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Da qualche parte bisogna pur cominciare. Io comincio dalla scena sul grattacielo, quella dove ci sono tre tizi che parlano e la macchina da presa che volteggia attorno a loro, mostrando altri grattacieli e frazioni di cielo grigio. Lì ho sentito che c’era qualcosa che non andava, perché in quella scena uno dei tre tizi ha una maschera con le orecchie a punta e parla come se avesse un piccione in bocca. È una scena molto molto simile ad una delle migliori di Miami Vice di Mann (in verità una delle poche cose che si salvano in quel film, opera d’un uomo che sa fare cose davvero bellissime e cose davvero così così), ma con Batman in mezzo. E questa sensazione l’ho avuta spesso guardando il film, la sensazione che Nolan abbia creato il suo film, la sua realtà, senza permettere ai personaggi di entrarci. E se entrarci risulta difficile a loro, che lì dentro ci vivono, figuratevi a me. Personaggi, plurale, perché anche Joker è escluso dalle linee fredde e squadrate della città e dai suoi colori, spiazzato dai suoi continui tentativi di ironia e follia la cui resa appare scialba e la motivazione nulla.
Oppure avrei potuto cominciare così: ecco il vero Funny Games. Quello girato in americano, cioè con inquadrature e temi e attori e conflitti americani. Quello che, come si usa fare specialmente nei supermovie, assieme all’azione ci mette il riferimento all’attualità, i video dei terroristi (l’emulatore di Batman catturato e filmato da Joker), i ricatti morali a cui non cedere (la battaglia navale), i funny games (i due legati alla bomba e soprattutto scegli se ti ammazzo la moglie o il figlio), la propaganda politica. Non è certo una novità: Funny Games ha lo scopo, fra gli altri, di scoprire alcuni cliché. Per quanto alcune coincidenze (le scene citate fra parentesi, nonché la scelta del cattivo senza motivazioni e senza passato) siano piuttosto sorprendenti da ritrovare a tanta vicinanza dal film di Haneke. Probabilmente anche il caso, o il caos, per dirla alla Joker, ha nascosti fini didattici.
Con Memento ed Insomnia Nolan crea delle storie fortemente coese, dove ogni tassello concorre alla costruzione delle tesi dei film, fatti entrambi di relatività della percezione e di autoinganno. Questa coesione qui non c’è, ed il film d’azione, che per riuscire avrebbe bisogno di uno scheletro intrigante, risulta essere un susseguirsi di scene più o meno mirabolanti che pure non raggiungono il ritmo e l’incisività del già citato Mann. Che su grattacieli, discoteche e su buoni e cattivi che si completano l'un l'altro ha ancora parecchio da insegnare.
Infine, e vedi se proprio a me deve toccare la parte del difensore di Burton, i primi due Batman creano una Gotham a misura di supereroi, supercattivi ed eccentricità, Nicholson è Nicholson, un tipo coscientemente sadico che ti inchioda ed affascina con lo sguardo. Un Joker divertente ed incazzato, attaccato alla vita, non un filosofo depresso e nichilista e anche un po’ lagnoso, che pure guarda molto a Nicholson quando il resto del suo personaggio poco si adegua all’ironia. Poi, capisco il qui ed ora del film, capisco il qui ed ora di un attore che purtroppo è morto giovane, però. Però tutto quello scritto fin qui.
A, nella parte di Morgan Freeman, Morgan Freeman.
UPDATE: l'etimologicamente simpatica visione di Michela.
(2,5/5)
