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Trascorso un anno dalla presentazione alla mostra del cinema di Venezia, mi sono rassegnato a non vedere al cinema neanche quest’ultimo Kitano. Annunciato come il suo ritorno al cinema per l’altro da sé, Achilles chiude la trilogia sull’autore cominciata con Takeshis' e proseguita da Glory to the Filmmaker!.
Il soggetto principale continua ad essere Kitano, ma la forma e la costruzione sono molto meno eccentrici, e di conseguenza anche meno interessanti. L’artista, le sue difficoltà e ossessioni, genialità e ingenuità, raccontati nelle tre età della vita di un pittore: l’infanzia sfortunata, la maturità sfortunata, il principio di una sfortunatissima vecchiaia. Se nelle prime due fasi (e principalmente, inevitabilmente, quella col bambino), la tendenza è alla commozione, accompagnata da una precisione estetica efficace ma senza grosse sorprese, la terza parte, dove Beat Takeshi va ad incarnare il suo personaggio, devia ancora una volta sulla feroce autoironia. Il problema è che forse Kitano ha sopravvalutato la quantità di materia umana e artistica da poter passare allo schiacciasassi. Forse nessuno ne ha mai avuta tanta da poterci scherzare su così a lungo.
Achille e la Tartaruga è un film che si vede con piacere: è prima di tutto una lunga esposizione di quadri belli e appariscenti dipinti dall’autore, quindi è un crescendo ironico che mostra fin dall’inizio una bizzarra facilità alla morte e al suicidio, ed è ancora ricordare Kikujiro, le pittura di Hana Bi e la vena Getting Any?, ma sembra anche uno dei film più stanchi di Kitano.
(3,5/5)
