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Tulpan racconta la vita dei pastori kazaki, padroni e prigionieri del deserto, mentre cercano moglie (la sfuggente Tulpan, che non ama le orecchie a sventola del protagonista e aspirante marito), affrontano un’inattesa mortalità delle pecore, intonano con voce acuta canti tradizionali, sognano il mare. Tutto è ruvido, nel deserto kazako, la sabbia mossa dal vento in improvvisi mulinelli, che va a insinuarsi nel vello delle pecore, che sicuramente darà maglioni kazaki a loro volta maledettamente ruvidi. L’erba della steppa è sbiadita e pungente, le balle di fieno polverose, e quel che c’è da mangiare è inevitabilmente formaggio di pecora. Non è precisamente un film kazako, Tulpan, quanto piuttosto un film kazako per i festival internazionali, e possibilmente per il mercato estero. Dove può piacere, questa storia senza guizzi che si interroga sbrigativamente sull’opportunità di restare nella steppa o cercare fortuna in città, e si dilunga sui dettagli di una pecora che sgrava, e un agnello a cui va fatta la respirazione bocca a bocca. La scena più forte del film è, per molti, un evento solito e naturale, mentre il regista, bravo a mostrare la sua terra, i suoi colori e le sue piccole vicende, sa che per noi non è così.
Ergo Proxy, Shukō Murase 2006, è un’anime di fantascienza in 23 episodi. È una di quelle cose complicate a base di cyborg che discettano sulla propria coscienza, memorie che spariscono, immortalità dubbie, regimi teocratici, amori e apocalissi. In alcuni temi ricorda Last Exile, anche se ha un andamento più cupo e un animo più speculativo. Molte delle puntate di Ergo Proxy hanno origine onirica, il che permette di giocare sulla confusione dei piani e sul riferimento a generi diversi, a seconda del personaggio e dalle circostanze da cui nascono i sogni. Ci sono episodi più strettamente sci-fi, altri che s’ispirano all’horror classico, o al minimalismo paranoico, alle fiabe, al mondo televisivo, ecc. Denso di rimandi interni ed esterni, non sempre tutto è chiaro; ne raccomandano almeno una seconda visione, ma neanche si può stare sei mesi a vedere solo Ergo Proxy, saltando avanti e indietro per le puntate. Comunque, dove si perde qualche passaggio si può lavorare di fantasia o far finta di niente, l’esperienza vale comunque la pena. (4/5)
Paranoia Agent è la serie di Satoshi Kon del 2004, in 13 agili puntate. Anche questa una storia abbastanza inquietante e contorta, dove s’indaga, in un mondo sempre meno reale, su un ragazzo sui rollerblade che colpisce con una mazza da baseball le persone disperate e depresse. Detta così, sembra un po’ una cazzata. Invece, come sappiamo, Kon ci sa fare, ed il suo scopo principale è la rappresentazione dell’alienazione del cittadino medio di Tokyo (e del cittadino consumista in generale), l’avvicinarsi a personaggi diversamente esasperati o dediti ad efferatezze. Non mancano alcune puntate deboli, che all’interno di una serie così breve si sarebbero potute evitare, e anche la soluzione finale è forse discutibile, nel cercare una logica e una concretezza che mette in discussione l’assurdità ricercata fino a quel momento, ma nel complesso è un lavoro particolare ed efficace. (3,5/5)
Bored to Death è una cosa che in teoria dovrebbe piacermi parecchio. Ha un tono un po’ freddo, un andamento un po’ snob, e parla di Jason Schwartzman che fa lo scrittore o il detective con uguale mancanza di consapevolezza. E nel terzo episodio c’è un reiterato cameo di Jarmusch, che interpreta se stesso. Questo episodio lo conservo, e vedere Jim è sempre bello, però il tutto è molto meno interessante di quanto dovrebbe. Forse troppo meta meta. Forse Schwartzman a vederselo sempre davanti che fa il Woody Allen, stanca. Forse questo telefilm ispira troppi forse. (2,5/5)
fissa che non riesco a immaginare come possano proporla per cinque stagioni. Forse semplicemente ricorrendo alla mancanza di scrupoli. Comunque, sono quelle cose autoconclusive anni ’90, con battute umane e divertenti, che se cerchi qualcosa di leggero è di certo la formula migliore. (3,5/5)
