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Royston Tan, al pari di Shunji Iwai, è uno dei più interessanti registi in circolazione, ma in Italia si guardano bene dal farli circolare.
Tan nasce e vive a Singapore, ha 31 anni ed ha già girato un discreto numero di film, di cui 3 lungometraggi. I tre film hanno tutti titoli numerici: 15 (2003), 4:30 (2005), 881 (2007), ma per grazia di Dio, caso ormai raro nel cinema e nella musica, NON formano una trilogia. Anzi, sono estremamente diversi tra loro.
15 (fifteen: the movie)è la versione da 90 minuti di un corto omonimo. Parla di gang giovanili utilizzando colori luminosi e tecniche un po’ videoclippare (tipo kar wai di angeli perduti, per intenderci) e riuscendo a dare un’aura irreale e sospesa a delle situazioni assolutamente reali, considerando anche che gli attori non sono professionisti, ma sono i componenti delle gang stesse. Un film da vedere, sempre più duro man mano che procede.

4:30 è senza dubbio l’opera migliore di Tan. Qui il richiamo più forte è a Tsai Ming-Linag: i dialoghi si asciugano fin quasi a sparire, la macchina da presa si ferma, la storia viene raccontata attraverso le immagini, attente a disegnare personaggi, solitudini e incomprensioni. 4:30 racconta di un bambino abbandonato dalla madre assieme allo zio coreano, che non parla la stessa lingua e con tendenze decisamente depressive, mollato anche lui da una donna. Il soggetto è quindi estraneo a Tsai, che non ha mai raccontato l’infanzia, così come è assente in Tan il realismo morboso e l’ossessione per il corpo. In 4:30, nonostante le difficoltà, la possibilità di una comunicazione fra i personaggi non è del tutto esclusa, salvo poi il prevalere dei personali istinti autodistruttivi e solipsistici. È questa l’opera più asciutta e poetica di Tan, che si muove fra corrispondenze tra i personaggi, idee sul tempo e sulla chiusura in se stessi (anche queste a richiamare lo Tsai di Che ora è laggiù, coi protagonisti che manomettono orologi e si chiudono in casa oscurando la luce del sole). Un piccolo gioiello, per chi avesse la ventura di vederlo.


881 è tutt’altra cosa. Musical sgargiante e alquanto trash dal sapore Bollywoodiano, pare sia in patria un notevole successo. Il film non è affatto male, ma forse meno equilibrato degli altri. Il tema drammatico in sottotraccia diventa principale alla fine di un film così spudorato da non riuscire ad accoglierlo in piena naturalezza. La storia è quella di una coppia di ragazze che si prodigano in vari festival musicali pop-neomelodici. “Un inno al cattivo gusto musicale e del vestiario”, dice Tan. Comunque, sia nella musica che nella messa in scena, di certo meglio di roba tipo Moulin Rouge o Hair Spray.
Sic est.
15: 3,5/5
4:30: 4/5
881: 2,5/5
