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Coraline e la Porta Magica è una fiaba nera, e il film di Selick ricostruisce i canoni della favola in maniera ancora più rigorosa del libro di Gaiman. Aggiunge un aiutante umano e non rinuncia a triplicare tutti i passaggi, le varie prove. Questo porta allo sviluppo di tempi particolari, caratterizzati dalle ripetizioni che consentono di entrare a pieno nell’inventivo mondo reso in passo uno. Sono molte le scene memorabili in quest’opera che punta più sull’efficacia visiva che sulla costruzione dei personaggi. E anche questi ultimi, probabilmente non particolarmente adatti a scatenare simpatie in un pubblico bambinesco, hanno però tutti un’apprezzabile, antica ambiguità. All’arte manuale, e quindi anch’essa intrinsecamente remota, con cui vengono regalati ai personaggi (ed al loro mondo) movimento ed espressione, si accompagna solo un po’ di digitale per gli effetti della parte finale, e la scelta delle riprese in 3d. Avrebbero fatto bene anche senza, in questo caso, anzi rivedere il film in due dimensioni, ma con i colori più nitidi e luminosi e senza gli occhi pesti, potrebbe valere la pena. (4/5)
Mi aveva abbastanza entusiasmato Coraline, all’uscita dalla sala. Tanto che pochi giorni dopo ho recuperato James e la Pesca Gigante, e questo è stato un errore, perché è un film noiosissimo. Tanto da domandarmi quanto i tempi di Coraline siano una scelta precisa, o derivino dall’incapacità del regista di costruire un buon ritmo fra le scene. Non so se Selick ha avuto più fortuna nel rendere la storia di Gaiman, o non era in forma quando ha girato James, fatto sta che ho dovuto arrancare per finire di vederlo. (2/5)
Basta Selick. Avevo accennato a film orientali non del tutto soddisfacenti. Il primo è Syndromes and a Century, di Apichatpong Weerasethakul, già poco noto per Tropical Malady, che però era più bello. E dire che lo inseguivo da tre anni, questo film. L’amico Apichatpong è evidente che ci sappia fare, e anche qui trova bellissime immagini e altrettanto affascinati luci, e nei momenti migliori ci scappa la scena mistica o addirittura mistico-ironica. Ma la sensazione è che il regista abbia sopravvalutato l’aura di misticismo, credendo che potesse nobilitare e giustificare qualsiasi piattissimo episodio di vita, mentre la verità è che l’ora e quarantacinque nell’ospedale e nel parco dell’ospedale e gli intrecci minimali (e inaspettatamente verbosi) di vita, hanno poca ragione d’essere visti. Anche questo film è diviso in due parti, e lo scoramento mi ha colto quando ho compreso che la seconda parte avrebbe avuto la stessa ambientazione della prima, e in buona percentuale consiste in una rielaborazione e variazioni sul tema dei dialoghi e le situazioni visti nei primi cinquanta minuti. Ho provato ad apprezzare i cambiamenti di prospettiva dovuti alla diversità dei punti di vista adottati dalla macchina da presa, a registrare il ruolo differente che viene dato allo spettatore, però non sono riuscito a ignorare la sensazione di vuoto quasi assoluto e il tentativo di lasciare intendere molto più di quanto non ci sia. (2,5/5)
My Sassy Girl è un film coreano, commediola per contenuto e commediona per durata, che dal 2001 e per qualche anno ha avuto un certo seguito underground trasversale, tra filo asiatici e ricercatori, in generale, di cose belline ma non molto conosciute. Nonostante mi riconosca in entrambi i gruppi, il film di Jae-young Kwak non mi aveva mai convinto abbastanza da spingermi a vederlo. Avevo ragione. Perché è tratto dal blog del regista e sceneggiatore, e si vede. È una storiella d’amore frammentata in un migliaio di episodi, in cui di solito i due protagonisti, un maschio e una femmina, o si lasciano, o si ritrovano, o vomitano. Più qualche inserto (ancor più) grottesco azzeccato con lo sputo, o col vomito. I coreani solitamente mi deludono. E questo nonostante, in realtà, non m’abbiano mai convinto. Continuerò a vederli e continueranno a deludermi. (2/5)
Basta così. No, anzi, c'è anche Love Actually (Richard Curtis 2003), che ho visto sull’onda di Radio Rock. Devo dire, nel mondo c’è di peggio, ma se hai mai avuto paura che le tue ossa potessero liquefarsi in informe melassa, questo è il film che con più probabilità può concretizzare il tuo incubo. Essendo quel che si suol dire un film corale, e nella fattispecie un film corale sentimentale, gli ultimi 45-50 minuti consistono in un’interminabile sfilza di lieti fine. I lieto fine. I lieti fini. E Bill Nighy è divertente, e ha classe, ma è uno specchietto per le allodole. Poi mi accorgo che questi ultimi due film hanno su imdb una media di 8/10 e percepisco una volta di più come il mondo tenda all'errore. (2,5/5)