Glee. Sul coro di un liceo americano. Tanti personaggi, molti ben fatti, si segue molto la storia, che non teme la riproposizione di cliché, si sorride, la qualità della puntata dipende principalmente da quella delle performance interne di canto e ballo. (3,5/5)
Flash Forward. Pubblicizzato come il telefilm che impedirà il suicidio agli orfani di Lost, andando così in aperto conflitto con le più avvedute teorie darwiniste. Tutto il mondo sviene per 2 minuti e diciassette secondi, con inevitabili catastrofi annesse (aerei che si schiantano, uova pensate alla coque che passano irrimediabilmente a sode, e cose così), e durante il black out ciascuno ha la propria esperienza di quel che starà facendo sei mesi dopo, per quei due minuti e rotti. In realtà, se l’Uomo si vedesse in una determinata porzione di futuro e poi dovesse aspettare l’arrivo della stessa, tre quarti della popolazione mondiale avrebbe dovuto scoprirsi a fare ciao mamma, molti a guardarsi nervosamente le punte delle scarpe aspettando che il momento finisca, un nutrito gruppo per l’occasione si farebbe trovare vestito da Neo di Matrix per fare il figo. Paradossi a parte, anche se il meccanismo non è ancora chiaro, Flash Forward sembra meno ingessato di quanto facesse temere. (3,5/5)
Il tema dei tre mediometraggi che costituiscono Tokyo! È il rapporto dell’individuo col mondo, e in particolare con gli altri esseri umani. In tre registri differenti fra loro quanto lo sono i tre autori, si mette in scena il momento massimo di tensione del protagonista, costretto a fare i conti con le proprie debolezze (qui piuttosto patologiche) e a cambiare il proprio modo di relazionarsi con l’esterno. Il primo episodio è di Gondry. Io non amo Gondry, trovo che il suo sia cinema intellettualistico che diffonde la sua ragionata fantasia attraverso un meccanismo ricattatorio: ma guarda che matto che sono, guarda che tinte pastello e che sogni fanciulleschi; se non ti piaccio solo perché il mio immaginario è futilmente
cerebrale e quando voglio far ridere non ci riesco, il tuo cuore è arido come una zolla di deserto. Interior Design si inserisce bene nell’atmosfera nipponica, segue la vita squattrinata di un aspirante regista (non male il suo film nel film, con visione tossica) e della sua compagna, per poi lasciarsi andare all’immaginario di cui sopra, aprendo ad una metamorfosi gondryana che indaga i compromessi che la ragazza è disposta a sopportare per sentirsi utile e accettata. Una sterzata violenta, che avrebbe meritato un'idea meno gongolante.
Leos Carax con Merde! firma l’episodio più volutamente sgradevole, forse il più riuscito. Inventa un sociopatico partorito dalle fogne che semina panico e distruzione per le vie di Tokyo. Merde è anche il nome con cui l’uomo si fa vezzosamente chiamare, e il suo distacco disumano è accentuato da particolari disgustosi (unghie lunghe e ricurve, occhi lattiginosi) e dall’uso di una lingua verbale e gestuale non più gradevole o raffinata. L’apporto di Carax al progetto è assurdo e disturbante fin dal principio, supportato da scelte visive e narrative piuttosto radicali, ed è l’unico del trittico che di certo non cerca la poesia.
Shaking Tokyo, ultimo segmento ad opera di Bong Joon-ho, segue le vicende di un hikikomori. Si tratta di persone che si rinchiudono in casa, di solito per dedicarsi completamente alla loro vita virtuale, costruita in rete o sui videogame. Il protagonista di Shaking Tokyo è più radicale, non cerca alcun contatto con l’esterno, neanche mediato, e la sua occupazione principale sta nella percezione dello scorrere del tempo. Su questo tema, non manca qualche bel dettaglio ossessivo: spostamenti minimi degli oggetti e della luce del sole, le settimane scandite da ordinate pile di cartoni per la pizza, altro. Anche per l’hikikomori arriva il momento dell’azione, la fine delle certezze e il cambiamento. Più minimale, geometrica e sospesa, la prova coreana è quella che gioca su solitudini più solite e immagini più familiarmente alienate, ed ha quindi gioco facile nel venire incontro alle aspettative.
