi) di scena già visti e mostri ormai familiari, osservati con distacco. Mora e Corona sono le presenze più ovvie e banali nel meccanismo di una qualsiasi tv commerciale (da non mettere assolutamente in contrapposizione con la tv pubblica, che la distinzione è sparita del tutto da più di quindici anni). I due sono in fondo personaggi puri, ferini, perfetta incarnazione della totale mancanza di coscienza, etica, pudore o ideale, necessaria a chi voglia essere persona di successo. Sono la così compiuta realizzazione del cinismo, quello vero e subumano, da farti capire quanto sembri idiota, agli occhi del potere, chiunque possa ancora nutrire degli scrupoli, in un qualsiasi campo dell’esistenza. Non a caso, sono la punta di diamante della società da loro creata e realizzata, e in maniera del tutto consequenziale si propongono come modelli di perfezione.
Nel 1974 Emidio Greco dirige il suo primo film, trasferendo al cinema la pagine scritte nel 1941 dal ventisettenne Adolfo Bioy Casares, amico e, in alcune occasioni, collaboratore di Borges, che ha scritto per il suo lavoro un’entusiastica introduzione. Il romanzo breve di Casares ha un’idea e un’atmosfera, gioca sulla vicenda e sulla suggestione fantastica, mentre adopera personaggi e azioni in modo prevalentemente funzionale. Greco costruisce un film fedele, un’opera silenziosa su un’isola perduta e sospesa, dove gli spazi e le geometrie, i silenzi e i rumori naturali sono elementi primari ed essenziali; un film distante dal modo di fare cinema in Italia, dunque, costruito su un intreccio di per sé insolito, ma intimamente legato alla macchina cinema, per la quale sarebbe stato innaturale non prenderlo in considerazione.
Avere 21 anni e non dimostrarli, specialmente per un film d’animazione, non è cosa semplice. Totoro, sia esteticamente che contenutisticamente, rimane un piccolo capolavoro.
Christine lavora in banca e, spinta dal principale a dimostrare la sua determinazione, rifiuta ad un’anziana rom la proroga di un prestito. Ganush, questo il nome della donna, la maledice sguinzagliandole contro un demone Lamia. Da quel momento, ad ogni loro incontro, Ganush succhierà con la bocca sdentata il mento di Christine e le strapperà ciocche di capelli, e Lamia sbatterà violentemente le porte della sua casa, in attesa di confiscare la sua anima.
Nel 1968 Monicelli inventa Monica Vitti attrice di commedia, e questo fa sostanzialmente la fortuna de La Ragazza con la Pistola. La premessa è in Sicilia (rappresentata in realtà da un paesino pugliese, scena delle prime riprese), dove Assunta viene (consensualmente) sedotta e (unilateralmente) abbandonata. Comincia, quindi, un viaggio in Inghilterra per uccidere Vincenzo Maccaluso e riscattare il proprio onore.
La rappresentazione dei costumi del sud è carica e parodistica, ma non priva di tracce di realtà. Monica Vitti riesce a dare forza al suo personaggio senza renderlo volgare, costruisce una personalità semplice ma non banale, e costantemente affascinate. Pur nei toni della commedia, La Ragazza con la Pistola rappresenta un’emancipazione importante, vissuta da Assunta nell’aspetto esteriore, nella propria consapevolezza, e quindi nell’approccio al mondo.
Figa la colonna sonora pulp di Peppino di Luca Girrrl With a Gunnn.
Le commedie con Monica Vitti appartengono al periodo in cui i film si vedevano in tv, e infatti l’ho rincontrata in tv, su la7, dove, invece del solito trattamento barbaro, la Valigia dei Sogni dà una bella cornice alle sue proposte. Inevitabili le interruzioni pubblicitarie, anche se non ossessive, e non è possibile neanche qui pretendere i titoli di coda, però si propone una mezz’ora di approfondimento, successiva al film, che non è affatto male. A condurre è Simone Annicchiarico, figlio di Walter Chiari, a conferma che, per fare questo tipo di lavoro, è meglio se ricordi qualcuno. Ma almeno il posto non se l'è rubato, Annicchiarico, che ha il pregio di parlare di cinema né balbettando e con la testa incassata nelle spalle, né con l’espressione di chi gli sia stato offerto un gelato alle cozze, che sono le due tipologie principali di critico cinematografico. Torna sui luoghi del film, racconta di attori, sceneggiatori, registi, inquadra storicamente il tutto, senza annoiare. Sul sito del programma si possono trovare i vari video.
