Non ha niente a che fare con l’Avatar di Cameron, mentre ha molto a che fare con la trilogia, The Last Airbender, che sarà di Shyamalan. Avatar è una serie animata fantasy americana, modellata sugli anime giapponesi. In un mondo diviso in quattro regni, ciascuno caratterizzato da un elemento (aria, acqua, terra, fuoco) che può essere controllato da alcuni "dominatori", l’avatar, dodicenne dalle sembianze tibetane rimasto surgelato cento anni, nonché simbolo d'equilibrio, si oppone alla guerra di conquista del regno del fuoco. Il tipo di storia e il disegno, dai tratti netti e i colori pieni, porterebbero in un primo momento a credere che Avatar sia un prodotto esclusivamente per bambini. In realtà, pur essendo effettivamente un ottimo cartone per imberbi, la prima qualità che mutua dalle realizzazioni di Miyazaki, e dalla tendenza estremorientale a non limitare le possibilità di un’opera ad un solo target e ad un solo genere, è appunto nella capacità di sapersi rivolgere anche ad un pubblico adulto, costruendo storie e messaggi non banali con un linguaggio semplice.
Durante le tre serie (61 puntate in tutto), identificate con tre libri e tre elementi differenti, seguiamo l’apprendistato di Aang, rivolto al dominio degli elementi, gli inevitabili conflitti, e l’evoluzione (la crescita) dei numerosi personaggi collaterali (o meglio comprimari), ciascuno con una precisa individualità e caratteristiche ben delineate e approfondite. La serie offre una visione ironica e disincantata anche dei momenti che rischierebbero di essere più (melo)drammatici, concedendo ai suoi protagonisti un’anima realistica, ma anche simbolicamente e poeticamente legata alla leggerezza della loro età.
Pur adoperando un disegno non molto dettagliato, specialmente nella raffigurazioni espressive e nei tratti somatici, non per questo meno comunicativi, l’animazione diventa particolarmente accurata e coinvolgente nella creazione degli scontri fra i protagonisti, tutti giocati sulla velocità e la plasticità delle figure. Molta inventiva e fantasia nei particolari si trova anche nelle differenti città e popolazioni, ognuna ispirata ad etnie e architetture reali rilette in chiave fantastica.
Il punto di riferimento primario, come detto, è Miyazaki, anche perché lo stesso Hayao offre da tempo la trasfigurazione più conosciuta e riuscita della filosofia e l’iconografia giapponese. Troviamo quindi personaggi, come il bisonte volante Appa e lo spirito dei boschi, apertamente ispirati al gatto-bus di Totoro e gli spiriti de La città Incantata e Principessa Mononoke, suggestioni come la passione per il volo e la leggerezza espressa dal movimento dei corpi, tematiche come l’amicizia, la confusione fra bene e male, la comprensione dell’altro e del diverso, l’ecologia e la maestosità della natura stessa.
Con l’eccezione di una manciata di puntate della terza serie, dove Avatar diventa improvvisamente e misteriosamente un trito cartoon (o più spesso telefilm) occidentale adolescenziale, per poi rinsavire, gli autori riescono a tenere intatto il fascino e sveglia la curiosità durante tutta l’opera, che può produrre grave assuefazione e portare qualcuno, come me, a vederla in un tempo scandalosamente breve. Il fatto che alla fine di Avatar ci si senta un po’ tristi, a dover salutare personaggi ormai familiari, e la reazione istintivamente conservativa e negativa verso la trasfigurazione live di Shyamalan (Avatar è un cartone visivamente ricco, con M. Night si rischia di stare a vedere ombre di esseri bizzarri per ore…), sono altri elementi a favore di quest'avventura animata, a cui è facile affezionarsi.
(4/5)
Di seguito, un trailer un po' dopato e oblungo del cartone, e quello del film L'ultimo Dominatore dell'Aria, previsto per settembre 2010.