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Dopo una manciata di film più o meno introvabili, dove Tarr si avvicina ai volti dei suoi attori, ancora a colori e ancora umani, con la camera a mano, Damnation è la prima teorizzazione del cinema fotografico e universale, fatto di dettagli e pianisequenza, che caratterizzerà le sue produzioni future.
Se Kárhozat, come in parte anche Satantango, si propone come successione di quadri ed eventi autonomi, L’Uomo di Londra, forte delle sue radici nel romanzo breve di Simenon (storia di omicidi e di una valigia piena di soldi), è l’opera narrativamente più classica e strutturalmente consequenziale di Bela Tarr. Ciò non esclude che il processo sia ormai compiuto, e che l’immagine sia di per sé significativa. Anzi, l’obbligo che ha il mondo di mostrare costantemente la sua essenza, il suo dolore, influisce a tal punto sui personaggi da impedire loro quella discesa che si può leggere nel romanzo, costringendoli e uniformandoli fin dall'inizio alla loro realtà. Se, da una parte, questo segna una distanza dall’intreccio originale, che presenta uomini e donne ai quali è ancora concessa una sofferenza interiore e persino una bellezza esteriore, dall’altra il film riesce in questo modo a cogliere le intenzioni profonde del romanzo, che pure preferisce guardare dall’alto la storia che racconta, rendendola una frazione rappresentativa di tutto ciò che la contiene.
