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Pur nella versione mutilata che trenta e rotti anni fa portava Kezich a definirla un'opera ingiudicabile, questo di Altman è un gran bel film. Sarà che siamo più di bocca buona, sarà che ci manca Altman, sarà che non c'è il mare a Praga.
Buffalo Bill e gli Indiani o La Lezione di Storia di Toro Seduto aggrega molti tratti e temi del regista del Kansas. Il tono grottesco e l'atmosfera circense di MASH sono applicati alla storia dello Show di Buffalo Bill, lo spettacolo che anticipa le ossessioni e le finzioni del cinema Hollywoodiano (I Protagonisti), crea l'epopea del West, leggenda con pretese storiografiche. La prima parte del film offre uno sguardo d'insieme, quel magnifico caos che il regista ci regala con i suoi campi lunghi, con l'uso personale dell'audio (ciascuno col proprio microfono, senza differenza di distanza dei personaggi dalla macchina da presa), Altman è uno dei pochi che è più affascinato dal mondo e dalle interazioni che dai primi piani e gli sguardi intensi. Nella prima metà prevale la riflessione sul mondo dello spettacolo, si imbastisce il confronto fra Buffalo Bill (Newman) e Toro Seduto, un confronto in cui "la storia vale più della verità". Nella seconda parte ci si concentra sulla figura della Stella, Bill, che tradisce le stesse insicurezze di McCabe: ci si avvicina all'uomo, struccato e invecchiato, prigioniero di un ruolo che lo costringe a cercare conferme e prove della propria autenticità, autenticità a cui per primo sembra non credere.
(4/5)