(4/5)
Qui si fa dello spoiler.
Nicholas Cage è un astrofisico, suo figlio va a scuola e gli danno un foglio con tutte le date delle disgrazie degli ultimi 50 anni di storia americana. Il foglio è stato scritto 50 anni prima e riporta tre sfighe ancora d’avverarsi. Di fronte al foglio con date, coordinate, e numero di morti, altri cervelloni dell’MIT prendono per il culo Cage, sostenendo che in realtà quei numeri possano agevolmente essere letti come un sudoku. Diversi oggetti esplodono, e alcuni esseri viventi fanno la fine dal tafano che accoglie il parabrezza a gran velocità, il che comincia a togliere plausibilità alla teoria ufficiale dell’MIT che quello sul foglio sia il resoconto di una battaglia navale. L’ultima disgrazia predetta è la fine del mondo, da considerarsi non come superlativo ma nel significato letterale. Intanto il bambino e un’altra bambina prendono contatto con gli angeli che sussurrano (forse il genere umano evoluto, che ha mandato i “segnali dal futuro” per salvare le chiappe alla propria razza? Chissà.), che poco prima della fine del mondo portano i due fanciulli e due conigli bianchi su un altro mondo dove, non a caso, trovano l’albero della vita di Aronofsky.
Per praticità ho sottolineato i passaggi in cui, verosimilmente, il produttore ha detto hai delle belle idee, uomo, ecco a te i milioni. Io scommetto soprattutto su quello dei conigli, perché la delicata metafora dei bambini destinati alla ripopolazione, e quindi ad attivarsi come i fecondi roditori sanno fare, mi sembra un momento alto.
Le parti migliori sono quelle in cui Proyas ha raccontato a qualcuno che sa usare il computer come far esplodere gli oggetti, poi ha ripreso della gente che si sbracciava nella prateria deserta, e quindi ha unito le due cose con premiere. Il resto è noia, senza neanche la sincera spudoratezza della new age funerea di Aronofsky.
(2/5)
Alice non Abita Più Qui (Martin Scorsese 1975). Uno Scorsese molto vicino alla commedia pura, incastrato fra Mean Streets e Taxy Driver. Ottimo ritmo in situazioni polverose nella prima parte, dove Ellen Burstyn, neovedova e aspirante cantante, gira per l’America col figlio e incrocia anche tipacci col volto imberbe di Keitel. Un po’ più seduta la storia con Kristofferson, dove la polvere va via, ma si costruisce anche l’atmosfera divertente che ispirerà il telefilm Alice. (3,5/5)
Holiday Dreaming (Fu-chan Hsu 2004). Avrebbe meritato maggiore approfondimento, ma è passato già un po’ da quando l’ho visto. Film Taiwanese, che al contrario dei coreani non deludono quasi mai. È un prodotto pensato anche per il mercato estero, e sono infatti evidenti i riferimenti al giapponese Kikujiro, capolavoro di un Kitano capace, allora, di affascinare la critica e contemporaneamente batter cassa anche in occidente. A legarlo ai compatrioti Tsai Ming Liang e Hou Hsiao Hsien, la dedizione al pianosequenza e il quadro fermo (tranne che per rari movimenti di macchina, ma legati solo a motivi pratici e non espressivi), ma un tono nel complesso molto più leggero, almeno fino alle soluzioni silenziosamente drammatiche e malinconiche. Film di viaggi, amori, amicizie e
scherzi giovanili, non unico ma bello. (3,5/5)
