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Sono andato al cinema col massimo delle buone intenzioni, con davvero un sacco di buone intenzioni, pregno di buone intenzioni, perché la striscia di film mediocri mi deprime. Ma è andata male; e sarò breve, perché stare a sparlare dei Coen fa di certo più male a me che a loro.
Da mesi la parola d’ordine è “idioti”: il completamento della “trilogia degli idioti” pare di per sé un valore acquisito. Burn After Reading si limita ad enunciare concetti quali “satira sulla cia”, “futilità dell’esistenza”, “satira sui costumi”, ma oltre a renderli evidenti come sull’indice di un libro, non si preoccupa di caricare questi temi con qualcosa di interessante. Clooney è scimmiesco e moderatamente divertente, Pitt è bambinesco e a tratti piuttosto divertente, e mettono in scena una vicenda piatta, che dovrebbe apparire sopra le righe perché spezzata da un paio di esplosioni di violenza. Come in tutti i film dei Coen i protagonisti si vedono precipitare la storia addosso, ma in questo caso si tratta di una storia esile, e le svolte narrative hanno tutte un carattere così improvviso, immediato e circoscritto da lasciare buona parte del film in attesa. Poi, qualcosa di gradevole c’è, i corridoi grandangolari che non mancano dai tempi di Barton Fink (ma qui le passeggiate durano molto meno, molti di più sono i primi piani), l’altrettanto spesso presente “cabina di regia” dove si prova a stabilire i destini degli uomini, qui particolarmente confusa e depositaria dello spiegone finale, un po’ parodia dello spiegone, un po’ spiegone vero e proprio.
Insomma, per quanto i Coen mostrino nelle loro opere dei tratti e dei temi ricorrenti, se in film come Non è un Paese per Vecchi o Il Grande Lebowski si trattava di ricomporre questi tratti per farsi un’idea del perché fossero così belli, in Burn After Reading bisogna ingigantire degli indizi minimi per giustificare un lavoro epidermicamente scialbo.
(2,5/5)