Credo sia impossibile trovare della logica o una regola dietro la carriera artistica del troppo umano Terry Gilliam, evidentemente guidata dagli eventi, prima di tutto, e poi dagli umori, dall’ispirazione e dal caso. C’è chi prova a limitare l'influenza di questi fattori, mentre il cinema dell’ex Python è sempre una sorpresa dadaista, sempre giocato sulla confusione estetica e narrativa, e dalla confusione può emergere qualcosa di appena piacevole, oppure delle opere particolari e memorabili, significative forse al di là delle proprie intenzioni. The Imaginarium of Doctor Parnassus, lo dico con dolore, non rientra in questo secondo gruppo. È un film che aderisce perfettamente alle scelte caotiche del regista, dove si ritrovano atmosfere e immagini che richiamano I Banditi del Tempo, nel vagare cencioso dei personaggi, il Re Pescatore, nell’inserimento all’interno del contesto contemporaneo di eroi e idee favolistici e antichi, Il Barone di Münchausen, nel dare spazio a scene apertamente irreali, fino alle prime animazioni coi Monty Python, per le quali è stato probabilmente coniato il termine “grottesco”. A questa varietà d’impostazione ed ispirazione, si aggiungono importanti inserti in una computer grafica fantasiosa e colorata quanto poco curata, troppo grossolana per riuscire a diventare cifra stilistica.
Parnassus ha in sé i temi ed i nomi necessari ad ottimo film, richiamando ancora il fascino e l’ambiguità della narrazione, legato a quello della dannazione; un po’ quello che il regista era riuscito a fare con Tideland, in modo più semplice ed efficace. L’imaginarium si svela più del solito, ma non affascina, perché cerca di nascondere dietro lo stupore e l'eccentricità le debolezze di una storia scritta senza troppa ispirazione, frammentata in una miriade di eventi e di ruoli che non trovano il raccordo con le scene precedenti e non lo assicurano alle successive. È quindi impossibile, per gli interpreti, dare corpo a dei personaggi che possano esprimere quella forza, anche semplice e immediata, di cui le favole hanno bisogno. Più memorabili e convincenti sono i due attori meno attori di tutti, che possono portare in scena direttamente loro stessi: Tom Waits, che non può evitare di essere le sue storie e le sue canzoni, grazie alle quali può vestire i panni di un diavolo quanto quelli di un angelo, e Lily Cole, brava nella recitazione e affascinate in un modo inquieto, per la particolarità del viso e della figura.
Dopo una manciata di film più o meno introvabili, dove Tarr si avvicina ai volti dei suoi attori, ancora a colori e ancora umani, con la camera a mano, Damnation è la prima teorizzazione del cinema fotografico e universale, fatto di dettagli e pianisequenza, che caratterizzerà le sue produzioni future.
Se Kárhozat, come in parte anche Satantango, si propone come successione di quadri ed eventi autonomi, L’Uomo di Londra, forte delle sue radici nel romanzo breve di Simenon (storia di omicidi e di una valigia piena di soldi), è l’opera narrativamente più classica e strutturalmente consequenziale di Bela Tarr. Ciò non esclude che il processo sia ormai compiuto, e che l’immagine sia di per sé significativa. Anzi, l’obbligo che ha il mondo di mostrare costantemente la sua essenza, il suo dolore, influisce a tal punto sui personaggi da impedire loro quella discesa che si può leggere nel romanzo, costringendoli e uniformandoli fin dall'inizio alla loro realtà. Se, da una parte, questo segna una distanza dall’intreccio originale, che presenta uomini e donne ai quali è ancora concessa una sofferenza interiore e persino una bellezza esteriore, dall’altra il film riesce in questo modo a cogliere le intenzioni profonde del romanzo, che pure preferisce guardare dall’alto la storia che racconta, rendendola una frazione rappresentativa di tutto ciò che la contiene.
