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Luci d’inverno – autori e tendenze del cinema scandinavo contemporaneo, è una bella rassegna che è partita da Bologna e a maggio arriverà a Milano, Roma, Torino e Alghero. Tutto ha inizio il 22 aprile, con l’anteprima dell’ultimo lavoro di Bent Hamer, Il Mondo di Horten. La promessa di alcune bottiglie di prosecco ed almeno tre tipi diversi di patatine, nonché l’entrata gratuita, portano ad un sorprendente pienone. Le proiezioni dei giorni successivi conteranno una media di quindici persone, cosa che pone una volta di più in evidenza quali siano le pulsioni che muovono l’uomo. In sala è presente il regista, che con nordico garbo introduce il suo film; ma star indiscussa della serata è uno degli organizzatori, che s’è preparato domande lunghissime e inutili, pur di non lasciar dire cose interessanti ad Hamer.
Andiamo al film. Bello.
Ne Il Mondo di Horten il protagonista è un ingegnere delle ferrovie (anche se noi lo vediamo fare esclusivamente il macchinista; forse in Norvegia bisogna essere ingegneri, per guidare i treni) che ha percorso gli stessi binari per più di quarant’anni; ormai in pensione, si confronta col passato e costruisce il suo presente. La poesia di Hamer nasce dall’individuo, dalla sua volontà di non piegarsi ad una realtà fredda e silenziosa, reagendo in modo spontaneo e “misurato” a nuove occasioni e nuovi incontri. Dopo il bukowskiano Factotum, Hamer mette di nuovo in scena uomini anziani e solitari, rinchiusi in case vecchie e spoglie, i pochi oggetti a segnare tratti della memoria, il loro appartamento una seconda pelle che mostra il vuoto di chi la indossa. Da queste case e questi oggetti bisogna distaccarsi, accorgendosi di quel che nel quotidiano non è normale né usuale. Horten è così abituato alla vita da saper affrontare ogni nuovo elemento dirompente con naturalezza, nel segno di un’epica blues, dimessa e sottotono. Quello creato da Bent Hamer è un mondo realistico e simbolico assieme, venato di un’ironia malinconica, ma dove niente, forse, è ancora andato perduto.
Se Hamer predilige i quadri fissi e gli spazi vuoti, a descrivere fedelmente il modo d’essere dell’ambiente, altri autori scelgono la distorsione, i giochi cromatici, l’inserimento dei loro personaggi in luoghi artefatti. È il caso dei danesi Christoffer Boe, con Allegro, e Pål Sletaune, autore di Next Door. Il primo mostra un pianista, abituato a negare emozioni e sentimenti, alla riscoperta di quel che ha rimosso. Il riferimento diretto di Boe è Tarkovskij, tirato apertamente in ballo nel dare il nome “La Zona” ad una parte di Copenaghen resa irraggiungibile da una misteriosa barriera invisibile. In numerose scene, inoltre, l’ispirazione più evidente sembra venire dal von Trier de L’elemento del Crimine, opera anche questa decisamente tarkovskjiana, dove si trovano acque dai riflessi gialli ed atmosfere malsane. Allegro è reso interessante dalla spregiudicatezza con cui mescola generi e stili, realismo e visioni artificiali, ma non sempre è all’altezza delle proprie aspirazioni. Come il suo protagonista, che reprime in sé la forza e la disperazione, il film è innescato ma non riesce mai realmente ad esplodere.
Next Door di Sletaune pure ha referenti ambiziosi. Psico-thriller claustrofobico, mescola L’inquilino del Terzo Piano con Velluto Blu e Mulholland Drive. Tutto si svolge in un appartamento, nei suoi corridoi sempre più stretti, nelle sue stanze piene di ciarpame. Ma in Lynch i rarefatti piani di (ir)realtà presentano s
immetrie e corrispondenze, e ogni personaggio viene trasfigurato in una o più figure differenti, che incarnano paure, o speranze, o diversi aspetti della stessa personalità. Con Next Door , pur essendo l’atmosfera similmente onirica, la costruzione è molto semplificata, e tutto si riconduce al riflesso di una mente malata. È comunque un film intrigante, anche se, come per l’opera di Boe, si tratta di lavori fortemente a tema, vincolati all’espressione di un un’idea e alla fretta di stupire.
È interessante notare come in queste opere, pur diverse fra loro per genere e qualità, il contesto sia la rappresentazione diretta dell’interiorità dell’uomo. Centrale è la ricerca della realizzazione individuale e l’analisi della propria personalità, anche se in conflitto con la spinta all’omologazione proveniente dall’esterno. Mentre in Italia viene rappresentata, specialmente nelle recenti opere “giovaniliste” (cioè con soggetto e target giovanile), una corsa disperata alla soddisfazione dei bisogni primari (la sopravvivenza, e quindi la ricerca del lavoro), in questo cinema proveniente da Paesi dove lo Stato, onnipresente, assicura un’esistenza dignitosa, i temi da trattare sono più “alti”: ci si può persino porre il problema della realizzazione interiore.
Gli altri film della rassegna nella seconda puntata, che un giorno forse verrà.
Il treno del Signor Horten: 4/5
Allegro: 3/5
Next Door: 3/5
