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Disasto ad Hollywood comincia bene, col finale di un pretenzioso film nel film, dove il protagonista Sean Penn, sul punto d’essere ridotto a un colapasta, recita “perdonali, perché non sanno quello che fanno”. A seguire, le (poche) vicende di un produttore (che scopriamo, con misurato rammarico e relativa empatia, essere davvero tanto dipendente dal telefono cellulare) alle prese con censure, barbe da far tagliare ad un Bruce Willis altrimenti non sufficientemente figo, le solite tresche con ex moglie e figlia teenager.
Uno dei film migliori di Levinson è Liberty Heights, e non solo per i due pezzi inediti di Waits che con tanta grazia contiene. Il film fu distribuito, in straordinaria esclusiva, solo da rete4 e solo dopo le due di notte. Anche L’invidia del Mio Migliore Amico, che non era male, mi pare fu distribuito direttamente in dvd. Questo Disastro ad Hollywood, pieno di nomi famosi, è arrivato alle sale, ma mi sembra considerevolmente più loffio.
L’idea del dietro le quinte da visitare attraverso il lavoro del produttore ha il suo fascino, ma tutto si riduce ad un paio di aneddoti ripetuti fino al raggiungimento di quell’ora e quaranta necessaria a portare il film a casa. Il tono è diviso fra una tensione al realismo, che avrebbe dovuto sfruttare quel che di grottesco è connaturato al mondo Hollywoodiano, e uno sfociare nella gag minima quanto improbabile. Io non credo si consumino drammi su una barba da tagliare, ad Hollywood. Ma se anche fosse, per dirla con G.L.Ferretti, m’importa ‘na sega.
(2/5)