Ho visto questo film per un motivo sicuramente valido: mi mancava nell’elenco un titolo che iniziasse per “X”. Credevo sarebbe stato più abbordabile di X-files, ma devo dire che anche Wolverine di certo non è una passeggiata di salute. Nonostante non tratti il mio genere preferito, avevo un preconcetto positivo verso la Marvel. Sbagliato, perché mi è poi bastata una veloce ricerca per ricordarmi che una cosa come Elektra è solo del 2005 e Punisher addirittura del 2008; il che lascia intendere come, parallelamente a cose più curate come Spider/Iron Man, ci sia tutto un settore dedicato allo sviluppo di roba molto brutta e approssimativa. Anche il regista, Gavin Hood, sudafricano, s’è fatto conoscere con Il Suo Nome è Tsotsi, e allora è sbagliato anche formarsi preconcetti positivi verso l’Uomo. 
Vado al sodo, all’inevitabile quanto matura comparazione di Up col prodotto immediatamente precedente della casa madre, Wall-E (passati i sette anni, l’uomo sente il bisogno di incasellare le proprie esperienze in una progressione storica: fuori dalla serie non c’è salvezza). Wall-E è più bello; ma è anche la migliore opera occidentale d’animazione per il grande pubblico, probabilmente. Up non è altrettanto epocale, ma neanche ti fa pensare che alla Pixar abbiano voluto rilassarsi. Nel confronto coi generi, la fantascienza, per quella che è la sua storia, lascia forse più possibilità a digressioni e sottotesti, rispetto all'avventura.
Due film che si aprono con la presentazione di grossi nomi, David Fincher e Spike Jonze per The Fall, Terry Gilliam produttore esecutivo ne L’Accordatore di Terremoti. Due film che avrebbero probabilmente bisogno di studio e attenzione, ma che in qualche modo mi respingono, forse anche per dei colori definiti e digitali che indicheranno anche uno stile, abbatteranno anche i costi, ma somigliano troppo a quelli dell’ultrapiatto mondo in rete.
personaggi fiabeschi che assecondano, impotenti, il destino costruito dal loro narratore. The Fall è un film di personaggi immobilizzati e predestinati, perduti e intrappolati su isole e deserti, dove le illusioni ottiche accompagnano quelle narrative e le invenzioni visive cercano il surrealismo e l’iperbole. Di fronte alla cura nella ricerca di luoghi e spazi, sono ancora più inaspettati alcuni personaggi e certe scene d’azione che sembrano un po’ meccanici ed impacciati.
Una delle ultime cose scritte su Titolo Provvisorio, nel periodo in cui il mio primo blog si avviava a diventare una discarica a cielo aperto, riguarda l'attesa del concerto di Waits a Milano, luglio 2008. Non ne è seguito alcun resoconto, e solo adesso riesco forse a rivelarne il perché. Perché il concerto all'Arcimboldi di Waits, costato qualche spicciolo in più di un totale ricambio del sangue, nonostante l'inevitabile bellezza, non è stato una cosa ENORME e INCREDIBILE e IRRIDUCIBILMENTE MEMORABILE. Nessuno ha il coraggio di ammetterlo, qualcuno è riuscito anche a negarlo completamente a se stesso, tanto da evitare realmente che il pensiero prendesse forma, ma il concerto non è stato all'altezza di Firenze '99, o di quel che si può ancora vedere in Big Time. Al primo posto fra le ragioni della non perfetta atmosfera, ci metto l'organizzazione del teatro di Milano, che giusto le puntate di Zelig può gestire. I miliziani ci hanno sorvegliato per durante tutto il concerto, sotto forma di guardie con giacca, spalle larghe e auricolare, che sedavano qualsiasi forma di entusiasmo. A dieci minuti dalla fine, un ragazzo che sul bis ha osato alzarsi e sculettare sguaiatamente e probabilmente in controtempo, è stato alzato di peso ed è sparito dietro oscure porticine laterali. A questo aggiungi che Waits era chiaramente sfiatato, reduce del PEHDTSCKJMBA, e tendeva a cantare tutto con un tono estremamente basso, che anche le canzoni in origine più incazzate, sono state arrangiate in una forma acustica un po' ruffianamente jazzy e non sufficientemente dissonante, che il posto migliore per cantare pezzi che parlano di alcool, perdenti e prostitute non è un teatro placcato oro di Milano, dove ricchi fossili hanno l'occasione per farsi vedere mentre fanno gli alternativi, che gran parte delle trovate sceniche riprendevano l'IMMENSO (quello sì) concerto di Firenze, che è mancata la canzone fiume come get behind the mule o sins of my father, che tutto il pubblico è stato davvero troppo pronto e troppo attento a non stonare, sul coro di innocent when you dream, per poter essere una cosa bella.
