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Seguendo il suggerimento del compagno Otto Barz, direi che c'è molto cinema, in questo film di Sorrentino. Che facciamo, non lo facciamo un paragone con Gomorra? E' chiaro che lo facciamo. Entrambi vogliono trovare una strada personale per raccontarci, e se nel film e nello stile di Garrone prevale una tendenza realista (pur essendo film curatissimo, in senso registico), Sorrentino sembra mettere al primo posto il suo cinema, adoperando la recente storia politica come sceneggiatura. Insomma, in Garrone si avverte più la necessità di mostrare quelle storie mettendo a disposizione il suo lavoro, mentre Sorrentino mostra se stesso attraverso la storia di Andreotti. Questa non è assolutamente una critica negativa a Sorrentino, che nei film precedenti scriveva soggetti e sceneggiature con la stessa compiacenza meccanica con cui guida la sua regia accattivante, estetizzante e un po' vuota. Qui invece l'urgenza nel raccontare una figura che è riuscita a riciclarsi nello scaltro vecchietto che fa pubblicità e nel senatore a vita colmo della saggezza che gli conferiscono le prescrizioni, ci sta tutta. C'è molto, molto più cinema.
I primi quindici venti minuti sono da applausi a scena aperta. Il primo sguardo su Andreotti ce lo mostra in penombra, seduto ad una scrivania, col viso sfigurato dall'agopuntura per l'emicrania, uguale al Pinhead di Hellraiser. Eccoci nell'horror italiano. A seguire le stragi, omicidi, suicidi, rapimenti della prima repubblica. E la presentazione della Corrente Andreottiana, una incredibile scena fra Leone ed il Tarantino di Le Iene.
Poi, il film sceglie di non staccarsi mai dal personaggio del Divo, non dà ricostruzioni delle varie vicende di cui è il sospettato responsabile, vuole descrivere la sua figura, o meglio proprio la sua personalità, la sua visione della vita, il rapporto col potere, con la verità, con se stesso, per
cercare di capire come quell'uomo abbia potuto fare tutto quello che ha fatto. Lo racconta dal suo VII governo (1991), fino all'inizio del processo (1995). Da quando si siede a Palazzo Chigi accompagnato da un sottofondo musicale consono ad un imperatore francese, con tanto di cortigiani/e, a quando nella solita cupezza di casa sua si trova sulle mani le formiche necrofaghe di Dalì e Buñuel.
Servillo? Servillo qui è realmente un genio. Non è un'imitazione di Andreotti, è una rappresentazione diretta del suo essere. Dopo un po' che lo guardi è Andreotti che comincia ad imitare Servillo.
E infine la colona sonora, che gioca per ironia e contrapposizione. Ci sono un paio di pezzi che citarli significherebbe fare anticipazioni eccessive.
(4/5)
E ora, PAZ!


