Titolo Provvisorio
Aladar
Ammaccabanane
Bandeàpart
C'era Una Volta il Cinema
Cinebloggers Connection
Cinedrome
Cinema e Viaggi
Cinemasema
Cinepillole
Coccinema
Death Row
Direktor After Hours
Drink
Il Piacere degli Occhi
Il Posto delle Fragole
Le Début, la Fin...
L'occhio Critico
Lo sai che i Tulipani
Lost to Follow up
Maghetta
Markx
Mauro
Michela
Miss Pascal's Diner
Nabla 76
Nessuno t'amerà mai...
Pillole di Cinema
Progetti Rizoma
Riccardo Cocco
Sig.na Vendetta
Spora n.6
Storia dei Film
That's all Folks
Tomobiki Märchenland
Trip to No-Place
Vision
Pale Cocoon (Yasuhiro Yoshiura 2006) è un cartone di soli 22 minuti, praticamente una puntata unica, interamente realizzata da Yoshiura Yasuhiro. La maggior parte dei cartoni orientali ha dei presupposti profondamente pessimisti: di solito si tratta di personaggi giovani alle prese con un mondo da rifare; il nostro tempo, quindi, è quello della distruzione. I protagonisti di Pale Cocoon, che esplora un futuro piuttosto remoto, vivono in un freddo archivio digitale e tentano il recupero della memoria, attraverso antiche testimonianze analogiche. La catastrofe c’è stata, quel che c’era prima è in buona parte dimenticato, così come le vicende che hanno costretto all’abbandono della Terra. Anche se, come ho detto, il film è frutto del lavoro di una sola persona, l’animazione è molto accurata ed efficace, e rende interessante il breve intreccio ricco di dettagli. (3,5/5)
Viene invece da una grossa produzione l’animazione di Wonderful Days (Kim Moon-saeng 2003), la più grande che abbia affrontato la Corea del Sud. Anche questo un film post distruzione, in una terra divisa fra i due popoli di Ecoban e di Marr, rispettivamente patrizi e plebei. A stroncare il Globo è stato l’inquinamento, e ora il cielo è offuscato da nubi perenni, mentre gli scontri fra le parti si intensificano. Wonderful Days ha poco in comune con l’altrettanto coreano, ma più povero ed originale, My Beautiful Girl, Mari; ricorda tante altre produzioni giapponesi e qualche blade runner occidentale. Visivamente c’è uno scarto fra i notevoli sfondi in 3d ed i personaggi bidimensionali che non sempre si amalgamano e mostrano dei tratti variabili, probabilmente per le molte matite al lavoro: a volte molto semplici a banali, altre più spigolosi ed espressivi, alla Peter Chung. Una storia non originalissima ma efficace, fra lotta armata
e sentimentalismo, che si esalta in alcune parti oniriche davvero ben fatte. (3,5/5)
Departures (Yojiro Takita 2008) è il film giapponese che ha vinto l’ultimo oscar per il miglior film straniero. Un giovane violoncellista, fresco disoccupato, torna in periferia e finisce per caso a lavorare con un uomo che si occupa del nokanshi, il rito della deposizione che prevede la preparazione delle salme prima della cremazione. Fra eleganti gesti cerimoniali, riavvicinamenti sentimentali e delicata ironia, si trovano riconciliazioni con le persone perdute, realizzazioni sentimentali e personali. Il film offre tutto quel che anche il grande pubblico ha imparato ad aspettarsi da una pellicola
giapponese, simbolismi, silenzi e fotografia curata: un’opera non particolarmente originale, ma bella. (4/5)
Revolver (Guy Ritchie 2005) comincia come un qualsiasi film di Ritchie che non preveda naufragi su isole deserte: soldi da dare o da prendere, strozzini e incroci di bande criminali, con un ritmo meno efficace di un Lock & Stock o RockNRolla. Poi il piano cambia, la realtà si fa incerta, e diventa il film più
complesso, e confuso, del regista. Ha quindi un suo fascino particolare, un tono più cupo, e il sirtaki stavolta finisce in un vicolo cieco. (3,5/5)
La biografia di Lenny Bruce inscenata da Bob Fosse si gioca su un bel bianco e nero e un ottimo Dustin Hoffman. La “coscienza d’America” raccontata in modo completo ed efficace, ma anche coinvolgentemente triste, coi lunghi monologhi spezzati e supportati da un montaggio molto fluido di tempi diversi, e dallo sguardo di Fosse, capace di valorizzare il palco con fotografiche inquadrature fisse e i personaggi con empatici primi piani. Bello. (4,5/5)