La verità è che una introduzione così lungamente disfattista non era prevista. In realtà avevo cominciato a scrivere questo pezzo sull'entusiasmo per il nuovo disco, in uscita il 24 novembre, e il nuovo sito di Waits, curato dalla anti-. La cosa drammatica è che non riesco ad essere spensieratamente entusiasta neanche per quanto riguarda l'artista che da 16 anni ho più ascoltato ed ammirato, e che continuo ininterrottamente ad ascoltare ed ammirare, e questo è probabilmente anche colpa sua, che mi ha tirato su con un'estinguibile vena d'amarezza.
Quel che volevo realmente dire è che sul sito ci sono un sacco di cose belle: foto, video, inteviste, e la possibilità di scaricare otto tracce alla più che dignitosa qualità di 320 kbps. I pezzi sembrano più interessanti e divertiti, rispetto la performance milanese, e spiccano una velocizzata behind the mule e una such a scream assurdamente funky. Il primo disco contiene 17 pezzi, il secondo le Tom Tales. In chiusura, la track list e la pazziella che permette di scaricare gli mp3.
01. Lucinda / Ain't Goin Down
02. Singapore
03. Get Behind The Mule
04. Fannin Street
05. Dirt In The Ground
06. Such A Scream
07. Live Circus
08. Goin' Out West
09. Falling Down
10. The Part You Throw Away
11. Trampled Rose
12. Metropolitan Glide
13. I'll Shoot The Moon
14. Green Grass
15. Make It Rain
16. Story
17. Lucky Day
Anteprima libanese di Paolo "Pa" Paolone:
Venerdì scorso ho avuto la possibilità di vedere il film di Jarmusch qui a Beirut, nell'ambito del 9 Beirut International Film Festival. Ne parlo per solleticare la attenzione tua e di tutti gli altri lettori di questo splendido spazio. La rassegna è stata aperta il 7 Ottobre da F.F.Coppola che ha presentanto di persona il suo ultimo lavoro (la partecipazione a conferenza stampa e visione del film era su inviti, dei quali non me n'è arrivato nessuno!) e si chiuderà il 14 con le ultime pellicole di T.Kitano "Akiresu to Kame" e Ang Lee "Taking Woodstock", che spero di riuscire a vedere. Aggiungo il link della Rassegna.
Sebbene non credo di essere abbastanza capace nello scrivere un commento e per quanto, visto che se ne attende per l'autunno la proiezione in italia, non so quanto possa essere utile e/o adeguato presentarne uno riguardo il film di Jarmusch, vado avanti dicendo che l'ho trovato bellissimo, nella sua freddezza, nel suo distacco totale, nella sua plasticità ed artificiosità legata soprattutto ai particolari, alle manie ai modi di vestire, di camminare, di parlare dei personaggi, all'assurdità immotivata dei discorsi, nella sua ripetitività quasi ossessiva, nella sua costruzione attenta a dettagli infinitesimali eccezionalmente curati in una complessiva mancanza di senso assoluto delle azioni di tutti i figuranti e dell'intero svolgersi del film. Non c'è una trama, non si sanno i motivi, le ragioni, gli obiettivi, chi è buono, chi è cattivo, chi ha un tornaconto personale e chi ne ha uno assoluto, ma è lieve il lasciarsi accompagnare dall'assenza della trama nel susseguirsi di piccoli rituali, di riferimenti concreti ed astratti ad altri dettagli che nell'insieme non portano a nessuna struttura complessiva.