E ora due Ghibli. Pom Poko (Isao Takahata 1994). Il compare di Miyazaki è il colpevole autore di Una Tomba Per le Lucciole, una delle cose più straziantemente strazianti che sia dato vedere. Bellissimo, ovviamente. Pom Poko, dal nome che porta al fatto che ha per protagonisti procioni buffi e trasformisti impegnati in una campagna ecologista, lo si potrebbe scambiare per un film d’animazione leggero e fanciullesco, lineare e didattico. Non è così, è una cosa molto più grossa e complicata. I procioni sono sì buffi, ma da subito la storia accoglie anche delle vicende e un’immaginazione adulte, in una commistione radicale di registri e messaggi. La forma-cartone è al servizio di un racconto complesso, e ha il vantaggio, rispetto ad un film “reale”, di concedere all’autore la massima libertà creativa. Anche se ricorsivo nell’intreccio (vari attacchi dei tanuki (i procioni di cui sopra) agli umani, e viceversa), Pom Poko offre esplosioni psichedeliche e orrorifiche strettamente legate alla mitologia e le leggende giapponesi, e brusche incursioni nel realismo, sempre con un’ottima animazione variabile nello stile e nel dettaglio. (4/5)
Al contrario, Il Sussurro del Cuore (Whisper of the Heart, Yoshifumi Kondo 1992), non ha nessun motivo per essere un film d’animazione e, a conti fatti, lo studio Ghibli ne ha fatti parecchi, di passi falsi. Scritto da Miyazaki, tratto da un manga, lo stile grafico ricorda parecchio quello di Hayao, ma è una noiosissima storiella romantica preoccupata di sottolineare tutte le sue banalità. Per la prima volta calza la definizione demenziale di “manga” data lustri fa da Farinotti e inserita nella recensione di Akira (!): “manga giapponesi, storie disegnate che hanno le caratteristiche delle soap-opera americane”. (2/5)
Infine, Southland Tales (Richard Kelly 2006). Che sia brutto non c’è dubbio. Però un brutto strano, con ogni tanto delle sequenze notevoli e una ricerca dell’immagine abbastanza costante. Film contorto e apocalittico, amplifica e seppellisce le smisurate ambizioni nello stare sempre sopra le righe, nel voler confondere il vacuo col solenne e viceversa. Fa schifo, ma per qualche motivo non mi sento di buttarlo via. (2,5/5)
Trascorso un anno dalla presentazione alla mostra del cinema di Venezia, mi sono rassegnato a non vedere al cinema neanche quest’ultimo Kitano. Annunciato come il suo ritorno al cinema per l’altro da sé, Achilles chiude la trilogia sull’autore cominciata con Takeshis' e proseguita da Glory to the Filmmaker!.
Il soggetto principale continua ad essere Kitano, ma la forma e la costruzione sono molto meno eccentrici, e di conseguenza anche meno interessanti. L’artista, le sue difficoltà e ossessioni, genialità e ingenuità, raccontati nelle tre età della vita di un pittore: l’infanzia sfortunata, la maturità sfortunata, il principio di una sfortunatissima vecchiaia. Se nelle prime due fasi (e principalmente, inevitabilmente, quella col bambino), la tendenza è alla commozione, accompagnata da una precisione estetica efficace ma senza grosse sorprese, la terza parte, dove Beat Takeshi va ad incarnare il suo personaggio, devia ancora una volta sulla feroce autoironia. Il problema è che forse Kitano ha sopravvalutato la quantità di materia umana e artistica da poter passare allo schiacciasassi. Forse nessuno ne ha mai avuta tanta da poterci scherzare su così a lungo.
Achille e la Tartaruga è un film che si vede con piacere: è prima di tutto una lunga esposizione di quadri belli e appariscenti dipinti dall’autore, quindi è un crescendo ironico che mostra fin dall’inizio una bizzarra facilità alla morte e al suicidio, ed è ancora ricordare Kikujiro, le pittura di Hana Bi e la vena Getting Any?, ma sembra anche uno dei film più stanchi di Kitano.
(3,5/5)