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Innanzitutto voglio ufficialmente ringraziare Russel Crowe. Da Il Gladiatore in poi evito di andare a vedere in prima visione i film in cui recita, anche se mi incuriosiscono, anche se il mondo dice che che si tratta di bei film. Ed in effetti questi sani (pre)giudizi mi hanno permesso di risparmiare un po' di soldi e un po' di incazzature. La cosa più stupefacente è che in questo caso Crowe non è neanche la cosa più terribile del film: il fatto è che lui è proprio perfetto per quelle americanate che si spacciano per opere complesse ed impegnate, che sono le americanate peggiori. Tipo, appunto, Il Gladiatore, A Beautiful Mind, Cinderella Man (questo però non ho nessuna intenzione di vederlo, come non vado a vedere i Natali vanziniani o neriparentiani), e c'è anche nel peggiore Mann, Insider.
Andiamo avanti.
In realtà sto dilungandomi su Crowe perchè Yuma mi ha così colpito che a distanza di 20 giorni non ricordo quasi niente. La bontà dei film cattivi è che non lasciano ricordi. C'è una situazione inverosimile e noiosa, in cui il bandito Crowe, figura estremamente complessa, se paragonata a una falena, viene catturato e deve essere scortato a Quel Treno per Yuma. Che parte alle 3:10 pm, non so da dove. Man mano che procede la cosa si fa più grottesca, e nell'ultima mezz'ora finale Crowe è costretto a salvarsi la pelle, ma salvarla anche a Bale che deve portarlo ad impiccare, ma anche fargli fare bella figura col figlio, e ogni tanto citare i Proverbi dalla Bibbia. Non fatemi dire altro, non voglio scavare dentro di me alla ricerca della noia.
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, olre ad avere un bel titolo, è decisamente meglio anche come film. Quel che si suol dire un film crepuscolare, con la storia di Jesse James a storia finita. Molto belle alcune scene, come l'assalto al treno. Una luce e del rumore che filtrano fra gli alberi, un'abitudine fra l'onirico e il deja-vu, per i banditi provati fisicamente e psicologicamente. Belle alcune attese nel grano, la grandezza del cielo e la costruzione di personaggi deboli e indefiniti, dove il titolo stesso rimarca l'essenzialità della predestinazione e la prevalenza del racconto sulla vita. Rispetto al personaggio eroico, i cui tratti sono definiti da poche azioni da tutti conosciute e giudicate, il film di Dominik preferisce soffermarsi su tutto ciò che non ha contribuito a creare il mito, ed è quindi estraneo all'idea dell'eroe.
Il film ha numerosi riferimenti nel western "contemporaneo", e anche se gli manca uno slancio per arrivare al livello dei modelli, sembra comunque un'opera piuttosto riuscita e sincera. La famosa crisi del western non è certo da imputare ai cavalli, o alle rocce o al cielo inglobante, ma al fatto che i western non hanno ancora (ri)trovato un significato. Qui ritroviamo la neve de I Compari di Altman, la sospensione del racconto fra due individui del Pat Garrett & Billy the Kid di Peckinpah, le descrizioni e i paesaggi de I Giorni del Cielo di Malick, un po' degli antieroi de I Cancelli del Cielo di Cimino (che ha chiuso l'epoca). Non a caso tutti film (immensi capolavori) anni '70, legati poco al genere e molto al genio degli autori, che hanno trovato una cornice per la loro arte. Li si può ricordare però, diciamocelo, queste cose le hanno inventate loro, e le sapevano fare meglio. L'ultimo western (che poi andrebbero scritti tutti fra virgolette, "western") a questi livelli, che io ricordi, è Dead Man di Jarmusch (anche da qui, per Jesse James, le foreste che sovrastano l'uomo e i duelli impacciati), anche questa un'opera fortemente personale, forse l'espressione più alta all'interno di una filmografia coerente nelle sue aspirazioni e nelle sue ossessioni.
Yuma: 1,5/5
Jesse James: 3,5/5