Il tutto si muove su di un viaggio tra Francia e Spagna con un occhio raffinato, manierista e assolutamente disinteressato a temi di promozione turistica (sebbene senza alcun senso come riferimento, l'Allen di Vicky Cristina Barcelona mi ritornava in mente come una zuppa di cipolle in gola), spezzoni girati in treno con banali giochi di luce elegantemente inseriti su fondali (non so se reali o aggiunti successivamente) di una suggestione disumana, tra pale eoliche imperiose e impressionanti come molossi, e scorci d'entroterra spagnolo completamente brulli e deserti, ideali per la freddezza e l'incomprensibilità dei personaggi che non hanno nessuna pretesa nè voglia di trasmettere a te spettatore chi sono, cosa ci fanno lì, e perchè.
Non per cattiveria, e non so neanche se la cosa, messa così, possa risultare attraente, ma sono sicuro che valga la pena vederlo appena possibile, e non vedo l'ora di poter godere delle parole tue e dei visitatori di questo piccolo regno. Intanto suggerisco una considerazione in cui mi sento più a mio agio, almeno come tema generale: il fatto che qui a Beirut siano arrivati già questi film (date un'occhiata al programma e alla lista di film selezionati), in un paese considerato (e questa considerazione, a me che ci sto da ormai quasi un anno, mi lascia molto di più di una perplessità) in via di sviluppo e pieno zeppo solo di terroristi islamici barbuti, mentre in Italia bisogna ancora attendere...
[UPDATE: invece la recensione di iosif è, finalmente, qui.]
Un uomo barbuto e sudato che lo mette nel culo non consenziente di un grosso nero vendicativo,
Non ha niente a che fare con l’Avatar di Cameron, mentre ha molto a che fare con la trilogia, The Last Airbender, che sarà di Shyamalan. Avatar è una serie animata fantasy americana, modellata sugli anime giapponesi. In un mondo diviso in quattro regni, ciascuno caratterizzato da un elemento (aria, acqua, terra, fuoco) che può essere controllato da alcuni "dominatori", l’avatar, dodicenne dalle sembianze tibetane rimasto surgelato cento anni, nonché simbolo d'equilibrio, si oppone alla guerra di conquista del regno del fuoco. Il tipo di storia e il disegno, dai tratti netti e i colori pieni, porterebbero in un primo momento a credere che Avatar sia un prodotto esclusivamente per bambini. In realtà, pur essendo effettivamente un ottimo cartone per imberbi, la prima qualità che mutua dalle realizzazioni di Miyazaki, e dalla tendenza estremorientale a non limitare le possibilità di un’opera ad un solo target e ad un solo genere, è appunto nella capacità di sapersi rivolgere anche ad un pubblico adulto, costruendo storie e messaggi non banali con un linguaggio semplice.
L’era Glaciale 3 si presta a un piccolo esperimento di speleologia cinematografica. L’esigenza e la curiosità nascono dall’essenza stessa del film, che è brutta. Il terzo capitolo dell’era glaciale è essenzialmente brutto, lo scrivo nelle prime righe, per chi fosse alla ricerca di un parere qualitativo sintetico e immediato.
In breve: proprio sopra Johannesburg parcheggia un grosso UFO (chissà se si può continuare a chiamarlo così, anche dopo che l'hai decisamente identificato come un UFO). Dentro ci sono alieni (esuli? profughi? coloni?) che per la loro somiglianza ai gamberoni vengono chiamati “gamberoni”. Vengono trattati male, reclusi e discriminati; quindi anche i “gamberoni”, a un certo punto s’incazzano. Un alto funzionario umano viene infettato e comincia a perdere i pezzi, trasformandosi gradualmente in un “gamberone”. Non mancano incongruenze interne, ma si fa facilmente finta di niente.