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Blood and Bones è un grosso film, costruito con una struttura solida che ne farà probabilmente un classicone, quantomeno in Oriente. Potrebbe essere descritto in due parole: Takeshi Kitano; ma proverò ad adoperarne qualcuna in più.
Si comincia in tempi di seconda guerra mondiale, seguendo una comunità coreana trasferitasi ad Osaka. Interamente focalizzato sul personaggio di Kitano ed ispirato ad un libro autobiografico di Sugiro Yan, che il personaggio di Kitano ha avuto la sfortuna di averlo come padre, Blood and Bones racconta sessant'anni di storia attraverso la ferocia del suo protagonista. Kim Shunpei è l’incarnazione della violenza, il demonio reso inquietante dal suo essere assolutamente umano. Non ha lo sguardo spiritato, né il senso dell’ironia dei cattivi del cinema, è semplicemente la realizzazione dell’istinto animale, senza filtri. Shunpei si impone come punto di riferimento dell’intera comunità: pur essendo temuto e odiato da tutti i suoi componenti, ne incarna la natura profonda, avida e conservatrice. Shunpei è uno che s’è fatto da sé, prima mettendo su una fabbrica di kamaboko (una sorta di pasticcio di pesce), quindi dedicandosi appassionatamente all’usura, il tutto senza lesinare sevizie alle sue varie famiglie.
Kitano regala un personaggio perfetto nella sua semplicità, senza rischiare mai di renderlo grottesco o eccessivo, mentre il regista Sai Yoichi descrive tutto in inquadrature ampie e statiche, accurate costruzioni estetizzanti che attraverso il distacco sanno consegnare l’irreparabilità del reale. Una messa in scena pur calligrafica e decisa a soffermarsi sulla violenza che racconta, riesce così a non essere morbosa o enfatica, ma semplicemente necessaria.
(4/5)
