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3 Donne è strano, persino per essere un film di Altman. Girato nel ’77, quando già aveva fatto di tutto, M.A.S.H., I Compari, Nashville, 3 Donne fa abbastanza storia a sé.
In un’atmosfera uniforme ed inquietante, si sviluppa il rapporto fra due Mildred, Shelley Duvall detta Milly e Sissy Spacek, che si fa chiamare Pinky. Il film è insolitamente privo di ironia, concentrato a costruire, fin dalle prima inquadrature, una visione sospesa e distorta che ricorda i migliori Polanski. La terza donna, Willie (Janice Rule), porta un bambino nel grembo ed ha un ruolo marginale, salvo risultare fondamentale per l’allucinato epilogo. Willie è una pittrice che adorna gli spazi di una desertica cittadina californiana con grosse figure rappresentanti una (dis)umanità furiosamente mostruosa. È questa l’umanità che rigetta Milly, una Duvall che col suo volto costruisce il film quanto e più delle trovate registiche e sonore, personaggio alla ricerca di un’appartenenza sociale, relegata dalla sua fragilità nella semplice apparenza consumista.
Nella prima parte del film si crea un mondo, un’atmosfera che avvolge situazioni apparentemente insignificanti, che acquisiscono spessore nella reiterazione di piccole violenze e di abitudini indotte, verso un finale tanto spiazzante quanto consequenziale.
Per essere più chiaro e completo dovrei raccontare la storia, ma preferisco fermarmi qui.
(4/5)
