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La proporzione è dieci minuti di film per ogni pagina di racconto. Relazione oziosa, perché il film di Fincher con lo scritto di Fitzgerald ha in comune solo il soggetto. Il Button letterario nasce vecchio, ma anche grosso, con la barba, parla correttamente l’inglese e fuma sigari. Grottesco ed ironico, specialmente nella prima parte, il racconto appunta brevemente le fasi della (de)crescita del protagonista, con lo spirito analitico e distaccato che già ci si aspetta leggendo il titolo. Il Button cinematografico è un ipertrofico melò dalle ossa fragili, caratterizzato da un leggendario lavoro in post produzione i cui sforzi sono forse superiori alla necessità. Miliardi di pixel di Pitt e Blanchett ringiovaniti e invecchiati uno ad uno. E magari ci saremmo accontentati di molto meno, con trucco e qualche attore vero in più, conservando, così, le energie per la scrittura.
Da più parti il film è stato paragonato a Forrest Gump, e l’accostamento ci sta. In entrambi i casi i protagonisti attraversano decenni americani, forti del loro candore. La crescita anomala di Button non lo spinge ad avere dei comportamenti o pensieri peculiari, ma solo a comportarsi meglio possibile, in modo da dare alla società la possibilità di accogliere il suo handicap con il minimo sforzo possibile. Button e Gump, anzi, sono dei cittadini modello: vanno in guerra, grandi lavoratori, non pretendono mai nulla, sono istintivamente conformisti. [qui un po' di spoiler] Al contrario, le loro donne dalla testa pazzerella, hanno bisogno di una raddrizzata. La punizione per la compagna di Gump, hippy festaiola, è radicale. Kate Blanchett, ballerina in perpetua piroetta affascinata dagli agi della vita d’artista e probabilmente lussuriosa, se la cava facendosi spezzare le gambe. Da lì, metterà la testa a posto, si fa una famiglia, bene così. [fine del po' di spoiler]
Benjamin Button, a conti fatti, è un film con tanta fatica sulle spalle, non sgradevole, un po’ lento, piuttosto privo di ironia, patinato di seppia. Inondato da parole: dialoghi, voce narrante, voce del pensiero; provengono da più piani temporali e si accavallano fra loro, ma l’ottanta per cento di quel che dicono non è di nessun interesse. Ad un certo punto arrivano spinte al godersi la vita, all’essere pronti a ripartire sempre da zero, ma senza che questa istanza sia supportata da qualcosa che vediamo o da qualche reale necessità del protagonista. Lui per cinque minuti finisce in India, ma non sa bene il perché.
Una frase per concludere? Vecchietto è chi il vecchietto fa.
(2,5/5)
